di Silvia Scaranari

Siamo nella quarta settimana della quaresima, ormai  nel cuore del periodo di preghiera e penitenza del mondo cristiano. Questi circa 40 giorni ci porteranno il 12 aprile a gioire nella Resurrezione di Pasqua. Pochi giorni dopo, il 23 aprile inizierà invece il periodo di penitenza per il mondo islamico, avrà cioè inizio il mese di ramadan, caratterizzato dalla pratica del sawm, il digiuno rituale.

E’ uno dei cinque “pilastri della fede”, ovvero le cinque pratiche che il fedele deve compiere per potersi considerare un vero muslim.

Anche se oggi spesso la preghiera quotidiana ripetuta 5 volte ad orari definiti, il pellegrinaggio e la zakat, l’elemosina legale, sono poco seguiti, il digiuno del mese di ramadan resta una delle pratiche più rispettate anche per l’alto valore identitario che assume all’interno della umma, la comunità dei fedeli.

Spesso si dice, con ragione, che il digiuno è una cosa seria, nulla di paragonabile alle penitenze dei cristiani che limitano il digiuno a 2 giorni (mercoledì delle ceneri e venerdì santo) aggiungendovi l’astinenza dalla carni tutti i venerdì.

Vediamo più da vicino in cosa consiste questa pratica musulmana.

         Sawm è il digiuno legale che dura un intero mese, il mese di ramadan. E’ prescritto dal sorgere del sole al tramonto (i più rigoristi affermano secondo il Corano che il sorgere del sole inizia quando un filo bianco può essere distinto da un filo nero e così pure il tramonto inizia quando i due fili non sono più distinguibili). Nei paesi islamici l’inizio del digiuno è annunciato dal muezzin o dallo sparo di un cannone.

         Il digiuno del ramadan è prescritto nella II sura del Corano che sembra risalire al secondo anno dell’Egira: “O voi che credete, vi è prescritto il digiuno, come era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto. Forse diventerete timorati, [digiunerete] per un determinato numero di giorni. (…) È nel mese di Ramadan che abbiamo fatto scendere il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione. Chi di voi ne testimoni [l’inizio] digiuni. E chiunque è malato o in viaggio assolva altrettanti giorni”. Fino al secondo anno dell’Egira, i musulmani osservavano il digiuno ebraico dell’ashura, forse perché Muhammad era ancora convinto di poter indurre ebrei e cristiani a riconoscerlo come profeta e a convertirsi all’islam. Più tardi dovette arrendersi alla realtà e, come cambiò la qibla della preghiera da Gerusalemme alla Mecca, così spostò pure il digiuno nel mese di ramadan.

         Digiunare per il musulmano significa astenersi completamente non solo da cibo e bevande di ogni sorta ma anche dall’unione coniugale con la propria moglie, dall’uso di profumi o di tabacco. La legge su questi punti è molto rigorosa. Una minima particella di nutrimento liquido o solido, e persino lo stesso fumo di tabacco o di oppio, che penetrano nel corpo, rendono invalido il digiuno per quel giorno, ed anche ogni atto per soddisfare la voluttà è del tutto proibito finché dura la giornata del digiuno. Come ogni altro atto religioso così anche il digiuno è, secondo la legge, valido soltanto quando è preceduto dalla niyyah (la dichiarazione di intenti)

         Inoltre la legge raccomanda di trascorrere il giorno del digiuno in tranquilla disposizione d’animo. Bisogna soprattutto evitare di litigare e di rimproverare, di mentire e di calunniare, o anche soltanto di concepire cattivi pensieri. È bene invece occuparsi per quanto possibile di opere buone: queste nel mese del digiuno sono calcolate al devoto come doppie.

