di Guido Verna

giugno 2015

1. Il tempo della Misericordia

2. La santa del tempo della Misericordia

2.1 L’«apostola» e il Papadella Divina Misericordia

2.2 Il mandato: l’Immagine e la Festa

2.3 La prima volta, ad Ostra Brama, la Porta dell’Aurora.

3. Il luogo della misericordia: Ostra Brama, la culla preparata per la nuova devozione

3.1 La sua origine e la «sua» Madonna

3.2 Incendi, miracoli, «lezioni»: la culla quasi pronta

3.3 La devozione alla Madre di Dio di Ostra Brama

4. L’Immagine della Misericordia per il nostro tempo: la sua «lotta» e le sue «avventure»

4.1 L’ira di Dio e le ombre del male

4.2 La «lotta» e le «avventure» dell’Immagine per la sua libertà

4.2 La «lotta» e le «avventure» dell’Immagine per la sua libertà

Nel 1948, le autorità comuniste di Vilnius decisero di trasformare la chiesa di san Michele in un Museo dell’architettura [45] e l’Immagine si trovò senza casa. E qui cominciarono le sue «avventure» degne di una sorta di spy story.

La trasformazione fu lenta e non immediata; la chiesa fu abbandonata e tutti gli  arredi sacri, i quadri, le reliquie ecc. furono rimossi o addirittura distrutti. Tre anni dopo, nel 1951, due signore — Janina Rodziewicz e una sua amica, che conoscevano e veneravano la Divina Misericordia da prima della guerra — trovandosi un giorno a passare davanti alla chiesa, notarono che la porta era socchiusa e approfittarono per guardare un po’ dentro: nella desolazione di un interno ormai vuoto e fatiscente, i loro occhi si posarono sul Gesù Misericordioso dipinto da Kazimirowski che pendeva, solitario e abbandonato, su una parete nuda. Ci vollero un po’ di tempo e molti soldi per convincere il custode a «vender» loro l’Immagine per portarla via e «nasconderla» [46]. La presero infine ridotta alla sola tela — privata cioè della bella cornice dorata nella quale, per undici anni, i fedeli l’avevano venerata —, la avvolsero con molta cura e con altrettanta cautela la trasferirono dalla chiesa ad una soffitta in casa di amici, dove era loro intenzione tenerla nascosta fino a quando la situazione esterna non fosse diventata un po’ meno rischiosa.


Gesù Misericordioso dipinto da Kazimirowski

La Provvidenza — oltre all’assistenza continua prestata all’Immagine perché non si rovinasse, per il tempo in cui era stata abbandonata in quella chiesa svuotata e degradata a museo — intervenne ampiamente anche in questo «salvataggio»: anzitutto, l’Immagine finì non a due signore qualunque, bensì a due signore che da tempo nutrivano nei suoi confronti una profonda devozione; e poi fece in modo che l’una fosse polacca e l’altra lituana, cosicché, con tocco sapiente e pedagogico, lanciò un messaggio «operativo», con un insegnamento che poteva valere per tutti: due nazioni di antica tradizione cattolica vittime «insieme»dell’ombra rossa, dovevano «insieme» organizzarsi e combattere contro di essa per proteggere e conservare i propri valori religiosi.

Quando ritennero che il pericolo fosse diventato tollerabile, portarono l’Immagine —provvidenzialmente «sopravvissuta» anche al freddo e all’umidità della soffitta — nella chiesa dello Spirito Santo, il cui parroco, don Jan Ellert (1893-2000), non nutrendo una particolare devozione verso di essa e non essendo perciò interessato né a conservarla né tantomeno a esporla [47], si limitò a nasconderla nell’archivio.

Il Volto

Ma la povera signora Janina qualche tempo dopo fu arrestata dal nuovo regime comunista e per tre anni dovette soffrirne il carcere. Quando uscì, il suo primo pensiero fu ancora per la «sua» Immagine. Di nascosto la fece restaurare da una specialista, la signora Helena Śmigielska, che si offrì volontaria e operò gratuitamente, creandone anche una copia. Poi nel 1956, la signora Janina si trasferì in Polonia. Ma in quello stesso anno — quando don Jan ricevette la visita di un suo straordinario collega — l’Immagine ritrovò in questo un altro devotissimo “protettore”.

