Aprile 2020

1. PREMESSA

La Provvidenza, per ciascun uomo, tende dei fili conduttori che, sempre più spesso, purtroppo, non si è più abituati a percepire nella loro continuità, soprattutto è il mio caso –, quando si allungano nel tempo. Per ognuno, si tratta, evidentemente, di fili personali.

Ne seguirò uno teso per me da molti anni; è un filo personale che però può ampiamente risultare di interesse comune, almeno per chi condivide il mio punto di vista, diciamo così, “politico-cultural-religioso”.

Questo filo ha per argomento l’Ungheria, un argomento che, a prima vista, può sembrare, se non totalmente incomprensibile, almeno “esotico” e poco congruo coi tempi che corrono.

Lo dipanerò seguendo più la “mia” cronologia che quella dei fatti storici.

2. IL DIPANARSI DEL FILO COL PASSARE DEL TEMPO …

1952: I ragazzi della Via Pal

Comincio dall’inizio, dal 1952, da quando ero bambino e mio padre mi diede da leggere I Ragazzi della Via Pal, i ragazzi di Molnar (1878-1952) che hanno aiutato molti della mia generazione a capire il senso dell’onore (anche se, a leggere oggi Wikipedia, ci era sfuggito completamente il senso autentico che l’ermeneutica politicamente corretta ha infine fatto riemergere: si sarebbe trattato della «denuncia della mancanza di spazi per il gioco dei più giovani», con in più «spunti di riflessione antimilitaristi»).

Quando, cinquant’anni dopo, visitammo Budapest, cercammo invano la Via Pal, per rendere un omaggio postumo a Ernesto Nemecsek, il nostro piccolo, grande eroe. Ma la Via Pal non c’era più; c’erano palazzoni, ormai da tanti anni.

1956: I carri armati sovietici l’anno fatale

Poi arrivò il 1956, l’anno che nell’attuale clima culturale ecologista e di cambiamento climatico si ricorda soprattutto come “quello delle grande nevicata di febbraio”. Ma poi venne l’autunno … e il 4 novembre i carri armati comunisti entrarono a Budapest … e novembre fu davvero il mese dei morti: se ne contarono chi dice 2.000, chi, come il cardinale József Mindszenty (1892-1975), molti di più.

Avevo già 12 anni … e quei carri armati furono decisivi per la mia scelta di campo …

1968: «sto sul monte e guardo giù dove c’era una città»

Passarono gli anni. Con il 1968 da Buda ci affacciammo su Pest insieme a Leo Valeriano – «sto sul monte e guardo giù dove c’era una città», ricordate … – ma, grazie a Dio, dopo un po’, guardando giù con occhi nel frattempo diversi, non vedemmo più solo «il gallo rosso strilla[re] forte» «sulle torri delle chiese» ma riuscimmo a vedere anche le due torri e la cupola di santo Stefano.

E cominciammo a conoscere meglio il card. Mindszenty, l’«indomito Primate» [Cfr.MC] che –– con le parole del card. Carlo Caffarra (1938-2017) –– testimoniò come «la vita non si [dovesse] preferire alle ragioni per cui vale la pena vivere».

1975, le Memorie dell’«indomito Primate»

Se fino al 1975 avevamo conosciuto il card. Mindszenty soprattutto attraverso l’Aiuto alla Chiesa che soffre e il suo fondatore, p. Werenfried van Straaten (1913-2003), il mitico padre Lardo, in quell’anno che coincise tristemente anche con l’anno della morte del Cardinale potemmo finalmente leggere le sue Memorie, che una coraggiosa casa editrice, la Rusconi, infrangendo la cappa di omertà che gravava sull’Italia di quel tempo, aveva avuto l’“ardire” di pubblicare.

