di Gianluca Zappa

La Chiesa cattolica celebra oggi la Domenica della Divina Misericordia, istituita durante il Giubileo del 2000 da San Giovanni Paolo II. E’ una grande festa, che mette al centro qualcosa che è terribilmente “scorretto”. Diciamocelo chiaramente: questa misericordia divina che salva chiunque, anche all’ultimo momento di una vita vissuta indegnamente, purché sinceramente pentito e desideroso di riconciliarsi con Dio, ci lascia quantomeno perplessi. Non vi è mai capitato, ascoltando la parabola del figliol prodigo, di stare dalla parte del fratello maggiore e, come quest’ultimo, di non riuscire a capire fino in fondo tutta la tenerezza di quel padre che accoglie a braccia aperte lo scapestrato? Sì, vi è capitato sicuramente, appunto perché la misericordia divina è qualcosa dell’altro mondo, non di questo, dove regna un’altra idea di giustizia.

E ancora una volta incontriamo Dante sulla nostra strada. Lui ha già parlato di tutto questo, soprattutto nei canti iniziali del Purgatorio, quelli ambientati nel cosiddetto “antipurgatorio”.

Il primo dei personaggi “scandalosi” che Dante incontra (canto III) è anche quello che ai contemporanei doveva fare più impressione di tutti gli altri, Manfredi di Svevia, il figlio di Federico II, che il nostro poeta, in modo appunto molto “scorretto”, dà per perdonato da Dio e quindi salvo. Poco dopo sarà la volta di Bonconte da Montefeltro (canto V), un tipaccio che racconta di essersi pentito all’ultimo momento, invocando la Madonna pochi istanti prima di morire dissanguato per i colpi ricevuti in battaglia: il diavolo, sicuro di averne l’anima in tasca, si presenta per portarselo via, ma deve arrendersi di fronte ad un angelo di Dio, che la reclama come cosa sua. E il diavolo se ne va scornato a causa di una “lagrimetta” con la quale Bonconte, versandola al momento giusto, in zona Cesarini, diremmo, si è salvato l’anima.

Re Manfredi di Svevia
particolare della statua equestre (Manfredonia FG)

Sarà poi l’angelo custode della porta del Purgatorio (canto IX) a spiegarci come funzionano le cose. San Pietro l’ha messo là a guardia e gli ha dato due chiavi, una d’oro e l’altra d’argento, facendogli una raccomandazione. Ecco le sue parole:

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri

anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,

pur che la gente a’ piedi mi s’atterri.

(vv. 127-129)

San Pietro gli ha raccomandato di aprire quella porta il più possibile (magari anche sbagliando ad aprirla), a patto che le anime si dimostrino disposte ad inginocchiarsi davanti a lui. Da un cristiano del buio Medioevo, quello della vulgata comune, quello degli uomini terrorizzati dal “Rex tremendae majestatis” ci arriva un messaggio sublime e attualissimo: Dio è misericordioso a tal punto che accoglie l’uomo anche all’ultimo istante, anche se ha l’anima sporchissima, purchè dimostri un sincero pentimento. In un attimo, per una “lagrimetta”, anni e anni di crimini, di orribili peccati non contano più: ci si può salvare fino all’ultimo istante della vita. Come accadde, del resto, a Napoleone Bonaparte, la cui strepitosa conversione in fin di vita fu cantata da Manzoni, un altro grande poeta cristiano.

Ma torniamo a Manfredi, perché la sua vicenda è davvero esemplare. Fu un  ateo, un avversario della Chiesa cattolica. Fu più volte scomunicato, combattè fieramente il Papa e arrestò vescovi e chierici. Un persecutore. La propaganda guelfa lo dipingeva come un epicureo, un lussurioso, un dissoluto. La propaganda ghibellina, invece, lo presentava come un perfetto principe, gentile, cortese, raffinato, bello e colto.

Dante vola alto rispetto alle fazioni umane, accogliendo entrambe le tradizioni. Lo mette tra gli scomunicati, a scontare dunque la condanna infertagli dalla Chiesa (e dovrà aspettare, prima di varcare la porta dell’angelo, trent’anni per ogni anno di scomunica), ma allo stesso tempo ce lo mostra sorridente e in qualche modo vincitore:

biondo era e bello e di gentile aspetto

[…]

e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

(Purg. III, 106-111)

Giustamente (ma a mio parere con un’enfasi eccessiva, che tradisce una certa voglia di mettere in evidenza il Dante fiero oppositore della Chiesa del suo tempo) molta critica ha rilevato la positività di questo ritratto, con quella piaga in mezzo al petto che addirittura ricorderebbe il sacrificio di Cristo. Questo genere di lettura, però, sorvola troppo leggermente su quella confessione che fa Manfredi e con la quale Dante dimostra di confermare tutto il male che si diceva di lui: “Orribili furon li peccati miei” (v. 121).

Orribili… nessuno sconto da parte di Dante e giudizio negativo sulla vita di quell’uomo “bello e gentile”. Tuttavia il nostro poeta s’inventa la circostanza per cui Manfredi, colpito a morte nella battaglia di Benevento. si sarebbe all’ultimo momento pentito e riconciliato con Dio (“[…] io mi rendei,/ piangendo, a quei che volontier perdona”, 119-120) e gli fa poi dire quella frase che è di un’attualità sconcertante pensando alla festa cattolica di oggi:

[…] la bontà divina ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.

(122-123)

Evidentemente la vicenda di Manfredi serve a Dante per mettere ancor di più l’accento sulla misericordia divina. E non finisce qui: Manfredi racconta che il Papa Clemente IV (incapace, dice lui, di leggere il volto misericordioso di Dio) mandò il vescovo di Cosenza a dissotterrare il suo corpo e a lasciarlo esposto alle intemperie. Questo il racconto, ma noi non riusciamo a capire la “scorrettezza” di Dante se non troviamo un esempio a noi contemporaneo.

La cronaca mi diede questa possibilità nel 2013, quando in Italia si scatenò la contesa sul corpo di Erich Priebke, il capitano delle SS che pianificò e realizzò l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Fargli il funerale o no? Seppellirlo o no in terra consacrata? Grande imbarazzo generale e partigianerie scatenate. Alla fine il funerale è stato fatto “a luci spente” e il corpo è stato tumulato in un luogo segreto,. Una vicenda, come si vede, molto simile a quella di Manfredi. Ecco, immaginiamoci che un Dante moderno ci dicesse che Priebke è salvo, perché prima di morire si è “reso a Dio”, cioè a Colui che “volontier perdona”. Come reagiremmo? Pensate bene a Priebke e a ciò che ha fatto: siete disposti ad accettare che si sia salvato?

Erik Priebke
(1913-2013)

Se percepite un certo disagio, state provando quello scandalo che dovettero provocare i versi di Dante e che, aggiungo, provoca il mistero della misericordia divina.

Un’ultima annotazione: pare che il gerarca nazista si sia veramente convertito e sia morto riconciliato con Dio, confessandosi da un sacerdote. Avrebbe addirittura inviato una lettera a Giovanni Paolo II, alla quale il Papa avrebbe risposto. Priebke come il Manfredi di Dante, ma di fronte ad un Papa che sa leggere bene il volto misericordioso di Dio.

E infatti è il Papa che ha istituito la “scandalosa” festa che la Chiesa celebra oggi.

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