Il collega straordinario di don Jan era don Józef Grasewicz (1904-2000), che era stato ordinato sacerdote dall’arcivescovo Jalbrzykowski e conosceva bene la storia dell’Immagine e della sua origine miracolosa, sia per l’amicizia coltivata in gioventù con don Sopoćko — da cui aveva così tanto imparato da ricordarlo così: «Restare con lui per me è stato provvidenziale, ha avuto un’influenza decisiva per tutta la mia vita» [48] — sia perché era stato il padre spirituale della Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Misericordia [49]. Nella sua vita aveva sofferto molto. Il suo lungo calvario era cominciato nel marzo 1942, quando venne arrestato dai nazisti insieme a tanti altri sacerdoti [50] e trasferito nei campi di lavoro di Prawieniszkach, vicino a Kaunas. Poi, l’ombra bruna diventò rossa e fu preso dai comunisti e deportato in Siberia, nella Repubblica dei Komi, dove rimase undici anni. Liberato solo dopo la morte di Stalin avvenuta nel 1953,tornò a fare il parroco nella sede che gli era stata assegnata prima dell’arresto e della prigionia, cioè a Nowa Ruda [51] — un piccolo paese a sud di Vilnius, distante più di 100 km e oggi in Bielorussia —, dove resse molte parrocchie e dove a lungo fu controllato dalla polizia politica e sottoposto a interrogatori e umiliazioni [52]. Forse gli mancava quel Gesù Misericordioso che in gioventù da don Sopoćko aveva imparato a venerare; e forse sentiva di aver accumulato nei suoi confronti uno smisurato debito di gratitudine per esserne stato riscaldato chissà quante volte nel lungo gelo siberiano; fatto sta che quando, nel 1956,andò a far visita a don Jan nella sua chiesa dello Spirito Santo di Vilnius e seppe che l’Immagine era stata «nascosta» e abbandonata proprio lì, pensò immediatamente che dovesse essere «liberata». Si mise perciò subito in contatto col suo vecchio maestro don Michele, a cui chiese, anzitutto, il permesso di riportarla nel «mondo» e metterla di nuovo a disposizione della venerazione dei fedeli, magari in un luogo più defilato; e poi gli illustrò il piano di «fuga» per realizzare questa rentrée. Alla fine della visita, riuscì a farsi affidare da don Jan — presumibilmente senza incontrare particolari resistenze da parte di quest’ultimo, anzi forse con qualche suo sollievo — l’Immagine che, con grande discrezione e prudenza, trasportò nella sua parrocchia di Nowa Ruda.

La nuova casa era modesta, tutta di legno. Don Józef, senza svelarne a nessuno l’origine miracolosa, appese l’Immagine sulla parete alta tra presbiterio e navata e cominciò — tra i primi in assoluto — a introdurre nella sua chiesa la recita della Coroncina e della Novena della Divina Misericordia, per la soddisfazione del suo vecchio maestro don Michele, ancor più felice del fatto che la «sua» Immagine avesse finalmente trovato un guardiano così consapevole del suo profondo significato e quindi così coscienzioso nella sua protezione e nella diffusione del culto ad essa relativo secondo i modi dettati da Gesù Misericordioso stesso.

Ma passò solo un anno e don Józef dovette lasciare Nowa Ruda, per andare a svolgere il suo ministero sacerdotale nella parrocchia di Krzemienica [53]. Anche il suo successore, don Feliks Sroka (?-…), ebbe però vita breve: per essersi rifiutato di seppellire un suicida nel cimitero, pure lui fu mandato via. E Nowa Ruda rimase a lungo senza parroco. La «solitudine» dell’Immagine preoccupò molto don Michele, che continuava a seguirla con attenzione e con amore: era necessario trasferirla in una chiesa più sicura, dove almeno ci fosse il parroco e magari non fosse tutta di legno per non correre i rischi di un incendio! Affidò quest’incarico a don Józef che subito si rivolse al pittore Piotr Siergiejewicz (1900-1984) perché dipingesse una copia dell’Immagine, per sistemarla nella chiesa di Nowa Ruda al posto dell’originale e poi trasportare quest’ultima in un luogo meno pericoloso. Ma i parrocchiani — che avevano ormai scoperto la «miracolosità» di «quel» Gesù e perciò ad esso si erano molto legati — si recavano in chiesa a pregarlo con incessante continuità e non volevano sentire nemmeno accennare all’ipotesi che potesse essere trasferito altrove [54].

