La polemica sul Recovery Fund ha radici antiche. Budapest contro l’ideologia gender è nel mirino dell’Unione Europea

di Federico Cenci

Sovranisti egoisti, nemici della solidarietà, disgregatori dell’unità europea: negli ultimi giorni la retorica della Sinistra ha riempito la faretra di dardi avvelenati da scagliare all’indirizzo di Polonia e Ungheria. La colpa dei due Paesi del Gruppo di Visegrád sarebbe quella di aver posto il veto alla ratifica dell’accordo sul Recovery Fund. E dunque indice puntato verso i due premier, l’ungherese Viktor Orbáne il polacco Mateusz Morawiecki, descritti come famelici nemici dell’Italia, vieppiù bisognosa di aiuti dall’Europa. Ma come stanno davvero le cose?

Il “no” magiaro-polacco

Polonia e Ungheria hanno deciso di suonare una nota stonata in sede europea perché contrarie alle condizionalità per l’erogazione dei fondi in questione legate al rispetto dello Stato di diritto. Se Orbán ha descritto questo meccanismo come un «ricatto ideologico» simile a quelli praticati dall’Unione Sovietica, Zbigniew Ziobro, ministro polacco della Giustizia, ha parlato di «un disegno per limitare la sovranità polacca».

L’identità di genere

E quando Paesi come Polonia e Ungheria parlano di sovranità il riferimento inevitabilmente è anche a quella in materia di temi etici. Il 16 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione sullo Stato di diritto dei due Paesi membri nella quale si stigmatizza la «violazione grave» di Varsavia e Budapest «dei valori su cui si fonda l’Unione». In particolare, come sottolinea il Centro Studi Rosario Livatino, la risoluzione contiene un allegato relativo alla Legge fondamentale dell’Ungheria nel quale si esprime «preoccupazione per il fatto che il divieto costituzionale di discriminazione non include esplicitamente l’orientamento sessuale e l’identità di genere tra i motivi di discriminazione e che la sua definizione restrittiva di famiglia può dare adito a discriminazioni poiché non contempla taluni tipi di famiglia, comprese le coppie dello stesso sesso». Dunque è Bruxelles che chiede a Budapest politiche pro-LGBT+ come condizione necessaria per far parte dell’Unione.

Il testo

Ma l’Ungheria non intende piegarsi a questo diktat. Anzi, rilancia. Il 10 novembre il governo ha presentato unabozza di emendamento alla Costituzione ungherese che ribadisce la natura biologica dei genitori – «la madre è una donna, il padre un uomo», si legge – e «tutela il diritto dei bambini a identificarsi in base al proprio sesso». Non solo. Il testo affronta anche il tema della scuola, dopo che nelle scorse settimane si sono accese polemiche per l’ipotesi che l’ideologia gender approdasse anche nelle aule scolastiche magiare. Ecco allora che la proposta di modifica costituzionale è quella di garantire «un’istruzione secondo i valori basati sull’identità costituzionale e sulla cultura cristiana del nostro Paese».

Ideologia gender in Ungheria

Che l’ideologia gender non goda di buona fama a Budapest è cosa nota. Nell’ottobre 2018 il parlamento ungherese ha approvato un decreto che dispone l’interruzione dei corsi accademici incentrati sullo studio della «teoria di genere». Il governo aveva spiegato così la decisione: «Gli studi di genere sono un’ideologia, non una scienza. Il governo ungherese è dell’opinione che le persone nascano uomini oppure donne. Non mettiamo in discussione il diritto di ognuno di vivere come meglio crede, ma lo Stato non può assegnare risorse per l’organizzazione di programmi educativi basati su teorie prive di rilevanza scientifica».

Si ricorda inoltre la proposta di legge la quale stabilisce che il genere di uomini e di donne deve essere definito come «sesso biologico basato sulle caratteristiche sessuali primarie e sui cromosomi». Pertanto l’Ungheria vuole poter continuare a dire che «le foglie in estate sono verdi», come diceva lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton (1874-1936), e a qualcuno, in Europa, questa «pretesa» sembra dare molto fastidio.

L’Ungheria difende l’ovvio, Bruxelles gli LGBT+ – IFN (ifamnews.com)

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