La cronaca dell’avvenimento (1 di 3)

di Guido Verna

13 maggio 1999, bicentenario del martirio.

1. Il prologo a Montecassino

Il 15 dicembre 1798 il re di Napoli Ferdinando IV (1751-1825) si imbarca sulle navi inglesi, verso la Sicilia. Poco più di un mese dopo — il 23 gennaio 1799 — viene proclamata la repubblica partenopea.

Ma già a primavera i rivoluzionari francesi sono costretti, dall’esercito borbonico — riorganizzato dal cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827) — e dall’esasperazione del popolo — vessato da tasse e requisizioni — ad abbandonare la città e il territorio partenopeo. L’epopea sanfedista scrive pagine gloriose.

La parte più cospicua di soldati prende la via litoranea verso Gaeta e Terracina, contrastata eroicamente dalle bande di Fra Diavolo [al secolo Michele Pezza, (1771–1806)]; un’altra parte (circa 15.000 uomini) preferisce, invece, passare all’interno.

Il 10 maggio, comandati dal generale Olivier [Jean-Baptiste, (1765-1813)], giungono a Cassino, una città ormai svuotata, con gli abitanti rifugiati sulle montagne. I «guardiani del monte» — così chiamati da Luigi Tosti (1811-1897), abate di Montecassino — non potevano vedere quello che accadeva in basso «per la nebbia densissima che come bianco lenzuolo ricopriva la valle» [1]. Ma dopo la Messa, conoscendo bene questi francesi, il rumore dei cannoni che si alza fin lassù e che la nebbia può solo attutire ma non certo fermare li convince a lasciare l’Abbazia. Portano con loro solo qualche preziosa reliquia e qualche altro oggetto sacro, rifugiandosi a Terelle. Nell’Abbazia rimangono soltanto un anziano monaco, padre Giovanbattista Federici (1737-1800), il maestro dei novizi, i novizi e un altro giovane monaco, Enrico Maria Gattola. Agli ottanta francesi che arrivano al monastero — armati fino ai denti — fanno trovare le porte aperte. Nel cortile cercano di placarli, ma senza successo, per cui «sciolta ogni licenza, erupprero come un torrente nel monistero a predare, ed a guastare peggio che Saraceni».

Ma la furia francese non era solo predatoria: c’era quell’in più che caratterizza tutte le azioni dell’esercito napoleonico di quel periodo e che permette di cominciare a capire il perché di quello straordinario fenomeno che va sotto il nome di Insorgenze — cioè «la spontanea resistenza armata delle popolazioni italiane in difesa della fede cristiana e della tradizionale società organica permeata dal cattolicesimo contro l’invasione delle armate e delle idee rivoluzionarie nel periodo 1796/1814» [2] —: l’odio contro la religione e i luoghi sacri.

Padre Gattola cerca ancora di fermarli sulla porta dell’Archivio, ma un «fendente di scimitarra […] sul collo» lo riduce al silenzio, senza ucciderlo. E i francesi «infuriarono spietatamente su quel santuario di antica scienza, rimescolarono tutte le scritture, le gittarono al suolo, le dispersero fino negli orti, le adoperarono ad involgere cibi; strapparono e infransero i suggelli dai diplomi, lacerarono molti codici: e poi nel bel mezzo dell’archivio molte scritture abbruciarono. Fu provvidenza di Dio che tutto il monistero non andasse in fiamme».

Ma l’in più non è solo furia iconoclasta, è odio contro la sostanza della nostra fede: «Ma nella Chiesa fu abominazione e desolazione a un tempo. Corsero difilato all’altare ove adorasi la Santa Eucarestia, coll’elsa delle spade ruppero quella porticciuola che serra nel tabernacoli il Sagramento, e dato di piglio alla Pisside se la portarono con le sante ostie, orrendo a dirsi! […]. Nella sagrestia fu tutto messo a sacco, e con furore così cieco che non è facile descrivere. Le reliquie dei santi chiuse nell’argento strappavano e gittavano; il Crisma e i santi Olii versavano per terra, pel poco argento dei vaselli che li contenevano».