Si arrivò così al 1970, quando anche le autorità comuniste di Nowa Ruda decisero per la nostra chiesa un classico «cambio di destinazione d’uso», trasformandola in un magazzino. Era necessario, perciò, svuotarla e spostare tutti gli arredi in un’altra parrocchia, mandarono tre camion, la circondarono e cominciarono a requisire ogni cosa. A un certo punto, però, una signora che era riuscita a penetrare all’interno — Sofia Grin, madre di suor Teresa, una suora laica della Congregazione di Nostra Signora della Misericordia che ritroveremo più avanti — cominciò a urlare: i distruttori sacrileghi si spaventarono, interruppero lo smontaggio dell’altare e andarono rapidamente via. L’Immagine si era salvata! Ma si era salvata anche — soprattutto! — perché l’«organizzazione» aveva commesso un errore: non aveva dotato i «traslocatori» di una scala sufficientemente alta per raggiungerla e rimuoverla!

La Chiesa di Nowa Ruda:
in alto al centro, l’Immagine miracolosa
La Chiesa di Nowa Ruda: l’Immagine miracolosa

Così, per più di quindici anni, grazie a una scala con pochi pioli, Gesù Misericordioso rimase da solo, lassù in alto, al freddo e all’umidità, in quella ex chiesa degradata a magazzino, ignoto — provvidenzialmente! — ai nuovi padroni comunisti…

Le preoccupazioni di don Sopoćko — che, come don Józef, aveva molto sofferto tutti e due i «mali» del secolo [55]— aumentarono: la situazione politica in quel momento era piuttosto tesa e c’era il pericolo della distruzione dell’Immagine, magari per il fuoco appiccato da qualcuno alla sua casa tutta di legno. Don Sopoćko aveva imparato a conoscere la «natura» dell’«avversario» tanti anni prima, nell’estate del 1920. Ad agosto aveva vissuto intensamente l’eroica difesa di Varsavia e il «miracolo della Vistola» con la vittoria contro l’offensiva sovietica, tanto intensamente che «[…] dopo anni, nelle sue Memorie commenterà questi eventi come una disposizione straordinaria della Divina Provvidenza e come segno di Misericordia Divina per la Polonia, grazie alle preghiere dei fedeli che nell’agosto di quell’anno affluirono in folla nelle chiese.[Ebbene, in quella stessa estate del 1920] […] fu aggredito mentre tornava da solo dall’ospedale in via Dzika. L’intervento dei soldati che si trovavano nei pressi lo salvò forse dal peggio. Uno degli aggressori arrestati era un capo dei comunisti noto alla polizia  [che]. […] organizzava incontri nel cimitero» [56].

La «solitudine» del suo Gesù non soltanto era tale per l’assenza di un parroco, ma lo era ancor di più per l’assenza coatta dei «fedeli». La sua «casa» — dove non gli faceva più compagnia nemmeno il bel quadro della sua Madre di Ostra Brama che per tanti anni aveva ammirato dall’alto — si era trasformata in un ambiente non definitivamente «ostile» verso di Lui solo perché, grazie alla Provvidenza, i «magazzinieri» erano del tutto «ignoranti» su chi e cosa rappresentasse quell’Immagine che pendeva sulle loro teste. Don Sopoćko più volte richiese di riportarla in quella che riteneva fosse la sua legittima «casa», cioè nel santuario della Porta dell’Aurora dove per la prima volta Gesù Misericordioso si era fatto conoscere al mondo. La richiesta non ebbe purtroppo successo e questo grande sacerdote dovette soffrire per la condizione in cui era ridotto il «suo» Gesù fino al 15 febbraio 1975, quando morì nella sua stanzetta di Byalistok.

Solo nel 1982, sette anni dopo la sua morte, qualcosa cominciò a muoversi.

