di Guido Verna

12. Le “lezioni” dalle promesse sotto condizione

C’è, infine, un’altra lezione che mi pare si possa cogliere dalla “storia” del Bambino di Praga: una lezione però  particolare, “privata” — nel senso di “specifica” per quei laici che come me hanno deciso di spendere i propri talenti, tanti o pochi non fa differenza, per la regalità sociale di NSGC — e perciò, per quanto mi riguarda, di non poco significato.

Il Bambino, tramite Padre Cirillo, fa tre promesse:

1) «Abbiate pietà di me ed io avrò pietà di voi»;

2) «Rendetemi le mie mani ed io vi concederò la pace»;

3) «Quanto più mi onorerete, tanto più vi benedirò!».

Sono tre promesse costruite secondo lo schema classico: bussate e vi sarà aperto; chiedete e vi sarà dato. Come sempre, il Signore, pretende in ogni caso, in via preliminare, la verifica delle condizioni di salute spirituale del richiedente, che si misurano con l’intensità e la consapevolezza del suo umile ma sapiente riconoscimento del proprio ruolo di creatura. Lui, ovviamente, può aprire senza che tu bussi; può dare anche se tu non chiedi. Ma Lui è fatto così: vuole che la Sua misericordia si eserciti su creature dichiaratamente coscienti della propria finitezza e non inorgoglite dagli angeli decaduti.

Lascerò per ultima la seconda promessa,  perché – tra le tre – mi pare non la più importante in assoluto bensì la più significativa per il particolare genus di laici prima descritto. 

La prima promessa — «Abbiate pietà di me ed io avrò pietà di voi» — si può sintetizzare così: non fatemi ancora soffrire con la vostra ingratitudine e io farò aumentare il livello della Misericordia, rallentando la marcia della Giustizia. 

La terza — «Quanto più mi onorerete, tanto più vi benedirò!» — ha un elemento che la caratterizza: la proporzionalità diretta: quanto più, tanto più. Non è male ricordare che essa vale, però, anche in negativo: Quanto meno mi onorerete, tanto meno vi benedirò!  Chi non onora, non viene benedetto. Penso ai tanti riti sciatti e a quante benedizioni ci fanno mancare … 

Questa terza promessa è di qualche interesse perché è legata anche a una prospettiva “estetica”. Posto che è del tutto scontato che l’onore dovuto al Bambino è, anzitutto, il rispetto, personale e sociale, del Decalogo e che proprio in questo rispetto consiste la “sostanza” dell’autenticità e della qualità dell’onore e dell’amore per Lui, qui vorrei solo segnalare una considerazione derivante dalla “preziosità” dei suoi vestitini: anche la “forma” per Lui ha molto valore, il “quanto più, tanto più” vale “anche” per gli elementi “formali” spesso considerati secondari, se non disprezzati o addirittura giudicati impropri dai “pauperisti”. 

Quei vestitini preziosi sono in perfetta sintonia, per esempio, con la preparazione della Pasqua e l’istituzione dell’Eucarestia: «Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, gia pronta; là preparate per noi”»(Mc, 14,13-15). O anche  con il «[…] vaso [finissimo] di alabastro di olio profumato molto prezioso [nardo]» (Mt, 26,7)  che, nella casa di Betania, la Maddalena versa sul capo di Gesù. «Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro “Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!”»  (Mc, 14,4-5).

Ai “pauperisti” di allora, agli hussiti di allora, che insinuavano su questo inutile spreco, Gesù risponde seccamente: «Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete» (Mt, 26,10-11).

La preziosità dei vestitini deve perciò far riflettere sull’onore anche “formale” che il Cielo richiede. Ma anche sulle “raffinatezze” — non maliziose ma pedagogiche — della Provvidenza, che Gli trova casa proprio in una città e in una terra che sono state protestantizzate da Hus e dagli hussiti che predicavano l’espropriazione dei beni della chiesa e la povertà e la rinuncia ai beni materiali del suo clero.

13. La lezione specifica: i due laici

La seconda delle tre promesse sotto condizione, — «Rendetemi le mie mani ed io vi concederò la pace» — è, conclusivamente, quella che mi pare la promessa “specifica”, cioè in sintonia con quella particolare vocazione laicale cui ho costantemente fatto riferimento.

