di Gianluca Zappa

Nella celebre tredicesima epistola che inviò a Cangrande della Scala, suo protettore all’epoca, dedicandogli il Paradiso, Dante spiegò perché aveva deciso di titolare la sua opera Comedìa. Tra gli altri motivi, oggi ci interessa questo: “Se guardiamo al contenuto, inizialmente orribile e ripugnante, poiché descrive l’inferno, alla fine appare positiva, desiderabile e gradevole, perché illustra il Paradiso”. Si tratta dunque di un’opera a curva comica, che inizia male e finisce bene (l’esatto contrario della curva tragica).

Cangrande della Scala e Dante

Per capire bene il poema, dobbiamo capire bene quello che Dante ci vuol dire all’inizio: ci dice che aveva perso la “diritta via”, certo, lo sappiamo tutti, ma non riflettiamo abbastanza su cosa questo voglia dire. In realtà Dante ha perso se stesso, è in una condizione gravissima (“tant’è amara che poco è più morte”), si trova in un “passo che non lasciò già mai persona viva”. Quando Dante scrive la Commedia, tutto il cammino è già stato compiuto, il pellegrino e sceso nella voragine infernale, ha risalito con fatica il monte del Purgatorio, è volato vertiginosamente attraverso i cieli arrivando al cospetto di Dio. Eppure, mentre si accinge a scrivere l’inizio di questa avventura a curva comica, non può non confessare che solo il ricordo “nel pensier rinova la paura!”. E “paura” è una parola forte e dominante nei primi due canti della Commedia (dove ricorre in totale sei volte, delle quali ben cinque solo nel primo).

Dante ha paura, come noi oggi abbiamo paura di questo virus aggressivo che si aggira nelle nostre città, nelle nostre strade, nei nostri ambienti, nelle nostre case. Dante ha paura di morire, di essere risucchiato in un vortice negativo che può distruggere la sua vita. Ora, è un’esperienza umana, di tutti, che quando si affronta o si vive una circostanza difficile e paurosa si spera che finisca presto, ci si dice che “andrà tutto bene”, si mostra un ottimismo che è un po’ di facciata, un po’ apotropaico, oggi addirittura automaticamente indotto dal tam tam dei social, come molti altri slogan che periodicamente compaiono e anche loro diventano virali. Ma Dante confessa che anche questa consolazione gli è negata.

Mentre sta cercando di tirarsi fuori dalla selva che lo angoscia, mentre comincia la salita di un colle che promette la salvezza, ecco le famose tre bestie ad ostruirgli il cammino; la terza, in particolare, la lupa, gli fa “tremar le vene e i polsi” dalla paura e lo risospinge indietro, a rovinare “in basso loco”. Il verso 54 dice sinteticamente tutto: “[…] io perdei la speranza de l’altezza”. Questo particolare è davvero tragico: Dante non riesce più nemmeno a dire “andrà tutto bene”, non riesce più a formularsi quell’augurio che bene o male ci tiene in vita. no: qui è con forza confessata una disperazione assoluta. Perdere la speranza è la cosa più atroce che può accadere ad un uomo. La situazione è tanto grave e malata che non basta più il tirarsi su con le parole o con un ostinato ottimismo.

Sarebbe interessante che qualcuno facesse la domanda scomoda che nessuno sta facendo a chi eroicamente combatte ogni giorno nelle corsie degli ospedalì: “Ma lei crede davvero che andrà tutto bene?”. Sarebbe interessante sentire cosa risponde chi vede in faccia la morte tutti i giorni. e davanti ad un’eventuale risposta affermativa, sarebbe ancor più interessante la domanda: “Ma perché lei crede che andrà tutto bene?”.

Intendiamoci, Dante avrebbe di sicuro esposto alla finestra il cartellone con quella frase, magari associandola non all’arcobaleno, ma al colore verde, quello che per lui (e per l’umanità intera (fino almeno a questi ultimi anni)  era il colore simbolico della speranza. Tra l’altro abbiamo scoperto che “tutto andrà bene” è una frase della beata Giuliana da Norwich, che, ammalatasi gravemente nel 1373, ricevette spesso in visione la visita di Cristo e capì per grazia di Dio, secondo quanto  scrive, che “dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito bene…”.

Giuliana nacque circa vent’anni dopo la morte di Dante e ne condivise la stessa fede e la stessa speranza. Se le aveste fatto quella domanda di prima, vi avrebbe risposto: “Tutto andrà bene perché Dio esiste e non ci lascia mai soli. E perché la nostra destinazione è il Paradiso”. Insomma, tutto finisce bene perché la vita non è una tragedia, ma una Commedia.  E’ la stessa fede di Dante. Il suo poema inizia con l’angoscia, la paura, la disperazione assoluta, e finisce in gloria.

Ma è interessante riportare le parole con le quali questo grande disperato definisce la virtù della speranza davanti all’apostolo Giacomo, che lo sta interrogando:

“Spene”, diss’io, “è uno attender certo

de la gloria futura, il qual produce

grazia divina e precedente merto”.

(Par. XXV, 64-69)

La speranza, e Dante lo sa bene, è una virtù teologale, una virtù divina, che scende dall’alto, che è prodotta sì dai meriti umani, ma soprattutto dalla Grazia. La speranza non è di questo mondo, non è l’ottimismo, ma un’altra cosa. La speranza che fiorisce nel deserto, nella disperazione più assoluta, di fronte alla morte, è una cosa che l’uomo non riesce a darsi da solo, è un dono.

Egli sta già vivendo una specie di inferno, ma dovrà immergersi ancora di più nel male, dovrà riconoscerlo, guardarlo in faccia: i suoi occhi si righeranno di un pianto sporco, tanto che Virgilio, sulla spiaggia del Purgatorio, dovrà lavarglielo via dal volto. E però in questo cammino non sarà disperato, perché la compagnia che lo assiste e lo guida gli ha promesso un destino gioioso. Per questo la speranza è un “attender certo de la gloria futura”, espressione mirabile, che mette insieme il verbo della più assoluta incertezza con un aggettivo che indica un esito sicuro. E’ questa la speranza cristiana, quella che, come ha scritto San Paolo (Romani, 4, 18), porta ad essere certi in spe contra spem, come lo fu Abramo: nella speranza contro ogni possibile speranza umana. E’ la virtù teologale che dipende dalla fede, una virtù divina di cui hanno bisogno gli uomini e che resiste anche all’inferno, al male più atroce e inspiegabile.

“Andrà tutto bene”, affermano con certezza Dante e Giuliana di Norwich, ma perché Dio esiste. E perché esiste la Madonna, che, come Dante fa dire a San Bernardo nell’ultimo canto della Commedia, “giuso, intra  mortali” è “di speranza fontana vivace”. Maria è una fontana che continuamente zampilla speranza. Virtù che Dante ha recuperato durante il suo lungo e duro pellegrinaggio.

Con una compagnia così si può davvero esser certi che “tutto andrà bene”!

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