Don Józef —il fedele amico di don Michele e dell’Immagine, allora parroco a Krzemienica — reiterò la richiesta all’allora vicario del Santuario di Ostra Brama, il bielorusso don Tadeusz Kondrusiewicz, attuale arcivescovo di minsk, che però la considerò impraticabile, proponendo invece di esporre l’Immagine nella chiesa dello Spirito Santo, dove si era «nascosta» a lungo dal 1948 al 1956 e dove era parroco un altro bielorusso, don Aleksander Kaszkiewicz, oggi vescovo di Grodno [57]. Ma per il vicario ostavano considerazioni di carattere politico ed ecclesiastico, per le quali riteneva difficile che i laici lituani e quelli polacchi potessero trovare un accordo. Il punto era che molti polacchi consideravano l’Immagine anche in termini «nazionali», per via dei colori dei raggi uscenti dal cuore di Gesù che erano bianco e rosso come quelli della loro bandiera. In questa prospettiva, la proposta di esposizione nella chiesa dello Spirito Santo poteva apparire parziale e non neutra, giacché si trattava della chiesa di Vilnius polacca per eccellenza. Ma infine, dopo aver vinto ogni remora, don Aleksander accettò di ospitare l’Immagine; e non più nascostamente, ma scegliendo l’altare dove esporla alla venerazione dei fedeli.

La palla tornò allora a don Józef che si trovò a dover organizzare la seconda «operazione trasloco», questa volta però ancor più complicata della prima perché implicante anche il «trafugamento», necessario e quasi obbligato non solo per non suscitare la «curiosità» dei comunisti che avrebbero potuto sequestrare o distruggere l’Immagine, ma anche per non generare reazioni nei fedeli di Nowa Ruda che tanto si erano legati ad essa.

L’operazione scattò in una notte del novembre 1986.

Una pittrice di Grodno, Maria Gawrosz (?-…), aveva dipinto una copia dell’Immagine di Nowa Ruda. Da Adelsk — o Odelska, oggi in Bielorussia, a una sessantina di km da Nowa Ruda — arrivarono con tutto il materiale suor Teresa Grin e sua madre Sofia, suor Cecilia Obuchowska, la signora Jadwiga Chitruszko, e l’autista signor Waclaw. Nottetempo, in silenzio, queste donne generose e coraggiose — Waclaw mi perdonerà, ma il peso femminile nell’operazione fu schiacciante —, andarono in chiesa, smantellarono una parte del tetto di legno, staccarono il quadro e rimossero l’Immagine originale dalla cornice, nella quale sistemarono la copia per poi riappenderla come se niente fosse successo. Avvolsero quindi in un rotolo di tela il Gesù Misericordioso autentico e lo trasportarono a Grodno. Da lì — erano passati trent’anni da quella «fuga» del 1956! — Gesù Misericordioso poteva finalmente tornare a Vilnius, il suo paese «natale», nella stessa chiesa dello Spirito Santo da cui era cominciato il suo esilio. Suor Cecilia consegnò in confessionale l’Immagine a Don Alexander, che qualche giorno dopo la fece collocare sull’altare laterale predisposto per essa: i fedeli potevano finalmente tornare a inginocchiarsi davanti al loro Gesù e sollecitare di nuovo la sua Misericordia, guardandolo negli occhi e facendosi trafiggere dai suoi raggi!

Va sottolineato, di passaggio, come la «vita» dell’Immagine sia stata direttamente garantita per ben due volte — nel caso appena descritto e in quello già riportato del 1951, quando la signora Janina e una sua amica lo nascosero in una soffitta, per poi portarlo nella chiesa dello Spirito Santo — da audaci e generosi interventi femminili, senza dimenticare gli interventi indiretti a favore del suo principale mentore, il beato don Sopoćko, altrettanto intrisi di coraggio e generosità, come quelli delle Suore Orsoline, dell’amica filologa, della sua inserviente, dell’impiegata dell’ufficio statale [58]. Il culto alla Divina Misericordia deve molto, moltissimo alle donne.

Se don Michele morto nel 1975 poteva gioire dal Cielo per il ritorno a Vilnius dell’Immagine e per la conseguente ripresa della devozione alla Divina Misericordia, don Józef, dal canto suo, avrebbe finalmente potuto riposarsi un po’, esercitando con serenità il ministero sacerdotale nella sua piccola e defilata parrocchia di Krzemienica. Ma non fu così: perché anche lì, purtroppo, ritrovò la persecuzione da parte dei comunisti, che fu costretto a patire ancora, questa volta perché organizzava proteste contro la distruzione delle croci sulle strade [59]. Quel Gesù Misericordioso per il quale si era battuto coraggiosamente per tutta la sua lunga vita sacerdotale, gli concesse però una meritata tregua finale, quando gli fu assegnata la cura delle anime della tranquilla parrocchia di Sant’Antonio e dell’Epifania a Kamianka [60], più vicina a Nowa Ruda e altrettanto piccola e defilata. Qui, il primo marzo del 2000, all’età di 96 anni, don Józef salì al Cielo a ritrovare il suo vecchio maestro don Michele. Fu sepolto nel recinto dietro l’altare maggiore della chiesa. E nella lapide in marmo nero non poteva mancare Gesù Misericordioso, che benedice lui e tutti i fedeli che vanno a trovarlo e a portargli fiori.