È odio contro la forma della nostra fede: «Vero è che delle molte ricchezze non era rimasto ben poca cosa: ma erano ancora preziose vestimenta da usare nei santi misteri, le quali per antichità e per eccellenza di lavoro sarebbero state a dì nostri una maraviglia. Tra queste era quel pallio regalato a S.Benedetto da gran capitano Consalvo [Gonzalo Fernández de Córdoba, generale spagnolo, noto come Consalvo Ernandes di Cordova, Gran Capitano del Regno di Napoli, viceré di Ferdinando il Cattolico dal 1504 al1506, (1453-1515)], che indossava quanto trionfante entrò in Napoli […]. Adunque tutto quello che rimaneva delle antiche ricchezze fu predato, ed ecco come. Vollero que’ repubblicani aggiungere lo scherno e le beffe a quel sacrilego saccomanno. Prima di portar fuori dalla Chiesa quelle sante vesti, se le indossarono come per andare a cerimonia religiosa: ciascuno aveva addosso una pianeta o un camice, o piviale od altro, e recava in mano un torchio di cera acceso. Si affilarono in lunga processione con certa gravità beffarda, e a due a due lentamente incedendo, muovevano alla Chiesa sotterranea. Gli affiliati poi a voce di salmi con incomposte voci cantavano la Marsigliese, e certe canzonette da bordello, che ad ora ad ora interrompevano con iscoppî di grosse risa, proverbiandosi a vicenda per la vista che ciascun faceva di se con quelle strane vesti addosso».

È odio contro il rito e il luogo della nostra fede: «Intanto nel coro ritto in piedi era certo uomo, che con altissima voce cantava salmi ma con tanta verità di armonia, che dava a conoscere, lui essere cherico o frate, e saputo di quelle cose tenendo aperto innanzi un messale o un breviario. Non mancarono a quella cerimonia di bestie anche i somari, perché coloro per portare la preda, avevano introdotto in Chiesa anche gli asini, i quali si aggiravano nella casa di Dio, ma non profanandola tanto quanto i loro conduttori».

È una storia conosciuta. Nihil novi sub sole: lo spirito della Rivoluzione ha radici antiche. Lo schiaffo del soldato, la corona di spine, l’aceto … e poi la divisione della tunica; non si fanno davvero mancare nulla: «Poiché furono sazî di quegli scherni e contumelie contro Dio e la sua religione, si divisero la preda, facendo a brani quelle sacre vesti e abbruciandole per cavarne l’oro e l’argento che c’era nel tessuto».

Ma — come per ogni uomo — anche per i francesi il corpo vuole la sua parte: «Volgeva la sera di quel funestissimo giorno, e stanchi ma non contenti del guasti e del sacco, si misero que’ predoni a gozzovigliare nel modo il più stemperato del mondo». Fanno fuochi con porte e libri, mangiano e bevono a dismisura: «ed a vederli, se non ti avesse fatta fede contraria il luogo in ch’erano, avresti detto, coloro essere uomini di nuovo mondo, aspettanti un Colombo che li scoprisse».

«Così corse la notte». Dal basso, a chi guardava la grande Abbazia sulla cima del monte, questa «pareva che racchiudesse un’ardente fornace». Il mattino dopo, Montecassino era una desolazione: «Soli si aggiravano nei vasti dormitori i pochi monaci, muti e sconfortati: e non spingevano passo che non calpestassero rottami, libri, tizzi ancor fumanti, carni mezzo abbrustolite».

Anche in basso, però, i francesi non si smentiscono: centocinquanta morti, due terzi delle case bruciate («e il rimanente stette in piedi per pioggia opportuna che sopravvenne»). E «non perdonarono a sesso ad età nella sfrenatezza delle loro libidini, si abbandonarono ad ogni più stupida ferocia. Nelle vie vedevansi gli uccisi oscenamente giacere cogli ammazzati animali; e troncato il capo ai cadaveri, alla sanguinosa cervice adattavano teste di porci, ed a questi teste umane».

2. La grande strage di Isola Liri, poi quella di Casamari

Quest’ampia premessa mi è parsa assolutamente opportuna per il valore paradigmatico che fornisce la descrizione di quanto avvenuto nell’altra grande Abbazia della provincia.

L’11 maggio, nelle terre di S.Tommaso, ad Aquino le truppe francesi saccheggiano la cattedrale, dove non lasciano — come riporta un canonico nel libro dei conti — «neanche un candeliere» (p.8); a Roccasecca, uccidono cinque persone [3].

Il 12 maggio, guidati dai generali Watrin [François, (1772-1802)] e Olivier, i francesi arrivano a Isola Liri, dove fanno più di 600 morti — fra cui nove sacerdoti — su una popolazione  di circa 2000 abitanti!  Le devastazioni sono proporzionate alla loro crudeltà. L’episodio della madre fatta a pezzi con il bambino in braccio è emblematico. «Quasi nello stesso momento in cui entravano i Francesi in questa terra saccheggiando, devastando, ammazzando, incendiano nacque Adeodato figlio dei coniugi Giuseppe di Ammassa e di Teresa di Sciucca. Adeodato fu battezzato dall’ostetrica, ma volò in cielo tra le braccia della madre fatta a pezzi mentre fuggiva in montagna» [4].

Il 13 maggio a Monte S.Giovanni Campano — come si legge sul registro dei morti — uccidono undici persone [«una donna fu bruciata viva» (p.9)].

