di Gianluca Zappa

“Frode è de l’uom proprio male” fa dire Dante a Virgilio (Inferno, XI, 25). Cioè, la frode, l’inganno, è un male proprio, specifico dell’essere umano. Non si ritrova in natura, perché non dipende solo dall’istinto, da ciò che abbiamo in comune con le bestie, ma dall’intelligenza, che è una nostra esaltante e pesante esclusiva.

E’ per questo che nella sua rigorosa architettura Dante distingue tra “alto inferno” e “basso inferno”, assegnando al secondo le colpe più gravi, che diventano tali man mano che si sprofonda e che culminano nel tradimento di chi ti ha fatto del bene (come sapete, in bocca a Lucifero ci sono Bruto, Cassio – i traditori di Cesare – e soprattutto Giuda). Nella frode è coinvolto l’uomo integrale, soprattutto le sue risorse più individuali, il suo “ingegno”, dote naturale che può essere utilizzata per diventare un santo o per trasformarsi in un demonio. Per riuscire ad ingannare, a tradire, a raggirare ci vogliono doti non comuni: bisogna saper essere volpe al tempo giusto e nel modo giusto, per usare una metafora che sarà consacrata da Machiavelli. Ma il fraudolento è molto più di una volpe.

Dunque la frode è un male proprio, caratteristico dell’uomo. E Dante s’inventa uno strano mostro per farsi trasportare sempre più in fondo, nelle Malebolge. Il suo nome è Gerione, compare all’inizio del canto XVII ed è quello davanti al quale il poeta, tramite Virgilio, utilizza le espressioni più dure:

«Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti, e rompe i muri e l’armi!

Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».                       

Davanti a questa fiera non esistono barriere che possano resistere. Questa fiera ammorba tutto il mondo. Subito dopo Dante la definisce “sozza imagine di froda”. Com’è fatto questo Gerione che sale in superficie dall’abisso infernale e viene ad appollaiarsi sulla riva del baratro dove si trova Dante?

La faccia sua era faccia d’uom giusto,

tanto benigna avea di fuor la pelle,

e d’un serpente tutto l’altro fusto;                                   

due branche avea pilose insin l’ascelle;

lo dosso e ’l petto e ambedue le coste

dipinti avea di nodi e di rotelle.                                       

Con più color, sommesse e sovraposte

[…]

così la fiera pessima si stava

su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.                    

Nel vano tutta sua coda guizzava,

torcendo in sù la venenosa forca

ch’a guisa di scorpion la punta armava.

(vv. 10-27)

Gerione è il simbolo stesso della doppiezza: faccia da uomo giusto, corpo variopinto, colorato, atteggiamento quasi mite e pacifico; ma tutto questo cela la coda velenosa dello scorpione, che il mostro tiene ben nascosta e con la quale è pronto ad attaccare. E’ un demonio dalla faccia d’uomo e corpo di animale, è una “fiera pessima”, cioè la peggiore di tutte. E’ colui che immette nella Malebolge, dove si trovano i dannati più tristi e più pericolosi: ladri, maghi, indovini, ruffiani, falsari, seminatori di discordie… e quei due campioni della frode che sono Ulisse e Diomede.

Gerione è il demone-mostro più attuale della Divina Commedia, un vero servo della Lupa: nemmeno per Lucifero Dante usa tanto disprezzo.

Noi lo conosciamo ogni giorno, ma ci siamo come assuefatti. Il nostro quotidiano è invaso da faccioni allegri e sorridenti, anche pietosi, dolci e comprensivi, che nascondono la loro coda di scorpione. La pubblicità è il trionfo di Gerione o, in ogni caso, ne ha imparato la tattica; i politici hanno imparato da Gerione a sorridere sempre; certi servizi televisivi, certi video che girano sui social, perfino certe battaglie umanitarie sono in realtà prodotti di Gerione. Il web stesso. Proporrei di chiamarlo Gerione, con un nome di tradizione italiana (senza ricorrere dunque al solito anglicismo) molto più appropriato. Il social stesso su cui sto “volando” ora è Gerione: mi è stato dato gratis, non mi costa niente, ma pretende tutti i miei dati personali.

Una proposta: chiamiamo Gerione la nuova App per il tracciamento contro il coronavirus, perché ha le precise caratteristiche di questo mostro: un volto umanitario, buono, efficace contro il male e, allo stesso tempo, una coda nascosta che penzola nel vuoto, e nasconde il veleno di un controllo mondiale della popolazione. Di sicuro apre campi sconfinati alla fame della Lupa che tutto divora pur di tenersi in vita.

La frode è un male proprio dell’uomo. Bisogna proprio ammetterlo: Dante ha sempre ragione!  

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