Ma i «traslochi» dell’Immagine non erano ancora finiti. Rimase nella chiesa dello Spirito Santo per molti anni [61], quasi venti, fino al 2005, durante i quali vide tornare liberi la Lituania e insieme il culto verso la sua Misericordia. Ma, come già prima messo in evidenza, questa chiesa a Vilnius era la chiesa polacca per eccellenza, tanto che vi si celebravano messe solo in quella lingua. Perciò, all’inizio del 2004il Metropolita, il cardinale Audrys Juozas Bačkis, mentre era presidente della Conferenza Episcopale Lituana, per renderne il culto più «universale» stabilì l’ultima tappa del lungo itinerario dell’Immagine: dalla chiesa dello Spirito Santo doveva trasferirsi nella stessa strada — via Dominikonu — nella vicinissima chiesetta della Santa Trinità, frequentata dai fedeli di ogni nazione. La chiesa fu riconsacrata come Santuario della Divina Misericordia [62], ma i parrocchiani polacchi della chiesa dello Spirito Santo non presero bene questa decisione: per ben diciassette mesi protestarono giorno e notte contro di essa, ritenendo inadeguata la nuova «sede» [63]. Meglio, se mai, sarebbe stato riportare l’Immagine nella chiesa di San Michele o comunque in una chiesa di dimensioni adeguate, tra le tante di cui Vilnius, la «città delle chiese», la «Gerusalemme del nord», era ricca…

Ma il cardinale Bačkis fu irremovibile. Il lungo itinerario dell’Immagine era arrivato alla fine: la chiesa della Santa Trinità sarebbe diventata per sempre il suo Santuario.

Vilno, Santuario della Divina Misericordia

(fine)

Guido Verna

2015

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Testo non rivisto di una conferenza tenuta per la prima volta a Ferrara il 18 giugno 2015 nella sede di AC.

Tutte le citazioni indicate con D e un numero, fanno riferimento all’articolazione riportata in Santa Maria Faustina Kowalska, Diario. La misericordia divina nella mia anima, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004. Analogamente si farà riferimento a tale libro quando si scriverà semplicemente Diario.

[45] Si tratta di uno dei classici «cambi di destinazione d’uso» imposti dai comunisti agli edifici religiosi. A Vilnius, la cattedrale dedicata ai santi Stanislao e Ladislao fu adibita a pinacoteca, mentre la chiesa di San Casimiro — forse perché si trattava del santo protettore della Lituania — fu destinata più «impegnativamente» ad accogliere il Museo dell’ateismo. 

Come riporta più dettagliatamente André Martin, con particolare riferimento a Vilnius:

«L’occupazione della Lituania si distinse per un’opera massiccia e metodica di demolizione dei luoghi di culto, chiese e cappelle. gli edifici che sfuggivano i bulldozer erano destinati «a scopi profani»: autorimesse, cinematografi, magazzini.  nella sola Vilnius, ventisei chiese e 16 cappelle — fra le quali autentici capolavori di architettura — furono adibite dalle autorità civili ad usi diversi da quelli per cui non state costruite.  ecco alcuni casi particolarmente indicativi:

– la cattedrale di San Stanislao, costruita nel 1387 dal re Iagellone, con una facciata ornata da numerose statue di santi, subì la distruzione delle statue e venne trasformata in una galleria d’arte;

– la chiesa di San Giovanni Battista e San Giovanni apostolo, costruita tra il 1387 e il 1423: trasformata in una cartoleria

– la chiesa d’Ognissanti, del 1620: magazzino;

– la chiesa di San Francesco d’Assisi: Istituto delle Belle arti;

– la chiesa degli apostoli Filippo e Giacomo, del 1642: in abbandono;

– la chiesa di santo Stefano martire: magazzino;

