di Gianluca Zappa

Varie correnti sotterranee, più meno evidenti, percorrono la Divina Commedia, la attraversano lungo tutto il suo snodarsi. C’è quella politica, che continuamente la tiene in tensione; c’è quella dell’incontro-scontro con la figura di Ulisse, vera ossessione che comporta una riflessione sull’ingegno umano; c’è quella relativa al problema del male presente nel mondo e all’uso del libero arbitrio da parte dell’uomo; e ancora quella della conversione… Altre se ne potrebbero citare.

Ma, per tornare alla parola posta al centro del poema, faremo cenno al flusso di una meditazione continua, da parte di Dante, sull’essenza dell’amore, perduto, inattingibile nel primo canto del poema, ritrovato in tutta la sua pienezza divina nei versi finali.

L’avventura inizia in primavera, in un tempo felice che ricorda quello in cui “l’amor divino mosse di prima quelle cose belle”. Già, ma Dante è nella selva oscura, quel tempo felice non è per lui. Tuttavia quell’amore divino gli viene incontro e si manifesta concretamente in una “catena di mani e di cuori” (come l’ha giustamente definita Romano Guardini) che, per iniziativa della Vergine Maria, scende dal cielo ad aiutarlo. “Amor mi mosse”, confessa Beatrice a Virgilio, utilizzando la stessa parola e lo stesso verbo che ritroveremo anche nell’ultimo verso della Commedia. E così comincia il viaggio.

Ma Dante dovrà capire che questa parola, “amor”, è ambigua e tremendamente misteriosa. L’amore può salvare un uomo, ma lo può anche portare alla distruzione e addirittura alla dannazione eterna. E questa profonda riflessione va recuperata, dopo il disastro compiuto dall’interpretazione romantica che ancora oggi domina e viene divulgata (basti pensare alla lettura che Roberto Benigni ha fatto del quinto canto dell’Inferno). Su questo tema, anzi, Dante è di una sconcertante attualità, oggi che in nome dell’amore si giustifica tutto e il contrario di tutto, oggi che in nome dell’amore con tanta facilità si uccide o ci si uccide.

E’ proprio nel canto quinto, sì, nel “canto dell’amore”, quello degli amanti dannati, che Dante comincia il suo terribile tirocinio. Egli incontra anime grandi del passato “ch’amor di nostra vita dipartille”, cioè che l’amore fece uscire dalla nostra vita.

E’ una galleria di vittime dell’amore, davanti alla quale Dante è quasi tramortito:

Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito

nomar le donne antiche e’ cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

(vv. 79-81)

Smarrito, come la via diritta. Perché? Lo dirà più avanti, dopo aver ascoltato Francesca per tre volte ripetere la parola Amor nei celebri versi che tutti conoscono (e su cui pochi riflettono davvero), l’ultimo dei quali non può non essere più esplicito: “Amor condusse noi ad una morte”. Ancora una volta l’amore e la morte vanno insieme. Tanto è smarrito e confuso Dante, che Virgilio gli chiede: “Che pense?”. Questa è la sua risposta:

[…] “Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!”

(vv. 112-114)

Paolo e Francesca sono stati distrutti dalla bellezza stessa del loro sentimento, fatto di pensieri dolci e di desiderio. Se volessimo attualizzare la cosa, potremmo riflettere su quei servizi televisivi che ci parlano di efferati femminicidi e ci mostrano le foto della coppia un tempo felice postate su qualche social. Dove sono finiti, come sono finiti quei sorrisi? Come sta insieme la felicità di quegli attimi immortalati con l’atroce realtà della morte voluta e provocata? Com’è possibile che in nome dell’amore ci si possa dannare in eterno come Paolo e Francesca, si possa respirare l’inferno? E’ l’inizio del viaggio, Dante ha appena cominciato ad entrare in contatto con la morte dell’anima. E sviene di fronte al pianto disperato di Paolo, perché è disperato anche lui.

Un passo fondamentale nell’acquisizione di un chiarimento e di una maggiore consapevolezza avverrà proprio nei canti centrali del Purgatorio e della Commedia tutta, quando Dante approfondirà, mettendola in bocca a Marco Lombardo prima e a Virgilio poi, il tema dell’amore. Il verso 124 del canto XVII, che ho identificato come quello centrale di tutto il poema, lega alla parola “amor” i peccati della superbia, dell’invidia e dell’ira. Questi peccati si commettono, ci dice Dante, perché si ama il male dell’altro. E’ sempre un amore, a ben vedere, ma che sbaglia il suo bersaglio, la direzione giusta.

“Né creator né creatura mai […] fu sanza amore”, spiega Virgilio. Se Dio, che è amore, ha fatto e messo in movimento il mondo, l’amore è il centro di tutto, e per questo sta anche al centro del poema. Ma bisogna intendersi bene, non si può equivocare su un dono tanto grande; bisogna capire con la ragione che non è vero quello che troppo facilmente si ripete con certezza assoluta: “ciascun amore in sé laudabil cosa” (Purg. XVIII, 36). La riflessione investe tutto l’essere umano, che è ragione e volontà, quindi implica anche un’educazione della libertà.

Il discorso, come si vede, è molto complesso e non può essere relegato al canto quinto dell’Inferno, perché anzi continuerà nell’incontro con Beatrice nei canti XXX e XXXI del Purgatorio. Dante ha intuito una verità fondamentale: l’uomo si muove per amore, perché è stato fatto dall’amore. In questo sta la sua grandezza e la sua potenziale disperazione. Ancora una volta la Divina Commedia dimostra la sua potente universalità capace di attraversare i secoli.

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