L’«indomito Primate» aveva raccontato così i primi giorni di quel terribile novembre 1956: «A poco a poco su Budapest scese un 20.000 feriti. Treni carichi di deportati presero la via della Siberia; molti deportati erano giovani tra i dieci e i diciotto anni, ragazzi e ragazze che gettavano biglietti scritti dai treni in corsa» [JM, p.331];

In più, aveva raccontato in dettaglio la visita che ricevette in bilocazione da Padre Pio durante la prigionia comunista. Per soddisfare il suo «vivissimo desiderio di celebrare la santa messa», san Pio gli portò il pane e il vino e lui stesso gliela servì.  Dopo averla celebrata, parlarono tra loro, fino a che Padre Pio «scompar[v]e con quanto aveva portato». San Pio, qualche tempo dopo, ad un suo confratello avrebbe raccontato così del cardinale: «Il diavolo è brutto, ma lo avevano ridotto più brutto del diavolo!», aggiungendo una raccomandazione: «Ricordati di pregare per questo grande confessore della fede, che ha tanto sofferto per la Chiesa». [ibid.]

Ma la lettura di questo libro ci fece scoprire una straordinaria sintonia non solo umana ma anche “culturale”, se così si può dire, con l’«indomito Primate»: il card. Mindszenty non rappresentava, cioè, solo un “martire” esemplare, ma era anche un “maestro”… e proprio nel settore che avevamo deciso di occupare, quello della Dottrina sociale della Chiesa, in quegli anni «soffocata dalla “scelta religiosa” dei “cattolici adulti” di allora insediati ai vertici dell’Azione Cattolica»

Per noi si trattò di un sollievo e di un incoraggiamento straordinario poter leggere pensieri come questi: «Quando poi il Kulturkampf ebbe inizio, ero perfettamente cosciente che cristianesimo e comunismo stavano per misurare le loro forze in uno scontro decisivo. Noi non dovevamo stare tanto a domandarci se saremmo riusciti vincitori; io avevo piuttosto l’impressione che il nostro compito più importante fosse questo: perseverare sul posto, suonare l’allarme alla cristianità, richiamare l’attenzione dell’umanità sulla minaccia del comunismo. Ero convinto di una cosa: il nostro dovere è quello di rendere testimonianza, di mantenere viva nella Chiesa la speranza in giorni migliori, che avrebbero portato quel che a noi era negato, e non essere mai opportunisti passando sopra agli interessi della religione». [JM, p.113-114]

O pensieri come questi: «Un detto molto citato suona così: “La religione è una faccenda privata”. […] “Portare i capelli a spazzola o con la riga, mangiar carne o essere vegetariani, può essere una faccenda privata. Sono cose che non toccano gli altri e la società. Ma per lo Stato non è più una faccenda privata se nel mio giardino ho più di duecento piante di tabacco e se distillo vinacce e susine con o senza l’autorizzazione della finanza. Io penso che per la società sia almeno altrettanto importante se uno ammette l’esistenza di Dio e di un’anima immortale; se riconosce l’esistenza di una relazione tra i due; se riconosce l’esistenza del prossimo o pensa che noi siamo soltanto un branco di lupi ululanti.

Chi vuole accantonare la religione nella vita pubblica, mira in realtà a imporre la propria vita privata piuttosto povera di valori. […] Dove la religione è una faccenda privata, la vita viene soffocata nella corruzione, nel peccato e nelle atrocità». [JM, p.114]

O ancora pensieri come questi: «[…] “Ogni concetto di Dio è una viltà innominabile, un esecrabile autoinsulto”, aveva scritto Lenin a Gorki, affermando chiaramente che i comunisti si proponevano come programma di diffondere l’ateismo. Come essi combattono l’individuo e la proprietà privata, così cercano di trasformare nel senso da loro voluto la famiglia e il matrimonio, eliminando l’opposizione, anche se il modo di perseguitare i cristiani di Stalin è un po’ diverso da quello di Nerone, di Giuliano l’apostata e delle rivoluzioni. Uno degli slogan comunisti suona infatti così: “Noi non togliamo le chiese al popolo ma il popolo alle chiese”. Questi studi storici mi avevano insegnato a tempo che i compromessi con un tal nemico avevano giovato quasi sempre a lui. […]». [JM, p.35]