– la chiesa di santo Michele Arcangelo: esposizione di apparecchiature sanitarie;

– la chiesa del Sacro Cuore di Gesù: locale di un circolo comunista;

– la chiesa di sant’Ignazio: cinematografo;

– la chiesa di san Giorgio: libreria;

– le chiese della santa croce, di Gesù crocifisso, dell’Ascensione e dell’assunzione, della Divina Provvidenza, di san Bartolomeo: depositi e magazzini.

ma la sfida più brutale lanciata ai credenti fu quella del 1965, quando il santuario di San Casimiro, patrono della Lituania, venne trasformato in museo di ateismo». (André Martin, Lituania – terra di fede, terra delle croci, Edizioni Paoline, Roma 1977, pp.65-66)

[46] Questa cronaca è stata tratta da Teresa Tyszkiewicz, Un peu d’histoire, 2012-08-30,  in  http://www.aimez-vous.org/pg/fr/la_divine_misericorde/un_peu_dhistoire.html e in Idem, My Gaze Rests On Him, in http://www.loamagazine.org/nr/divine_mercy/my_gaze_rests_on.html

Esiste però un’altra versione degli avvenimenti desumibile dal sito Il messaggio della Divina Misericordia della  Congregazione delle Suore di Gesù Misericordioso, secondo cui «Nel 1948, dopo la chiusura forzata della chiesa di San Michele da parte di autorità comuniste, il quadro (senza la cornice e senza la scritta apposta su di essa) fu acquistato in segreto e illegittimamente da un operaio lituano addetto alla liquidazione dell’arredamento del tempio. Due donne devote della Divina Misericordia (una polacca ed una lituana), consapevoli delle pesanti ritorsioni delle autorità sovietiche, portarono fuori dalla chiesa la tela avvolta in un rotolo e per un certo tempo la tennero nascosta in soffitta, in attesa della fine di eventuali pericoli. Successivamente trasferirono il quadro nella chiesa dello Spirito Santo, dove vennero depositate anche tutte le suppellettili appartenenti alla chiesa liquidata. Il parroco della chiesa dello Spirito Santo, don Jan Ellert, non era interessato a conservare il quadro, né ad esporlo e lo nascose nell’archivio  retro della chiesa» (in www.faustina-messaggio.com, capitolo La storia della immagine di Gesù Misericordioso).

[47] Cfr. Il messaggio della Divina Misericordia cit. in nota 38.

Ma, a mio parere, don Jan poteva comprensibilmente avere più di qualche altra ragione, come mi sembra emerga con evidenza dalle brevi note biografiche seguenti.

Egli fu anzitutto arrestato dai nazisti nel 1942, rimanendo nella prigione di Lukiszki a Vilnius, fino al 7 luglio 1942, quando fu trasferito a Wiłkowyszek, dove fu internato fino al 17 ottobre. Da qui fu portato nel campo di lavoro di Szałtupiu vicino Kaunas (estrazione e essiccazione della torba, e preparazione di nuovi terreni agricoli). Alla fine del 1943, mentre lavorava si ruppe una gamba. Zoppicante, fu assegnato alla cucina, finché il 10 giugno 1944 lo portarono all’ospedale della prigione di Kaunas, e poi a quello della prigione di Lukiszki. Tornò libero il 23 giugno 1944, previo, per tre mesi, un controllo ogni due settimane della Gestapo.

Ma tornò libero per poco:  nel dicembre del 1946 fu di nuovo arrestato, ma questa volta dai comunisti.  L’atto d’accusa, firmato 28 marzo 1947 dal vice ministro della sicurezza nazionale della Repubblica socialista di Lituania, colonnello Lesnowa, motivava «classicamente» l’arresto: «ostile al regime sovietico, agente del Vaticano, membro associazione a delinquere nazionalista polacca contro regime sovietico». E ancora: «nei mesi di agosto e settembre 1944 in giro e nel suo appartamento privato a Vilnius ha parlato di politica calunniando  il PCUS e l’Autorità Sovietica”. Infine, riconosciuta la mancanza di prove sufficienti di colpevolezza, l’imputato è stato rilasciato e il caso è stato chiuso.