Una delle meditazioni più consuete all’interno dell’ambiente culturale che si è costruito intorno a tale vocazione, è stata quella sulla pace come “tranquillità dell’ordine”, come esito cioè del rispetto delle “regole”. Che non sono, come credono i “cattolici democratici”, gli articoli della Costituzione bensì — più brevemente ma ben più cogentemente —  consistono nel Decalogo. A partire dalla “regola” fondativa: la gerarchia insita nella creazione: Lui è il Creatore, noi le creature.

La Rivoluzione — intesa nella prospettiva controrivoluzionaria del Prof. Plinio, come il processo di scristianizzazione che ha caratterizzato l’occidente negli ultimi secoli — ha attaccato alla radice questa costruzione armonica, e attraverso il suo itinerario plurisecolare — la Riforma protestante, poi la Rivoluzione Francese; e poi il comunismo; e poi il ’68 — ha destrutturato e sovvertito prima i rapporti tra Cielo e terra, poi quelli tra gli uomini, poi quelli tra gli uomini e il creato, infine quelli delle potenze dell’anima all’interno dell’uomo stesso, disarticolandole e facendole confliggere.

La Rivoluzione comincia dunque dalla Riforma protestante, che frantuma l’unità religiosa e culturale dell’Europa cattolica. Ebbene, la menomazione inferta al Bambino di Praga può assumersi come il simbolo delle modalità operative e dell’esito non solo di questa prima fase del processo, ma di tutto il suo successivo sviluppo, che anzi dal reiterarsi di essa troverà continuo alimento. Gli vengono mozzate le braccia: la sinistra che sorreggeva la sfera del mondo sormontato dalla Croce, la destra che benediceva. Non si riconosce più la Regalità di Cristo sul mondo, né la sua funzione di Salvatore.

Rimane un Dio che può essere adorato non più come vuole Lui, bensì come ciascun “adoratore”  vuole; che non si impone al mondo come Creatore e Signore, ma al quale ciascuno assegna le caratteristiche che più gli convengono o più gli aggradano. “Un Dio senza braccia”, appunto. Un Dio senza braccia, che è succube prigioniero nei suoi movimenti e nelle sue azioni dell’uomo che gliele ha mozzate. Un Dio inutile per Sé, ma utile a chi lo “usa” per spegnere in sé stesso quella sete di “oltre” che la natura imprime nel cuore di ogni uomo.

Il “mozzamento” delle braccia del Bambino, con l’eliminazione del carico simbolico che sorreggono, può essere a sua volta assunto simbolicamente come l’attività incessante della Rivoluzione; cambia, se mai, solo l’utensile utilizzato per recidere, magari passando dal coltellaccio da cucina al bisturi e al raggio laser.

Di converso, il “ricostruire” le braccia del Bambino, il guarirlo dalla menomazione, per ridargli la funzione e il senso, per permettergli di nuovo di “essere” e di comunicarci quello che è, può essere assunto come l’attività altrettanto incessante della Controrivoluzione.

Una attività in cui il “laico” non ha un ruolo secondario.

Quando Padre Cirillo si dette tanto da fare per ricostruire le braccia mozzate, trovò molti ostacoli tra i suoi superiori. Fino a che, un giorno, ripetendo per comodità la citazione, «[…] vide entrare in chiesa un uomo in pena […] un ufficiale dell’esercito imperiale. Un uomo che, nel corso dei lunghi anni di guerra, aveva visto e conosciuto mille sofferenze, e molti bambini feriti e mutilati. Fissò il Santo Bambino e non riuscì a sopportare la vista del suo povero corpicino senza braccia. Domandò della sua sorte e poi, a sue spese, lo fece riparare, […] per la sua pietà e nobiltà d’animo […] una grazia: tutti i dispiaceri e le difficoltà che doveva incontrare  ogni giorno nel suo matrimonio e nel suo mestiere si dileguarono d’improvviso» [25].

Questo è il primo “laico”: quello che finanzia e, in fondo, sblocca la situazione; mettendoci del suo, sia in termini economici sia come vissuto personale: dalla sua esperienza deriva la sua compassione, la sua comprensione e, quindi, la sua decisione. È quello che “capisce” e fa fronte generosamente alle necessità, ricavandone finalmente la serenità esistenziale.

Ma c’è un’altra figura di “laico” che va ricordata: il “restauratore”. Leggo la sua storia, anzi la sua leggenda, così come viene riportata nel solito libro acquistato proprio a Santa Maria della Vittoria, a Praga [26].