Alle otto di sera del 13 maggio — «quando ormai la piccola comunità si accingeva al canto della compieta prima del magnum silentium» (p.16) — un gruppetto di soldati francesi, circa una ventina, fa irruzione nell’abbazia di Casamari.

Vogliono, anzitutto, mangiare e bere. Si ubriacano, versano in terra olio e vino (25 botti!), poi — seguendo il rituale che abbiamo conosciuto a Montecassino (anche se qui hanno pensato prima al corpo…) — vanno diretti in chiesa, dove  prendono la pisside nel ciborio e gettano in terra le Ostie consacrate. «Avvedutisi li  monaci e secolari di tale empietà, il padre don Domenico [Zawrel, (1725-1799)] ed il signor D. Bernardino Cianchetti raccolsero le sante particole, le posero in un calice di ottone, e lo posero dentro al ciborio della sagrestia che esisteva nella credenza maggiore» [5].

Ma i francesi sono implacabili: tornano in chiesa, distruggono il ciborio dell’altare maggiore e la sagrestia, «con tutti li credenzoni e li reliquiarii» (p.18).

Il rumore è tanto che se ne accorge anche un ufficiale, che fa allontanare i soldati e permette — scortandolo — a Fra Eustachio (Migliorati, corista) di portare il calice con le Ostie «nell’altare della cappellina (di sopra vicino al salone dell’orologio) interiore detta dell’Infermeria» (p.18) (una cappellina che sembra avere una particolare predilezione per i martiri…) [6].

I soldati francesi non si danno però  per vinti. Prima ne torna uno, prende il calice e butta in terra le Ostie consacrate. Insieme a Fra Dosideo di Pofi e a Fra Albertino Maisonade, Padre Domenico raccoglie le particole con amore e con sofferenza, le avvolge in un corporale e le ripone nell’altare. I soldati della Rivoluzione sono però implacabili: ne arrivano altri tre, li perquisiscono e infine trovano il corporale nell’altare. Chiedono argento, ma ovviamente non ce n’è. E allora con due sciabolate alla testa uccidono Fra Albertino; poi feriscono, sempre con due colpi di sciabola, uno al braccio e uno al fianco, Fra Dosideo. Su Padre Domenico la sciabola scende due volte sulla testa ed altre volte sul corpo: muore dicendo Jesus Maria, la sua giaculatoria preferita.

Fra Dosideo — malgrado i Francesi, al ritorno nella cappellina, essendosi accorti che respirava ancora, lo facciano cadere pesantemente in terra — riesce a scappare.

Ma il sangue versato fin qui non basta a placare la furia giacobina. Trovano nella camera il priore Padre Simone Maria (Cardon) — un francese come loro, di Cambrai — e lo finiscono, in maniera particolarmente efferata, con le sciabole e una accetta; «gli fu spaccata la testa in più punti e tagliate in minuti pezzi le dita» (p.20).

Nel corridoio del noviziati incontrano Fra Modesto di Borgogna — un converso, francese anche lui! — e lo uccidono «con un archibugiata e con colpi di sciabola» (p.20).

Fra Maturino di Parigi, — ancora un francese! — oblato, viene colpito nello stesso corridoio e allo stesso modo, ma muore nella sua stanza.

Fra Zosimo, milanese, converso, riceve gli stessi colpi  «sotto la croce per andare in refettorio» (p.20) ma non muore subito; si nasconde e tre giorni dopo, mentre cerca di raggiungere «Bauco [oggi Boville Ernica, ndr] per ricever l’olio santo […]muore fuori dal Monastero» (p.20).

L’ultimo — Fra Eggidio (sic) Milanese — è «ferito mortalmente [ma sarebbe morto qualche ano dopo, precisamente nel 1803, ndr] nelle braccia e nella testa» (p.20).

Fra Palemone Baret, riesce a rimanere vivo solo perché «mentre scendeva le scale per fuggire, per miracolo della B.Vergine dipinta a capo delle scale (con S.Bernardo che riceve da lei il latte), la palla della schioppettata sparata contro di lui andò a colpire il muro» [7]. Si nasconde nella Pastoreccia — il campo della clausura — ma ha il coraggio di tornare nella sua camera a prendere lo strumento privilegiato di “lavoro”: il suo Breviario.

Gli altri monaci erano intanto riusciti a fuggire e a rifugiarsi a Scifelli, portandosi appresso solo qualche arredo sacro («9 pianete, 9 dalmatiche, 32 stole, tre mitre e sei sottotovaglie») [8].

