In calce all’articolo, breve biografia dell’autore.

Ex abrupto: ritengo di poter dimostrare con argomenti e filosofico-teologici e linguistici che entrambe le versioni del Pater sono corrette, e che gli argomenti addotti ora a favore esclusivamente dell’una posizione ora dell’altra sono o incompleti o  addirittura errati. Infatti esistono due opposte posizioni: la prima che accetterebbe inducas escludendo a priori il non abbandonarcii; la seconda che con l’accettazione esclusiva del non abbandonarci si lancia in una feroce critica alla Tradizione e alla Vulgata sostenendo che inducas è linguisticamente e teologicamente inaccettabile.. Mi sono astenuto finora, per vedere fino a che punto si arrivava. Ebbene, a me non piace fare di queste questioni “davanti ai bambini” (come dice San Tommaso a Sigieri di Brabante o a Guglielmo di Sant’Amore) ma siccome i bambini oggi si danno l’aria di adulti maestri di vita e dottrina urbi et orbi (leggi: su fb su twitter, ecc.) allora la carità MI INDUCE a dire qualcosa.

La prima posizione: «indurre e non abbandonare». Tale posizione è incompleta anche se linguisticamente attendibile. E’ incompleta perché non tiene conto di come uno possa essere indotto alla tentazione. San Tommaso insegna (Commento all’orazione domenicale– ossia al Pater):

«Forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: “non ci indurre in tentazione”? Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista “Non abbandonarmi quando declinano le mie forze” (Sal 70,9).Dio però sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato. Infatti che “le grandi acque non possono spegnere l’amore”. »

Da questo si deduce che nel Dottore Angelico è presente l’aspetto dell’abbandono, il che consente di poter usare l’espressione relativa in modo conforme a dottrina. E dobbiamo precisare che in questo passo L’Aquinate parla proprio della “tentazione al male”. Prima infatti aveva trattato della “tentazione al bene”, spiegando altresì cosa intendere genericamente per tentazione: prova! Tentare è provare. Ora l’uomo può essere messo alla prova affinché operi il bene e affinché eviti il male. Dio tenta, prova, l’uomo affinché operi il bene. La carne, il mondo e il diavolo tentano l’uomo affinché cada nella tentazione di compiere il male. In questo modo non è possibile che Dio tenti qualcuno. Tuttavia è possibile che Dio permetta tale tentazione come di fatto avviene. Come può cadere l’uomo nella tentazione? Ossia come può l’uomo cadere nel peccato? Prestando consenso, dice Tommaso, alla tentazione ed in quanto Dio gli sottrae, a causa dei molti peccati la sua grazia (=lo abbandona). Infatti è detto pure:

“L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio. “(Sal 80,13)

Seconda posizione: per difendere l’esclusività della riforma e l’erroneità indiscutibile della Vulgata, qui si gioca a fare i de Saussure, i Jakobson, gli Austin, i Patota, ecc.. E si sostiene: “inducere” traduce male il greco “καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν”, perché “inducere” indica costrizione. Falso. In latino, come avviene quasi sempre, un termine può assumere diversi sensi a seconda dell’uso contestuale che se ne fa. Ed anche “inducere” ha un senso generale, un senso militare e un senso giuridico. Assume la connotazione coercitiva solo nel senso militare. Inoltre ammesso e non concesso che nel latino classico (perché il latino ha avuto evoluzioni nel corso della sua storia – e su questo ritorneremo fra poco)  il verbo “inducere” abbia avuto solo un senso, ciò non è vero per il latino patristico e medievale, come dimostra lo stesso commento di San Tommaso che ben sa – come si può immediatamente notare – che c’è una sfumatura che ammette la non-coercizione e che significa solo genericamente “portare verso, condurre verso”.  Negli argomenti che si pretendono tratti dalla linguistica ci si dimentica proprio della linguistica storica e in particolare il fenomeno del mutamento lessicale e semantico per restringimento, ampliamento, degenerazione, innalzamento, metafora, litote, iperbole, sineddoche (si veda ad esempio G. Graffi, S. Scalise, Le lingue e il linguaggio, Il Mulino, Bologna 2002, cap. 10). Ci interessano qui i mutamenti per ampliamento e restringimento: ad esempio il latino “necare” significava generalmente “uccidere”, nelle lingue romanze si restringe (ad esempio nell’italiano “annegare”) semanticamente e significa “uccidere per mezzo dell’acqua”. “Virtus” invece si amplia e comincia a riferirsi non solo alle qualità (belliche) del “vir” ma alle qualità morali di un essere umano in quanto tale (perché la vita terrena è guerra). Ora nulla esclude che anche “inducere”, ammesso e non concesso che nel latino classico significasse solo “condurre con la forza qualcuno verso…”, si sia ampliato fino a significare soltanto “condurre qualcuno verso…” senza specificare coercizione o assenza di coercizione. Tale senso del termine “inducere” era ben noto ai medievali come dimostra il commento di San Tommaso. Dunque nella Tradizione ecclesiastica dell’uso di “induco”, nessun aspetto coercitivo, come se Dio violando la natura inducesse direttemante Lui al male. Dunque l’accusa alla Tradizione di aver tradotto male e di aver attribuito al testo un senso errato è del tutto infondata. Ma solo Tommaso intende così il “ne nos inducas in tentationem” ? No S. Agostino nella Lettera a Proba scrive:

«Quando diciamo: “E non ci indurre in tentazione”, siamo esortati a chiedere l’aiuto indispensabile per non cedere alle tentazioni e per non rimanere vinti dall’inganno o dal dolore. »

Dov’è la sfumatura semantica di “coercizione alla tentazione da parte di Dio”? Non c’è.

E san Cipriano, altro Padre della Chiesa latino e non greco, parla apertamente di “permissione”:

«Il Signore insiste su un’altra intenzione: Non sopportare che noi siamo indotti in tentazione. Da queste parole risulta che l’avversario non può nulla contro di noi senza il permesso preventivo di Dio.» (San Cipriano, Commento al Pater)

Domanda finale: ma noi chiediamo di non essere tentati allora? No! Chiediamo di non essere indotti in tentazione ossia di essere liberati, come spiega ancora Tommaso, dalla tentazione, di non acconsentirvi, di avere la grazia sufficiente per non peccare. L’Angelico nel suo Commento scrive:

«Cristo ci insegna a chiedere non di non essere tentati, ma di non essere indotti nella tentazione.»

 e

«ci viene insegnato a chiedere di non essere indotti nella tentazione prestandole consenso»

e ancora:

«Essere tentati è infatti cosa umana, ma consentirvi è cosa diabolica.»

Ed anche:

«Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette».

Dunque se Dio abbandona allora induce permettendo non solo la tentazione ma anche di cadere in nella tentazione; se induce, permettendo la tentazione e permettendo che noi prestiamo il consenso alla tentazione, allora abbandona.

Frate semplice domenicano, candidato al presbiterato, si è laureto in Lettere moderne presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Napoli “Federico II” discutendo la tesi in Letteratura latinina medievale e umanistica sul  Dialogus Inter Philosophum, Judaeum Et Christianum del filosofo Pietro Abelardo. E’ traduttore e co-curatore con il compianto mons. Prof. Antonio Livi, decano emerito della facoltà di filosofia della Pontificia Università Lateranense, dell’edizione italiano dell’opera del padre domenicano Reginald Garrigou-Lagrange Il senso comune. La filosofia dell’essere e le formule dogmatiche (editrice Leonardo da Vinci, Santa Marinella (RM), 2013). Ha pubblicato in forma cartacea il saggio Primum cognitum ed <<esse ut actus>> nel sistema di logica aletica di Antonio Livi in Mario Mesolella (ed.) Realismo e fenomenologia, Casa editrice Leonardo da Vinci, 2012. Ha scritto diversi articoli filosofici sul blog, ideato e curato dall’amico prof. Giovanni Covino, bricioledifilosofia.com. Attualmente studia Filosofia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Urbe (Angelicum) e frequenta il corso singolo di Istituzioni di scienze matematiche, fisiche e biologiche presso la Pontificia Università Santa Croce.

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