Le informazioni biografiche su don Jan sono state assunte da Fr. Tadeusz Krahel, Padre Jan Ellert  in w służbie Miłosierdzia, Dipartimento di Pastorale Białystok Curia Metropolitana, Luglio 2009, n. 7/2009, in

http://www.wsm.archibial.pl/wsm58/art.php?id_artykul=728

[48] Cfr. Ks. Prałat Józef Grasewicz i Obraz Jezusa Miłosiernego – gloria.tv in

http://gloria.tv/?media=346177&language=vpf2dkY3fFL

[49] Il centro della spiritualità della Congregazione consisteva nella lode, nell’adorazione e nella diffusione del culto della Divina Misericordia e della Beata Vergine Maria come Madre di Misericordia.

[50] Il 3 marzo avvenne l’arresto di un cospicuo numero di sacerdoti, seminaristi, chierici e docenti dell’Università Stefan Batory  di Vilnius, poi trasferiti nel campo di lavoro di Prawieniszkach. In questi frangenti, vittime di un analogo «destino», don Józef e don Jan presumibilmente si conobbero e fecero amicizia.

[51] Per avere un’idea del villaggio in cui l’Immagine rimase per trent’anni (1956-1986), non più relegata e impacchettata in un archivio ma esposta al culto «pubblico» e contemporaneamente ancora «nascosta» al potere sovietico che diventava sempre più aggressivo e antireligioso, riporto i risultati del censimento del 1921. Allora il villaggio era composto di 75 case e 389 abitanti, di cui 173 uomini e 216 donne. Dal punto di vista dell’appartenenza religiosa, si contarono 369 cattolici, 12 ortodossi e 8  ebrei, mentre con riferimento alla nazionalità  si registrarono 377 polacchi, 5 bielorussi e 7 “altri”.

Cfr. http://pl.wikipedia.org/wiki/Nowa_Ruda_%28Bia%C5%82oru%C5%9B%29

[52] Cfr. Ks. Prałat Józef Grasewicz i Obraz Jezusa Miłosiernego in http://gloria.tv/?media=346177&language=3SsSaAhCEfb

[53] Krzemienica, oggi in Bielorussia, nella provincia di Grodno, è un piccolo paese situato circa 70 km a sud di Nowa Ruda. La sua chiesa è dedicata al Corpo di Cristo e a san San Giorgio.

[54] La copia realizzata dal pittore Siergiejewicz non mi risulta «esposta» da nessuna parte, né in quel periodo né oggi. Si può presumere che in quel frangente il progetto di sostituzione dell’originale con la copia sia rientrato proprio per queste visite incessanti dei fedeli, per via delle quali si riteneva potessero insorgere molte difficoltà nell’operazione.

[55] Nel 1939, per cominciare, don Sopoćko vide svanire il suo sogno di costruireuna nuova chiesa dedicata alla Divina Misericordia nel quartiere di Snipiszki, abitato da artigiani e militari, perché arrivarono le truppe sovietiche e «rubarono» i mattoni accumulati dai fedeli per utilizzarli nelle loro fortificazioni. E sparirono anche i risparmi depositati in banca allo scopo.

Nel 1940 — con l’occupazione di giugno dell’Armata Rossa che dopo un mese incluse la Lituania nell’Unione Sovietica come quindicesima repubblica — fu obbligato a far cessare la sua attività pastorale e fu impedita la pubblicazione del suo trattato «De Misericordia Dei…».

Anche qui vale la pena far notare, di passaggio, il contributo femminile alla diffusione della devozione alla Divina Misericordia. Si riuscì a far stampare l’opera di Don Michele grazie alla sua collaboratrice, filologa classica, Jadwiga Osiñska, che, insieme ad amici, ne ciclostilò dapprima alcune copie e poi fece in modo che arrivassero a persone «libere» di partire da Vilnius. Solo grazie al suo coraggio il trattato poté essere stampato, moltiplicato e letto dal mondo intero.

La diffusione della dottrina della Divina Misericordia fece accendere le luci del sospetto sul suo «predicatore», che solo grazie all’avvertimento di un’impiegata dell’Ufficio dello Stato civile — un’altra donna! — riuscì a evitare l’arresto.