L’ipotesi maligna sulla “furbizia” dell’Abate Romualdo Pirelli (1754-1822) [9], che — avvertito in anticipo dell’arrivo dei francesi, grazie alla sua fama e alle sue conoscenze — si sarebbe fatto trovare lontano da Casamari, fu presto smentita anche dal suo principale accusatore — il Fusciardi —, che dovette onestamene ammettere che l’Abate si trovava a Palermo perché in quei giorni — insieme agli arcivescovi di Bari e di Brindisi — «faceva visita regolare ai monasteri benedettini del Regno di Napoli, non escluso Montecassino e ciò per incarico della Santa Sede» [10].

Tre giorni dopo — il 16 maggio — i Francesi finalmente abbandonano l’Abbazia e i monaci, tornati da Scifelli, riescono a dare sepoltura ai corpi dei Martiri, che erano stati ricomposti e lavati dal sangue da un fedele garzone, Costantino Carinci [11]. Di questi umili cirenei è piena la storia della nostra Chiesa: quando se ne può citare qualcuno, è un dovere farlo, non certo per la loro gloria (che hanno abbondantemente conquistato), ma il bene che possono fare a noi con il loro esempio.

(continua)

Guido Verna

Maggio 1999

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Tutte le indicazioni di pagina, nel testo e nelle note, si riferiscono al volume di Benedetto Fornari, Assassinio nell’Abbazia. La rivoluzione francese in Ciociaria, Casamari 1987

[1] Tutte le parti in corsivo tra virgolette, relative all’episodio di Cassino, sono tratte da Luigi Tosti, Storia della Badia di Montecassino, v. IV, Roma 1890, (pp.28–35, nel capitolo Furiosa venuta de’ Francesi in Montecassino, e quel che fecero, rubando e guastando come Saraceni, riportata in appendice a B. Fornari, op.cit..

[2] Francesco Maria Agnoli, Guida introduttiva alle Insorgenze Controrivoluzionarie in Italia durante il dominio napoleonico (1796–1815), Mimep–Docete. 1996, p.40; a questo agile e prezioso libro si può fare riferimento per un corretto inquadramento del fenomeno delle Insorgenze.

[3] Registro dei morti della parrocchia della Santissima Annunziata (p.9).

[4] Giuseppe Nicolucci (??-1816), Liber Renatorum, ab anno 1779 ad annum 1810, della Chiesa di San Lorenzo  in Isola Liri (p.12).

[5] Ragguaglio dei sei monaci trappisti trucidati dai francesi in questo ven. Monastero di Casamari il 13 maggio 1799 etc., (p.18).

[6] «La cappella […] fu costruita e poi benedetta dall’abate D.Isidoro M. Ballandani [abate dal 1752 al 1773; gli succede Pirelli ndr.] Veneziano, addì 28 dicembre 1764, il quale la dedicò all’Immacolata Concezione, collocandovi nel sepolcrino dell’altare le reliquie di santi martiri: Primo, Urbano, Valentino, Peregrino. E ciò egli fece per sollievo del familiare Cav. De Cabanes che abitava nelle due camere annesse. […] Questa cappella fu rimodernata nel 1842 dall’ab. Pirelli che fè darvi l’intonaco, fece rinnovare il mattonato che in molte parti era intinto di sangue. […] In questa cappella dal maggio 1834 al far del 1836 vi si conservò in deposito il corpo di S. Filocio Martire, estratto dalle catacombe e regalato alla Chiesa di S.Maria in Arpino, dove si trova tuttora», [in E. (Eugenio Maria) Fusciardi (1871-??), Casamari e i suoi Martiri dell’Eucaristia, ms. nell’Archivio di Casamari] (p.18).

[7]  E. Fusciardi, op.cit. (p.31).

[8] Anonimo Di Valvisciolo, Uccisione di sei monaci di Casamari e saccheggio dato al monastero dai Repubblicani Francesi il 13 maggio 1799, Badia di Sermoneta 1901 (p.22).

[9] L’Abate Romualdo Pirelli, napoletano, di famiglia principesca, laureto in giurisprudenza, fu nominato da Pio VI [Giovanni Angelico Braschi, (1717-1799)] prima vicario abbaziale, poi abate perpetuo di Casamari. Ebbe incarichi diplomatici, trattando col primo ministro dei Ferdinando IV, il generale Acton [John Francis Edward, (1736-1815)], e con la stessa regina Maria Carolina [Maria Carolina Luisa Giuseppa Giovanna Antonia d’Asburgo-Lorena, semplicemente Maria Carolina d’Austria, (1752-1814)]. Fu arrestato dai francesi nel 1811; dopo la liberazione, ebbe molti incarichi da Pio VII. Morì il 2 luglio 1822 nel convento di S.Martino a Veroli.

[10] E. Fusciardi, op.cit., p.104, (p.22).

[11] Anonimo Di Valvisciolo, op.cit., (p.25).

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