di Marco Respinti

1. Ogni quattro anni, in pendenza del voto per la Casa Bianca, si torna a parlare (o si sente parlare, che non è la medesima cosa) del «Collegio elettorale». E fuori dagli Stati Uniti d’America, ma pure dentro, si levano le voci di critica. Vere, presunte, gonfiate o strumentalizzate che siano, sovente rendono il tema stucchevole. Perché, infatti, non porvi rimedio per tempo, ovvero nei quattro anni che intercorrono fra una elezione presidenziale e l’altra? Ma soprattutto perché lamentarsi, quando non persino inveire, contro una regola del gioco che tutti conoscono e dunque esplicitamente o implicitamente accettano? Ciò premesso, l’occasione è propizia per qualche ragionamento minimo.

Il Collegio elettorale degli Stati Uniti è l’organo che elegge il presidente e il vicepresidente della repubblica federale. Istituito dalla Costituzione federale all’Articolo II, Sezione I, Clausola II, è un insieme di cosiddetti «Grandi elettori» cui spetta il compito di designare le due cariche supreme del potere esecutivo del Paese. La logica con cui questi grandi elettori sono designati ne comporta il numero.

2. Tutto prende abbrivio dal modo in cui nel Paese la rappresentanza politica è esercitata a livello federale. Gli Stati Uniti sono un’unione federale composta (oggi) da 50 Stati. Ognuno di essi esprime a livello federale deputati e senatori che compongono le due camere del Congresso di Washington. I deputati federali vengono eletti in numero proporzionale al numero degli abitanti di ciascuno Stato. I senatori federali vengono invece designati pariteticamente in numero di due per ciascuno Stato dell’Unione, prescindendo dal numero degli abitanti e dall’ampiezza della superficie dei diversi Stati. Il Senato federale, infatti, rappresenta gli Stati dell’Unione nell’organo legislativo federale e ogni Stato è lì rappresentato in maniera paritetica.

Il compito di rappresentare i cittadini spetta invece alla Camera federale, la quale non rappresenta, però, l’insieme dei cittadini degli Stati Uniti come massa, ma la somma dei numeri parziali degli abitanti di ciascuno Stato dell’Unione. Al Congresso federale di Washington, quindi, sono rappresentati gli Stati (nel Senato) e i cittadini di ogni singolo Stato poi sommati (nella Camera). La somma dei numeri dei cittadini di ciascuno Stato singolarmente presi e il numero dei cittadini degli Stati Uniti considerati indistintamente assieme possono differire sul piano aritmetico, ma sono diversi soprattutto sul piano concettuale. Al Congresso federale sono infatti rappresentati, nelle due specie di ogni singolo Stato in quanto istituzione e dei cittadini di quello stesso Stato, gli Stati abitati dell’Unione: con la loro composizione etnica, culturale, valoriale, religiosa, e così via, dunque con la loro identità e con la loro storia.

3. Ora, il Collegio elettorale si compone di un numero di Grandi elettori diverso da Stato a Stato proprio perché rispecchia fedelmente il modo in cui i componenti dell’Unione, cioè i contraenti il patto federale, sono rappresentati nel Congresso federale, e in specie questo modo statunitense della rappresentanza.

Il numero dei Grandi elettori nel Collegio elettorale di ciascuno Sato è infatti determinato dalla somma dei numeri dati dalle due espressioni del modo in cui ogni Stato è rappresentato al Congresso federale: uguaglianza e differenza assieme, pariteticità e identità. Il numero dei Grandi elettori nel Collegio elettorale di ciascuno Sato è insomma determinato dallo stesso numero di senatori che esso esprime nel Congresso federale di Washington più lo stesso numero di deputati che esso esprime sempre in quel Congresso federale. Ovvero due Grandi elettori quanti sono i suoi senatori federali (numero fisso) più tanti Grandi elettori quanti sono i suoi deputati federali (numero variabile). Poiché ogni deputato di ogni Stato dell’Unione rappresenta grosso modo lo stesso numero di cittadini (altro criterio di eguaglianza sommato alla differenza di identità tra cittadini di Stato e Stato), nessuno Stato può esprimere meno di 3 grandi elettori (due senatori più almeno un deputato in rappresentanza dei propri cittadini quanti che siano, pure in numero inferiore, e magari di molto, alla media del numero dei cittadini rappresentati in tutto il Paese dai deputati federali).

Nel Collegio elettorale viene cioè riprodotto il criterio di uguaglianza e differenza, di pariteticità e identità: ma l’aritmetica cambia, giacché il numero dei cittadini ivi rappresentati dalla somma fra numero dei senatori di ciascuno Stato e numero dei suoi deputati è diverso da quello dei cittadini rappresentati solo dai suoi deputati (è ovviamente  il numero di due grandi elettori di ciascuno Stato in corrispondenza dei due senatori di ogni Stato a determinare questa variazione).