«Si dice che restituire le braccia alla statuetta non fosse un’impresa facile. Ci provarono molti, ma i loro interventi parevano tutti segnati dalla stessa sorte: [a] gli scultori ricreavano in cera le piccole braccia; [b] le fissavano al corpo del Santo Bambino; [c] mostravano il lavoro ai monaci;  [d] ricevevano il loro compenso e se ne andavano soddisfatti. [e] E tutte le volte si ripeteva la stessa scena: il giorno dopo i frati si recavano all’altare e lì trovavano che la statuetta era senza braccia, e appariva tale quale come prima dell’intervento dello scultore. E quanto più l’artista provasse e riprovasse con gran impegno, il risultato non cambiava»  [l’articolazione con lettere è mia].

I padri chiamarono uno scultore dopo l’altro, ma per ognuno l’esito fu tristemente il medesimo: il mattino dopo le braccine erano di nuovo in terra.

Finché… «Finché un giorno non si presentò un artista sconosciuto. Nessuno in tutta la città ne aveva mai sentito parlare. Aveva un delicato viso da fanciullo e sembrava più un giovincello che un uomo. Chiese che anche a lui fosse concesso di guarire la statuetta di Gesù».

Malgrado il suo aspetto non lasciasse trasparire esperienza, i padri, forse perché ormai esasperati, esaudirono la sua richiesta.

E allora… «Il fanciullo s’inginocchiò al Santo Bambino, e prese a modellarlo così, in ginocchio, come se fosse raccolto in preghiera. Con grande tatto toccava ora la cera, ora la statuetta. Ai monaci, che lo osservavano, non sembrava che si comportasse come uno scultore. Si prendeva cura della statuetta, come se fosse un dottore davanti a un bimbo gravemente malato. Il giorno dopo i monaci si recarono con impazienza alla chiesa. E qui li aspettava una grande sorpresa: il Gesù Bambino aveva di nuovo le braccia! E, con la manina alzata, li benediceva, benediceva Praga e benediceva ogni nuovo venuto».

La lezione che, quel giorno, i padri ricavarono fu davvero straordinaria: nessun “restauratore” aveva raggiunto l’obiettivo perché «[…] nessuno di loro aveva il cuore puro; [perché] l’uomo non crea solo con le mani e con la mente; [perché] l’arte è fatta anche di cuore e sentimenti».

Avrebbero voluto ringraziare e ricompensare il fanciullo “restauratore”, ma lui «[…]  era svanito nel nulla. Chi era? Era forse un santo giunto a riparare la preziosa immagine? Oppure un angelo, sceso dal Paradiso alla chiesa della Vergine Maria della Vittoria per ricreare con le sue dita divine le braccia del […] [Bambino]? Certamente doveva essere qualcuno dal cuore puro e cristallino».

Non si sa chi fosse il “restauratore”. Ma sappiamo, a questo punto, però come “deve” essere un “restauratore”.

“Quel modo” di operare per rimettere a posto le braccia al Bambino — che è, in fondo, la restaurazione della sua Regalità e del suo potere benedicente — deve essere lo “stesso modo” del controrivoluzionario che opera con lo stesso fine all’interno di una società che continuamente prova a mozzarli ancora.

Bisogna anzitutto essere “fanciulli”, avendo imparato dal «[…] re Bambino […] che l’esercizio della regalità è anche farsi obbedienti alla Verità»; bisogna modellare «[…] in ginocchio, come se […] [fossimo raccolti] in preghiera»; bisogna operare  «[…] con grande tatto […] ora la cera, ora la statuetta», cioè tentando di adeguare continuamente e precisamente i mezzi per il restauro (i princìpi e il modo di “porli”) con l’oggetto da restaurare (la società storica, come ci si presenta).

Bisogna infine avere un cuore adeguato a quello che si fa: ci si prende cura del “mondo”, con lo stesso spirito del “restauratore”: «[…] Si prendeva cura della statuetta, come se fosse un dottore davanti a un bimbo gravemente malato».

Non si sa chi fosse il “restauratore”.

Ma si sa come è arrivato e come è andato via. Senza luci e senza applausi. Come dovrebbe essere il nostro modo di agire. Senza volontaria ricerca dell’incenso del mondo e ricordandosi sempre la sequenzialità operativa del Signore, il Suo do ut des. La pace è la conseguenza della tranquillità dell’ordine. “Prima” si restaura la Sua Regalità, “poi” si attendono, con pazienza e senza pretese, le Sue benedizioni.

(continua)

Guido Verna

2011

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[25] M.Santini, op. cit, p.37

[26] Ibid., pp. 39-41. Tutte le altre citazioni del paragrafo senza indicazione hanno questo stesso riferimento.

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