Il mese di digiuno non vuol dire però un mese di penitenze (pensiamo alle rigorose pratiche penitenziali presenti in alcuni monasteri cattolici o ortodossi di stretta osservanza) poiché alla rottura del digiuno tutto è lecito. Si può dire che il mese di ramadan è un periodo in cui il musulmano inverte il giorno con la notte. Alla sera, con la rottura del digiuno, si fa un piccolo veloce pasto (preceduto da alcuni datteri e un po’ di latte perché così faceva il Profeta) e poi ci ritrova intorno ad una tavola imbandita con cura dalle donne della famiglia. La cena diventa un momento di convivialità con familiari ed amici. Anche prima dell’alba c’è un sostanzioso pasto che serve a nutrire e dare le forze necessarie per proseguire durante tutta la giornata.

          Il digiuno legale è duro soprattutto per il bere in quanto Ramadan è un mese lunare ed ogni anno si sposta quindi in avanti di undici-dodici giorni. Quando cade d’estate astenersi da ogni liquido diventa un vero sacrificio. Eppure la grande maggioranza dei musulmani osserva ancora oggi con scrupolosa fedeltà questo dovere.

Come in ogni pratica, ci sono delle eccezioni. La legge dispensa dall’obbligo del digiuno:

1) malati e viaggiatori, per la durata della loro malattia o del loro viaggio; questi devono più tardi ripagare i giorni trascurati. Nella stessa categoria alcune scuole inseriscono coloro che devono sopportare lavori pesanti e sono perciò costretti ad interrompere il digiuno;

2) donne gravide e lattanti; le prime però sono ugualmente tenute a spostare in altro tempo i giorni del digiuno trascurati;

3) i vecchi, i quali non sono più in grado di digiunare, e i malati cronici che devono in sostituzione offrire una certa quantità di viveri per i poveri.

         Il dovere del rispetto del digiuno è un dovere personale ma anche pubblico. Infatti nei paesi a regime islamico rigoroso vi è un severo controllo da parte delle forze dell’ordine.

         Il mese di ramadan è stato scelto perché la rivelazione del Corano è avvenuta tra il 26 e il 27 del mese di ramadan del 610, ma anche perché in questo mese, nel 619, era morta l’amatissima prima moglie di Muhammad, Khadīja, nel 624 i musulmani avevano riportato la loro prima strepitosa vittoria sui Meccani a Badr, e nel 630 il profeta fece il suo trionfale ingresso alla Mecca.

Anche per gli sciiti non mancano importanti anniversari in questo mese quali la nascita e la morte di ‘Alī e la nascita del figlio di questi, Husayn (626-680).

         Il precetto del sawm ha finalità strettamente religiose. Scrive G. Ricciardi in Spiritualità e mistica, pp. 72-73, “Esso rappresenta una modalità di ‘ricordo di Dio’: il distogliere il corpo e la mente dalle cose significa rivolgerle a Dio; il ‘ricordo di sé’ spegne il ‘ricordo di Dio’. Questo aspetto pedagogico-religioso è fondamentale nella pratica del digiuno. Non va sottovalutato per questo il suo valore antropologico: la funzione di ristabilire l’equilibrio tra spirito e corpo; questo equilibrio è il risultato di una dinamica purificatrice trattandosi di due potenzialità essenzialmente positive. Nessun disordine morale può intaccare la positività della realtà umana e nessuna rottura tra spirito e corpo riguarda il livello ontologico. È la logica del ‘ristabilire l’ordine, di correggere una dinamica. Vi è poi la finalità morale del digiuno che consiste nell’esprimere la solidarietà con i credenti più poveri. Lo spirito che raccomanda questo dovere è il medesimo che suggerisce la zakat, cioè quella morale per ridurre lo scarto di disuguaglianza tra i membri della comunità (umma); la privazione assume quella finalità positiva che fa sentire i musulmani imitatori della misericordia di Dio verso tutti gli uomini. Il digiuno, infine, e anche questa è una componente educativa, coltiva la virtù dell’uomo arabo, la ‘pazienza’ (sabr), lo spirito di sopportazione di origine beduina, da intendere modernamente come spirito di sopravvivenza, virilità, volitività, coraggio umano”.

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