di Gianluca Zappa

Se un messaggio della Divina Commedia è evidente ed assolutamente incontestabile è che non ci si salva da soli. Il male (quello proprio, quello che si vede o si riceve dagli altri) non è superabile con le sole forze umane. Si potrà cercare di farselo rimbalzare addosso, di chiudere gli occhi ed estraniarsi il più possibile da esso, assumendo un atteggiamento passivo e rinunciatario, certo; ma se si vuole stare dentro la storia, allora Medusa bisogna sconfiggerla o comunque trovare un modo per fronteggiarla, affinché il cammino riprenda, il cammino verso la salvezza.

Dante è in questa posizione, perché Dante è un guerriero. Magari anche sfiorato dalla paura, dalla viltà, ma alla fin fine quello che lo vede protagonista è un itinerario doloroso e faticoso di conquista, o meglio, di riconquista di sé. Lo confessa esplicitamente all’antico maestro Brunetto Latini, ora punito tra i sodomiti, nel canto XV dell’Inferno

“La sù di sopra, in la vita serena”,

rispuos’io lui, “mi smarri’ in una valle,

avanti che l’età mia fosse piena.

Pur ieri mattina le volsi le spalle:

questi m’apparve, tornand’io in quella,

e reducemi a ca per questo calle”.

(49-54)

Sono terzine che riassumono il problema e gli avvenimenti del primo canto del poema e che esplicitano la meta dell’uomo Dante: Virgilio lo sta riportando “a ca”, cioè a casa. La meta è Dio, come tutti sappiamo, ed è bello che questa meta significhi un ritorno a casa. Dio infatti ha scelto il nostro cuore come sua dimora, ma se noi siamo “fuori casa” lo perdiamo sicuramente. Un viaggio dunque per ritrovare se stesso, la propria dimora, il senso della propria esistenza: questo è il pellegrinaggio di Dante.

Ma, si diceva, non ci si salva da soli, occorre l’aiuto concreto della grazia divina per fronteggiare il male che inevitabilmente ci si para dinanzi; nessuno, ci dice il poema, con le proprie mani può scardinare e varcare i confini del male. Per questo Dante sin dall’inizio si assoggetta ad una guida, si “dà” a Virgilio, per la propria “salute”

Nel canto X dell’Inferno, al cospetto di Cavalcante Cavalcanti che, non vedendo il proprio figlio, gli chiede come mai, se Dante sta facendo questo viaggio eccezionale “per altezza d’ingegno”, Guido non sia con lui, egli candidamente risponde: “Da me stesso non vegno:/ colui ch’attende là, per qui mi mena…” (61-62). Quel “colui” è Virgilio, la guida, il duca, il maestro, il “padre”. Ma qui quel che importa è quell’affermazione iniziale: non vengo da me, non mi baso sulle mie forze, sulle mie capacità; con tutto il mio “alto” ingegno non sono stato capace (e non lo sono) di salvarmi da solo. E’ una confessione importante e non è solo una professione di umiltà, ma un’affermazione che ha una base oggettiva: dalla selva oscura Dante, da solo, non riesce proprio a venir fuori e le tre fiere che incontra sul suo cammino lo ributtano indietro “dove il sol tace”. Sapremo più avanti che il suo ingegno non soltanto non è stato in grado di salvarlo, ma anzi è stato uno dei motivi della sua possibile perdizione, della sua paralisi. Dunque come ha fatto a muoversi?

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,

Miserere di me”, gridai a lui,

“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”

(Inf. I, 61-66)

E’ stato giustamente messo in evidenza come la prima parola del Dante personaggio, nel poema, è “miserere”, cioè “abbi pietà”, rivolto ad un tu che ancora non si sa chi è, ma che è presente, che appare all’improvviso e che “si offre”. La grazia è appunto “gratis data”, è un avvenimento che accade, oltre ogni possibile speranza o aspettativa. “Mi si fu offerto”, quindi non c’è un’iniziativa da parte di Dante, se non quella di rendersi disponibile all’incontro e al lasciarsi “volvere” e guidare secondo il volere di un altro.

Quello che colpisce è che otto canti più tardi sarà proprio Virgilio ad usare di nuovo lo stesso verbo, offrire, in un momento di grave stallo. Giunti infatti davanti alla città di Dite, quella del “basso inferno”, dove si scontano le colpe più gravi, il male fa resistenza e non vuole proprio essere penetrato. Le mura della città si chiudono, i diavoli fanno opposizione, Virgilio è confuso, abbattuto, sconfitto. Se Virgilio è la ragione, allora il senso allegorico ci dice che di fronte al male più nero la ragione non può fare gran che. In questa sua confusione, la guida rimugina ad alta voce:

“Pur a noi converrà vincer la punga”,

cominciò el, “se non… Tal ne s’offerse.

Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.

(Inf. IX, 7-9)

Bisogna combattere e vincere per procedere. A meno che (“se non”) non sia stata solo una follia questo viaggio. E poi quel “Tal ne s’offerse”, che è un modo per Virgilio di ricordare a se stesso che anche a lui qualcuno si è “offerto”, qualcuno che lo sostiene con la sua protezione, qualcuno nel cui nome si possono sconfiggere i diavoli e si può andare avanti. Insomma, anche la guida è guidata.

Qual “Tal”, di lì a poco, si manifesterà in un angelo potente che con una semplice “verghetta” aprirà le porte di Dite, che non si volevano aprire. Non ci si salva da soli. La grazia viene a cercarci, ci viene incontro, qui e ora, in un luogo preciso, in un preciso punto del tempo. E Dante si mette in scena chiamato, ridestato e condotto in un cammino che è riconquista di se stesso, un cammino guidato a

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