Per questo motivo il numero dei voti popolari registrati nelle elezioni per la Casa Bianca (quelli espressi dai cittadini) può a volte non corrispondere al numero dei voti elettorali (quelli espressi dai Grandi elettori), determinando il caso (per esempio Donald J. Trump contro Hillary Clinton nel 2016, quando la seconda ebbe più voti ma non venne eletta), in cui un numero minore di voti elettorali (strumentali) produce una maggioranza di voti elettorali.

4. Questo non è scandaloso per due motivi. Uno banale: è così da sempre, lo sanno tutti, di principio o di fatto tutti lo accettano e chi si lamenta dovrebbe piuttosto lamentarsi meno all’indomani di ogni voto per la Casa Bianca e mettere più mano a una riforma nei quattro anni precedenti.

Il motivo principiale è, invece, che il Collegio elettorale esprime e garantisce una verità politica perché prima (anzitutto e soprattutto) culturale: negli Stati Uniti il presidente e il vicepresidente federali non li eleggono l’insieme di tutti i cittadini del Paese come massa, bensì gli Stati, ovvero gli Stati abitati da persone, culture, storie, ovvero identità. Gli Stati Uniti sono e restano una repubblica federale, ed è come se (mi si passi la boutade) i suoi soggetti politici a livello federale fossero gli Stati componenti l’Unione cui spetta, tra l’altro, scegliere il “coordinatore di ultima istanza”, storicamente parlando.

Non è una sofisticheria tecnica. Gli Stati Uniti sono appunto una federazione e la loro architettura è il principio di sussidiarietà. La piramide istituzionale che questa architettura descrive ha un vertice che si dipana poi, verso il basso, allargandosi agli Stati, ma questa poi si allarga ulteriormente, perché gli Stati sono a propria volta impostati nello stesso modo, allargandosi ancora fino a raggiungere una base enorme che è territoriale e identitaria («territorial democracy» la chiamavano i maestri del pensiero conservatore nell’Ottocento e i loro eredi nel Novecento). Questa abbraccia e armonizza tutti i livelli intermedi del potere, dal maggiore al minore, fino ai cittadini, agli abitanti, al popolo, ai singoli e alle famiglie: «We the people», come con parole famosissime appunto inizia, sentenziando e sancendo, la Costituzione federale statunitense che contiene i «God-given rights» dei cittadini e che nessun potere può mai negare.

5. Negli Stati Uniti il potere è democratico perché diffuso, controllato dal basso e sussidiario. La democrazia è dunque una condizione dell’esercizio legittimo del potere, qualsiasi sia la sua forma istituzionale (in questo caso la forma repubblicana), non una ideologia o un regime in stile giacobino.

Del resto i Grandi elettori vivono di rapporto fiduciario con i cittadini che li hanno designati, ma hanno discrezione di giudizio: possono cioè pure cambiare idea e votare un presidente diverso da quello per cui si erano impegnati. E questo è un principio di per sé importante, giacché si basa sull’idea che gli Stati che hanno sottoscritto il patto federale chiamato repubblica hanno autonomia di giudizio e sovranità di scelta in quanto autorevoli e lontani dalla pressione della piazza. I cittadini (ed ecco il ruolo nobile del voto popolare) li scelgono proprio per quello: perché sono liberi e autorevoli, recepita l’indicazione di cogente ma non vincolante di «We the people». Così vollero i Padri della Costituzione scritta più antica del mondo che governa, bene, il Paese più importante e influente del mondo.

Questo potere politico e queste istituzioni sono quindi racchiuse fra le persone in basso e Dio in alto, «One Nation Under God», come recita il motto del Paese. Logica, questa, antitetica a quella del princeps legibus solutus da cui promanano tutte le forme accentratrici, dirigiste, “signorili”, dispotiche, tiranniche e totalitarie, dunque, per gradi, ultimamente illegittime, dunque, il vas sans dire,non democratiche.

Gli Stati Uniti sono un Paese diverso e il Collegio elettorale, che elegge il presidente della repubblica e capo del governo come primus inter pares, ne sono segno e testimonianza. Lamentarsi è inutile, soprattutto fuori tempo massimo. Si può invece cambiare l’impianto, abolendo o stravolgendo il Collegio elettorale mediante modifica della carta in cui è racchiusa la legge fondamentale del Paese. Ma, per dirla con un’altra boutade, conscio o no che quell’atto sia, sarebbe sempre e solo una giacobinata.

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