Nel 1941 il colore delle ombre cambiò di nuovo: tonò il bruno dei tedeschi. Don Michele da tempo frequentava ebrei, li aiutava materialmente e insieme li catechizzava per prepararli al battesimo (gli riuscì per sessantacinque di essi). Rischiò molto, ma grazie a Dio la Gestapo lo arrestò solo per alcuni giorni. La pressione tedesca aumentò, fino ad arrivare, nella domenica prima di Natale, alla chiusura di tutte le chiese di Vilnius, con la scusa di una possibile epidemia; ma soprattutto fino ad arrivare, quel famigerato 3 marzo dell’anno successivo, all’arresto di professori e alunni del seminario e di quasi tutti i sacerdoti di Vilnius, compreso, qualche giorno dopo, l’arcivescovo Jalbrzykowski. Don Sopocko riuscì a salvarsi perché la domestica — ancora una donna! — fece i tempo ad avvertirlo della visita Gestapo nel suo appartamento. Con una carta d’identità falsificata, andò ad abitare in una casetta isolata, fuori nel paese di Czarny Bór, che le Suore Orsoline avevano affittato. Qui si «trasformò» in un falegname, realizzando per gli abitanti anche arnesi semplici e piccoli mobili e i tedeschi non riuscirono a ritrovarlo.

Nell’autunno del 1944, fu richiamato a svolgere il suo ruolo di professore nel seminario di Vilnius, dove riprese con coraggio e con entusiasmo anche la sua attività pastorale, predicando in giro nelle campagne e diffondendo la devozione alla Divina Misericordia.

Ma intanto l’ombra rossa che gravava di nuovo sulla Lituania aveva ricominciato a stringere i freni, soprattutto in ordine all’attività di catechesi. Don Michele non si fermò, tenendo corsi clandestini, frequentati da decine di persone. Fu convocato dalle autorità comuniste e ammonito severamente. Poiché il rischio di ulteriori sanzioni — che potevano arrivare fino alla deportazione in Siberia — si faceva sempre più alto, l’arcivescovo pensò prudentemente, nel luglio 1947, di trasferirlo a Bialystok, dove arrivò ad agosto, dopo essere andato a salutare per l’ultima volta la Madre di Misericordia di Ostra Brama, e dove il 15 febbraio 1975 morì (vedi nota 9).

[56]In http://www.santiebeati.it etc. cit.

Il racconto biografico prosegue con questa significativa informazione, che da la misura non solo del valore già riconosciuto a don Sopocko ma anche della pericolosità del clima in cui egli si trovò ad operare: «Dopo questo episodio a don Michele fu assegnata una piccola carrozza e un attendente per garantirgli la sicurezza durante i suoi spostamenti tra l’ospedale e le divisioni affidate alla sua cura pastorale. Fu il maresciallo Józef Pilsudski in persona a dare questo ordine. Aveva l’abitudine di venire a trovare i soldati, alcune volte all’anno. Il Maresciallo scorgeva sempre il cappellano e salutava prima lui. Quindi, appena seppe di quest’aggressione ordinò delle misure particolari per garantirgli la sicurezza».

[57] Grodno è un’antica città di circa 300 mila abitanti. Oggi è uno dei sei capoluoghi di regione della Bielorussia, ubicata poco più a sud dell’incrocio delle linee di confine tra la Bielorussia stessa e la Polonia e la Lituania.

[58]Cfr. nota 54.

[59] Cfr. G.Verna,  In memoria di Romas Kalanta: i “fuochi” della libertà e la guerra delle croci – Parte terza – La guerra delle croci in 

http://www.siciliacristiana.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=1222&Itemid=328

[60] Kamianka è un paese di ridotte dimensioni che oggi si trova in Bielorussia ed è a circa 35 km da Nowa Ruda.

[61] Nel 2003 l’Immagine fu accuratamente restaurata per riparare in modo finalmente profondo i danni patiti nel corso della sua avventurosa «vita».

[62] Le lamentele con cui si alimentava la protesta verso la nuova sede dell’Immagine, erano relative alle sue dimensioni troppo ridotte, alla mancanza di servizi adeguati e alla difficoltà di praticare in modo agevole e fruttuoso la preghiera individuale e l’adorazione di Gesù Misericordioso, per la sua ubicazione in prossimità di una sala di divertimenti.

[63] Il servizio di preghiera nel santuario fu affidato alle suore della Congregazione di Gesù Misericordioso. E, come a chiudere il cerchio, la casa (in via Rasu, 6) che era stata di don Sopoćko e del pittore Kazimirowski e in cui fu dipinto, sotto la direzione di suor Faustina, il Gesù Misericordioso originale, diventò la loro casa.

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