2001: Santo Stefano e le Esortazioni al Figlio

Nel 2001 scoprimmo che un altro e ben più straordinario ungherese, oltre al cardinale Mindszenty, si poteva “leggere” nella nostra prospettiva “culturale” della Regalità sociale di Nostro Signore. E non si trattava di uno qualunque, bensì del primo re canonizzato santo: si trattava di Santo Stefano d’Ungheria (975-1038). In quell’anno, infatti, fu pubblicato da Città Nuova il libro Esortazioni al Figlio. Leggi e decreti.

Certo, santo Stefano non era per noi sconosciuto, anzi avevamo imparato ad “amarlo” e a “pregarlo” da tanto tempo come il primo re santo. La sua notte di Natale dell’anno 1000, quando fu incoronato Re, faceva da pendant alla notte di Natale dell’800, quando a Roma Carlo Magno (742-814) era stato incoronato Imperatore dei Romani dal papa Leone III (750-816). E la sua incoronazione fu un «[…] avvenimento [che] suggellò la trasformazione di un’orda barbarica, che aveva terrorizzato i popoli cristiani, in un Regno della Respublica Christianorum» [AT]. Quella ungherese, come scrisse san Giovanni Paolo II (1920-2005), «è una storia che inizia con un Re santo, anzi con una “famiglia santa”: Stefano con la moglie, la Beata Gisella, ed il figlio Sant’Emerico costituiscono la prima famiglia santa ungherese. Sarà un seme che germoglierà e susciterà una schiera di nobili figure che illustreranno la Pannonia Sacra: basti pensare a San Ladislao, a Sant’Elisabetta ed a Santa Margherita! (…) [e che] «nello scorrere del suo glorioso passato, [diventò poi] (…) un baluardo di difesa della cristianità contro l’invasione dei tartari e dei turchi» [GPII].

Leggendo il suo libro, scoprimmo però di lui qualcosa di entusiasmante che non conoscevamo a fondo.

Al figlio, che avrebbe dovuto succedergli ma che invece morì giovane per un incidente di caccia, santo Stefano si rivolgeva in questi termini: «Innanzi tutto, figlio carissimo, se vuoi rendere onore alla corona reale, ti ordino, ti consiglio e ti raccomando di custodire la fede cattolica e apostolica con tale diligenza e vigilanza, da offrire un modello a tutti color che per volontà di Dio ti sono sudditi e in tal modo che tutti gli uomini di Chiesa ti possano a ragione chiamare un vero cristiano. [SST,p. 47]. […] Nel palazzo reale il secondo posto, dopo la fede, spetta alla Chiesa, […] [SST,p. 49].

[E lo esortava così:] […] la pratica della pietà, ti porterà alla suprema beatitudine.

Sii misericordioso con tutti quelli che subiscono violenza, tenendo sempre presente nel tuo cuore quelle parole divine: “Misericordia voglio e non sacrificio” [Mt 9,13].

Sii paziente verso tutti, non solo verso i potenti ma anche verso coloro che non hanno potere.

Sii poi forte, perché la prosperità non ti esalti e l’avversità non ti abbatta.

Sii inoltre umile, perché Dio ti innalzi sia qui che nella vita futura.

Sii moderato, in modo da non punire o condannare nessuno oltre misura.

Sii mite, così da non andare mai contro la giustizia.

Sii retto, sì da non recare mai volutamente disonore a chicchessia.

Sii infine pudico, evitando ogni fetore di libidine come fosse un pungiglione di morte.

Tutte queste cose testé menzionate compongono la corona reale: senza di esse nessuno può regnare in questo mondo, né raggiungere il regno eterno» [SST, p.69].

Stefano era nato ad Esztergom, dove c’erano le radici di questa nazione che ha avuto come primo Re un santo.

