di Stefano Aviani Barbacci, 28/05/20

Fra alcuni giorni scadranno i termini delle sanzioni contro la Siria prorogate di un anno nel Maggio scorso e ormai in vigore dal 2011. Non furono decretate dalle Nazioni Unite, come dovrebbe essere, ma dal Consiglio dell’Unione Europea su sollecitazione del governo degli Stati Uniti. La proroga necessita della firma di tutti i ministri degli esteri dei Paesi UE. L’Italia ha sempre firmato, discretamente… senza alcun dibattito in Parlamento o nel Paese e con pochissima eco sui media.

Le sanzioni hanno messo la Siria in ginocchio e l’hanno isolata dal punto di vista bancario e finanziario. Il commercio estero si è azzerato, i fondi sovrani del governo sono stati congelati e le rimesse degli espatriati siriani sono ostacolate. È difficile persino inviare aiuti umanitari. Il petrolio che rappresentava in passato il 50% delle esportazioni del Paese non può essere legalmente venduto, e comunque una parte significativa delle riserve di greggio si trova oltre l’Eufrate sotto il controllo delle truppe americane. Dunque, mancano il carburante e il gasolio per il riscaldamento.

Le fabbriche sono chiuse per mancanza di materie prime e la gente non ha di che lavorare. Dopo anni di stentata sopravvivenza, è forte la tentazione di abbandonare la terra natale o inviare i figli all’estero. Ma questo è ciò che i nemici della Siria desiderano… se il Paese perde i propri giovani, particolarmente quelli più preparati, sempre meno sarà in grado di tener testa alla minaccia delle organizzazioni terroristiche e alle pretese politiche di chi le ha organizzate e usate.

Demoralizzare i giovani e favorirne la dispersione è un altro modo di fare la guerra. La politica dell’embargo è oggettivamente complice dell’aggressione armata che la Siria subisce, rappresentando il più forte aiuto offerto in questi anni a quei miliziani qaedisti o filo-turchi che ancora dettano legge nella strategica provincia di Idlib. Paradossalmente i terroristi beneficiano di consistenti finanziamenti esteri e amministrano gli ingenti aiuti internazionali destinati ai territori in loro potere. Ciò ne agevola il proselitismo presso le comunità rimaste isolate, bisognose d’ogni cosa.

Bambini in Siria, cresciuti tra la guerra e le sanzioni, pregano per la salvezza del loro Paese

Lo stato siriano, tuttavia, non è crollato. La gran parte della popolazione, per quanto eterogenea sotto il profilo religioso e linguistico, ha cercato rifugio nei territori controllati dall’esercito regolare e non in quelli “liberati” dai gruppi armati illegali (o dai turchi…). Il Paese, ovvero, è rimasto sostanzialmente coeso attorno a Bashar Al-Assad e non si sono avute defezioni di rilievo nell’amministrazione o nell’esercito.

Nessuno in Siria crede che i gruppi armati illegali si battano per la democrazia o per i diritti umani, chiunque capisce che la caduta del governo significherebbe la frammentazione settaria (e infinita) del Paese, sul modello libico o iraqeno. Con immensi sforzi un esercito non numeroso, formato per lo più da soldati leva, ha riconquistato ai professionisti dell’ISIS e di Al-Nusra gran parte dei territori perduti. Solo nelle aree ritornate sotto il controllo del governo non si registrano più episodi di terrorismo e combattimenti.

Oltre l’Eufrate, siriani e curdi si sono riappacificati e molti giovani già indottrinati dai predicatori salatiti e arruolati nelle milizie sono tornati a casa con il “perdono presidenziale”, dietro promessa di non prendere più le armi contro il proprio Paese. La Siria necessita di completare la riunificazione del proprio territorio e di investire tutto ciò che è possibile nella ricostruzione: sei milioni di profughi attendono di tornare a casa. Se questo non accade è solo perché il protrarsi dell’embargo (una moderna forma di assedio) impedisce la conclusione del conflitto.

Bambini in un campo profughi: aspettano di tornare in un patria che non hanno conosciuto

Anche noi abbiamo contribuito alla distruzione di questo Paese che un tempo ci era amico e nostro partner commerciale fin dagli anni ‘50. Ricordiamoci di Enrico Mattei che garantì l’indipendenza energetica al nostro Paese grazie a una politica di amicizia con popoli ai quali, opportunisticamente, abbiamo poi voltato le spalle. Ancora nel 2010, l’Italia aveva onorato il presidente Bashar Al Assad con la Gran Croce di Cavaliere della Repubblica (nel 2010) per la sua politica di pace, di sviluppo e per la protezione delle minoranze…

Meno di un anno dopo (nel 2011), il nostro governo rompeva le relazioni diplomatiche con Damasco, cacciava da Roma l’ambasciatore siriano, aderiva a un embargo illegale senza dibattito in Parlamento o nel Paese e solo perché i “nostri alleati” (alcuni dei quali sospetti responsabili dell’assassinio di Enrico Mattei…) ce lo chiedevano. Chi ha avuto parte in queste decisioni ha una grave responsabilità. Abbiamo il dovere morale della verità. Si metta fine a questa guerra insensata. Diciamo per una volta no a chi ci vuole sudditi e opportunisti. Si metta fine alle sanzioni.

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