Esztergom è per l’Ungheria uno straordinario luogo sacro descritto così dal Card. Mindszenty, nelle sue Memorie: «Esztergom era […] espressione della concezione cristiana medievale dello Stato, in cui sacerdotium e imperium, il papa e l’imperatore, si davano la mano. In Ungheria questo principio trovava la sua incarnazione nel re e nell’arcivescovo di Esztergom. Il primate incoronava il re con la corona che era stata di santo Stefano. Solo al momento di questa incoronazione il re diventava capo della nazione. La santa corona era considerata la fonte del diritto e del potere nel paese. […]  

Egli – l’arcivescovo di Esztergom– faceva le veci del re quando questi si allontanava dal paese; il re lo consultava e ne richiedeva il consiglio. Quando il re trasgrediva la costituzione, l’arcivescovo di Esztergom era obbligato ad ammonirlo e a esigere da lui l’osservanza delle norme costituzionali. […]» [JM, p.55].

2004, il Beato Carlo

Poi,nel 2004,precisamente il 3 ottobre, arrivò a compimento quello che ai tempi della nostra gioventù ci era sembrato, più che un sogno, una esercitazione retorica a fini “ricostituenti”.

Leggo da un Capodanno associativo a Re (VB), nel 2001: «Quando, giovani studenti ancora “alla ricerca”, il Reggente Nazionale introdusse la preghiera per la beatificazione di Carlo d’Asburgo, ci sembrò solo una pillola dolce e colorata, una specie di smartie, per vincere la durezza del momento, per darci un esempio di come anche un cattolico “in politica”, [per di più] non remoto, non avvolto dalle nebbie del tempo, potesse santificarsi. Era quasi un coetaneo, Carlo. Ma per noi [quella preghiera] rimaneva una smartie: come poteva essere beatificato con quello e [con] quelli che erano intorno a noi e che sembravano [non solo] vincitori [ma anche] invincibili?» [GV-1].

Ebbene, il 3 ottobre 2004, tre anni dopo, misurammo «quanto il Cielo [fosse] stato straordinariamente prodigo neiconfronti (…) di quel piccolo gruppo di uomini che, a prescindere dai risultati, [avevano] cercato di [costruire e] costruirsi» sulla base di una considerazione di Gomez Davila: «il mondo o è sacramentale o è insipido».

Quel 3 ottobre, Carlo diventò Beato. E la sua Beatificazione mi sembrò come un «premio» diretto e, a suo modo, esplicito all’Associazione. Un premio ancora più «premiante» se ad assegnarcelo era un Papa […] che sarebbe diventato presto santo e che quel giorno indicò con noi il modo corretto di “vedere” il nuovo Beato: «un esempio per noi tutti, soprattutto per quelli che oggi hanno in Europa la responsabilità politica!».

Nel 2004 uscì anche il libro di Oscar Sanguinetti e Ivo Musajo Somma, Un cuore per la nuova Europa – Appunti per una biografia del beato Carlo d’Asburgo, che ci consentì di mettere meglio a fuoco il legame tra Carlo e Zita e la «terra» ungherese.

«Quando Carlo e Zita, arrivarono a Budapest per l’incoronazione, la città li accolse trionfalmente. “Alle otto e mezza di mattina […] uscirono dal palazzo reale con la carrozza di gala, tirata da otto cavalli bianchi, e salirono le colline del castello fino alla cattedrale” [OS-IMS, p.172] dove il principe Primate d’Ungheria, il Cardinale Jànos Czernoch (1852-1927) consegnò al Re la spada di Santo Stefano, gli pose sulla testa la sacra Corona […] e affidò alle sue mani lo scettro e il globo imperiale. Subito dopo, fu la volta di Zita ad essere proclamata regina d’Ungheria. Poi, “fuori dalla cattedrale, ai piedi della colonna della Trinità, ebbe luogo un altro momento della cerimonia: il nuovo re, intitolato Carlo IV d’Ungheria, con la sacra corona sul capo, reggendo una croce nella sinistra e tenendo tese tre dita della mano destra alzata, giurò fedeltà alla costituzione ungherese; quindi salì in groppa a un cavallo con la bardatura e le staffe d’oro e, seguito dai più importanti nobili ungheresi vestiti del tipico abito da cerimonia magiaro, cavalcò lentamente nel piazzale aperto del castello verso la collina detta dell’Incoronazione (o Diszer), costruita con [la] terra estratta dal suolo di tutte le sessantatré contee ungheresi. Il nuovo re salì da solo, al galoppo, sul rilievo, da dove brandì la spada verso i quattro punti cardinali,esprimendo con un gesto simbolico il suo impegno a difendere il paese da ogni nemico e a conservarlo intatto” [OS-IMS, pp.172-173].

[Poi tutto finì … Un famoso testimone della “fine” ― lo scrittore austriaco Stephan Zweig ― la raccontò così, vedendo l’ultimo Imperatore uscire dall’Austria alla stazione di Feldkirch: Carlo stava] “dietro il vetro del finestrino, ritto in piedi accanto alla sposa Zita, vestita di nero. Tutti noi avvertimmo in quella visione tragica il passare della storia. Gendarmi, soldati, agenti di polizia, tutti erano imbarazzati e distoglievano quasi vergognosi lo sguardo. Non sapendo bene se fosse permesso l’antico inchino ossequioso, le donne non osavano alzare gli occhi, nessuno parlava, e nel silenzio si udì d’un tratto il singhiozzare di una vecchia donna in lutto, venuta, chissà da dove, per vedere ancora una volta il suo Imperatore. Finalmente, il capotreno diede il segnale della partenza …” [cit. in PB, p.30]».   [GV-2]

Ebbene, quel 3 ottobre del 2004, quando Carlo diventò Beato, ci rendemmo conto che la storia non solo “passava” ma poteva anche “tornare”; e in un certo senso anche più bella di prima.

Due episodi in cui il filo s’annoda

 Continuando a dipanare questo lungo filo che la Provvidenza ha avvolto per me e per noi introno all’Ungheria, ci sono altri tre episodi che, in questa prospettiva, vanno ricordati.

Il primo. Quando, il 24 marzo 1921, Carlo tornò in Ungheria per il primo tentativo di restaurazione ― fallito malgrado il trionfo di popolo ―, in mezzo a questo popolo festante c’era un giovane prete che «[…] ebbe a dire con rabbia: “Se solo avessi un poco di potere, il re non dovrebbe lasciarci come un cane bastonato, ma andrebbe in trionfo a Buda, lì nel luogo che gli appartiene, a palazzo reale”: quel giovane prete era destinato a diventare famoso, più tardi. Si trattava di don József Mindszenty» [OS-IMS, p.184].

Il secondo episodio che merita di essere raccontato è questo. Sul punto di morte, nell’esilio di Funchal, Carlo (1887-1922) chiese a Zita di andare a prendere il primogenito Otto (1912-2011), che non aveva ancora dieci anni, con queste parole: «Voglio che gli rimanga un ricordo ed un esempio per la vita, affinché anche lui sappia un giorno cosa debba fare in questo caso da vero cattolico e imperatore» [cit. in OS-IMS, pp.106-107].

2010: Otto d’Asburgo e il Picnic Paneuropeo

Nel 2010 il 19 agosto, “rincontrai” metaforicamente Otto quando, con mia moglie Grazia, decidemmo di partecipare al cosiddetto Picnic Paneuropeo, sul confine austroungherese, vicino al Neusidlersee, dove tanti anni prima eravamo andati a vedere proprio “quel” confine. Il Picnic era una cerimonia che si ripeteva ogni anno per ricordare quella manifestazione di “libertà simbolica” che si svolse nello stesso giorno di quel fatale 1989, organizzata e patrocinata dall’UnionePaneuropea internazionale di cui era Presidente proprio Otto d’Asburgo, e dal Segretario di Stato ungherese, Imre Pozsgay.

Per inciso, il Picnic Paneuropeo è stato ampiamente ricordato ― nel nostro convegno in occasione dei 30 anni dalla caduta del Muro ― dall’ambasciatore presso la Santa Sede, l’arciduca d’Austria Eduard Asburgo-Lorena, nel suo intervento pubblicato sul n.400 di Cristianità col titolo Il Muro di Berlino cominciò a vacillare in Ungheria.

In quella storica manifestazione «[…] il taglio cerimoniale fu affidato alla Signora Walburga Asburgo Douglas, quinta figlia di Otto e Segretario generale della stessa Unione. […] Si trattò di un taglio assolutamente sui generis: la madrina, infatti, usò cesoie e non forbici, perché tagliò il filo spinato e non un nastro: la cortina di ferro era stata infranta» [GV-3].

Dopo qualche mese, sarebbe venuto giù il Muro…

Il terzo episodio in cui il filo s’annoda. E tout se tient

Per finire la galleria degli episodi da ricordare, aggiungo l’ultimo, il terzo, tratto ancora dalle Memorie del card. Mindszenty e in cui il filo è pieno di tanti “nodi”:

«Arrivai in Portogallo l’11 ottobre 1972. […] La sera del 12 ottobre presi parte alla fiaccolata di Fatima, il giorno successivo di buon mattino alla processione del rosario. Concelebrai la santa Messa con il Patriarca Ribeira […]. Il 14 ottobre a Coimbra visitai una delle veggenti di Fatima, suor Lucia. La mattina del 15 facemmo la via crucis sul Monte Calvario ungherese e io celebrai la santa Messa nella cappella di Santo Stefano. Nel pomeriggio ci recammo in aereo a Madeira. A Funchal celebrai la santa Messa per gli ungheresi sulla tomba del re Carlo IV, il cui cadavere era stato esumato proprio in quell’anno in occasione dell’avvio del processo di canonizzazione. Tema del mio discorso: il triste destino dell’ultimo re ungherese e la divisione della nostra Patria attirano la nostra attenzione sulle sofferenze quasi insopportabili del popolo ungherese». [JM, pp. 367-368].

Quando Otto morì, il suo corpo andò ovviamente a riposare nella Cripta dei Cappuccini, la Cripta imperiale di Vienna. Ma a quel corpo mancava un pezzo: il cuore.

Perché il cuore di Otto, il figlio dell’ultimo Imperatore, non poteva che riposare in Ungheria, nel monastero benedettino di Pannonhalma, dove i monaci lo avevano educato e che era stato fondato nel 996 dal Principe Géza, il padre di santo Stefano e che proprio da questo aveva ricevuto in dono beni e proprietà.

Tout se tient.

3. UNA RECENSIONE, UN LIBRO E, INFINE … IL BANDOLO DELLA MATASSA

Se dovessi usare il linguaggio burocratico o giudiziario, potrei dire a questo punto: «Tutto ciò premesso» … siamo finalmente arrivati al «dunque».

Rimanendo invece nella metafora del lungo filo che la Provvidenza ha avviluppato – non solo per me – intorno all’Ungheria potremmo dire di essere arrivati al nodo finale – o forse, meglio, al bandolo della matassa – cioè al “senso” ultimo del lungo itinerario.

Il “senso”, l’ho trovato inaspettatamente, lo scorso anno 2019, in un libro per me del tutto sconosciuto, fino alla sua recensione, apparsa sul sito di Alleanza Cattolica [GB]. Il titolo del libro, scritto da Claudia Matera, suonava così: Rivelazioni profetiche di suor Maria Natalia Magdolna, mistica del XX secolo [CM]. E come mi era del tutto sconosciuto il libro, mi era altrettanto del tutto sconosciuta anche suor Maria Natalia Magdolna, la religiosa ungherese, nata nel 1901 e morta nel 1992 raccontata dal libro.

Felicemente incuriosito dalla recensione, l’ho subito acquistato. La recensione diceva fra l’altro così: «I suoi messaggi profetici riguardano […] i tempi attuali. La religiosa ungherese li ricevette sia da Gesù sia dalla Vergine per tutta la durata dell’esistenza, uniti a indicazioni pratiche e urgenti per la salvezza propria e del mondo. La vita di Maria Magdolna si intreccia così misticamente con quella di figure straordinarie sia del passato, come Re Santo Stefano I d’Ungheria (969-1038), sia contemporanee, come il cardinale József Mindszenty (1892-1975), futuro beato, martire dei totalitarismi nazionalsocialista e comunista.»

Quando ho letto, a proposito del card. Mindszenty, che la sua «missione fu sostenuta da suor Maria Natalia con preghiere e sacrifici, su esplicito invito della Vergine» e che da parte sua il Cardinale «studiò […] attentamente le rivelazioni profetiche [di suor Maria Natalia e] le accolse senza riserve»;

quando poi ho letto che esse «si pongono sulla linea delle grandi apparizioni mariane dei tempi moderni, iniziate a Parigi in Rue du Bac e proseguite a Lourdes e a Fatima fino alle attuali e si riferiscono agli Ultimi Tempi: il Tempo di Maria»;

quando ho infine letto che la Madonna avevaparlatoa suor Maria «di miracoli inimmaginabili» che sarebbero avvenuti«nelle anime, miracoli silenziosi e segreti, ottenuti grazie a preghiere espiatorie incessanti», con una garanzia finale: «Nel momento in cui satana si illuderà di essere il padrone del mondo e penserà di essere sul punto di sedersi sul trono, gli strapperò il bottino dalle mani. La vittoria finale non apparterrà che al mio divin Figlio e a me»;

ebbene, quando ho letto tutto questo, ho avuto subito la sensazione di essere arrivato al bandolo.

(continua)

Guido Verna

2020

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[MC] Massimo Caprara, L’indomito Primate, Il Timone, novembre/dicembre 2002, n.22, p.18

[JM] József Mindszenty, Memorie, Rusconi editore, Milano 1975.

[AT] Attilio Tamburrini, Mille anni dal battesimo, Il Timone, n. 10, Novembre/Dicembre 2000.

[GPII] Giovanni Paolo II, Messaggio in occasione delle celebrazioni del Millennio di Santo Stefano d’Ungheria, Budapest 20 agosto 2000, nel sito web http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2000/jul-sep/documents/hf_jp-ii_spe_20000821_santo-stefano.html

[SST] Stefano d’Ungheria, Esortazioni al Figlio – Leggi e decreti, Città Nuova, Roma 2001.

[OS-IMS] Oscar Sanguinetti – Ivo Musajo Somma, Un cuore per la nuova Europa – Appunti per una biografia del beato Carlo d’Asburgo, con Invito alla lettura di don Luigi Negri e Prefazione di Marco Invernizzi – A cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale, D’Ettoris editori, Crotone 2004.

[PB] Piero Buscaroli, Paesaggio con rovine, Camunia, Milano 1989.

[GV-1] Cfr. il mio La Beatificazione di Giovanni Paolo II e i suoi beati, Recensioni e Storia, 28 aprile 2011, nel sito web 

[GV-2] Cfr. il mio Da Mariazell a Esztergom, da Otto d’Asburgo al cardinale Mindszenty. Fino al beato Carlo d’Asburgo (Parte quarta), Edificati sulla Roccia, 28 aprile 2011, nel sito web 

[GV-3] Cfr. il mio Il picnic per l’inizio della fine del comunismo, Edificati sulla Roccia, parte prima e parte seconda, nei siti web 

[GB] Giorgio Battezzati, Rivelazioni profetiche di suor Maria Natalia Magdolna, nel sito web 

[CM] Claudia Matera, Rivelazioni profetiche di suor Maria Natalia Magdolna. Mistica del XX secolo, Sugarco Edizioni, Milano 2019.  

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