di Stefano Aviani barbacci

22/12/2019

In celeste: le aree nel Nord della Siria controllate dall’esercito turco o da miliziani filoturchi. In verde: la linea che delimita la cosiddetta “fascia di sicurezza”.

I media non parlano più della Siria, e pochissimo ne parlano i governi. Una guerra della durata di 9 anni, che ha fatto 500.000 vittime e oltre 6.000.000 di profughi e sfollati viene ora archiviata. Neppure si parla più dei Curdi, che pure erano sulle prime pagine dei giornali fin quando tornava politicamente utile tenere accesi i riflettori su di loro. Eppure la Siria sanguina ancora: a Idlib, nel Nord, dove ci sono ancora gruppi di miliziani islamisti affiliati ad al-Qa’da, molti dei quali stranieri ormai indesiderati nei Paesi d’origine; ad Afrin e ad Est dell’Eufrate (la cosiddetta “fascia di sicurezza”) dove i miliziani del FSA, a lungo sostenuti dagli USA e dalla UE, combattono ora al fianco degli invasori turchi.

In Siria il regime-change è fallito, eppure continua un duro embargo (moralmente scandaloso e giuridicamente illegale) che l’Occidente rinnova anno dopo anno per tenere il Paese in uno stato di persistente isolamento prolungandone le sofferenze e accrescendo l’incertezza della popolazione riguardo al futuro. L’economia e lo stato sociale (quest’ultimo, un tempo, tra i migliori del Medio Oriente) sono statti distrutti dalla guerra e dalle sanzioni e la Siria necessiterebbe di grandi investimenti per avviare la ricostruzione e offrire lavoro e protezione sociale a milioni di persone che hanno perso tutto.

Cosa manca all’Occidente per capire che questa guerra, sul piano militare e politico, è finita? Pesa l’indisponibilità ad ammettere le responsabilità in questa immane tragedia da parte delle “grandi democrazie”. Se gli esecutori degli innumerevoli crimini erano (per la gran parte) mercenari o miliziani islamisti reclutati con i soldi delle Monarchie del Golfo per essere infiltrati in Siria, i mandanti di questa guerra per procura (o proxi war) sono state le leadership dei principali Paesi dell’Occidente: Stati Uniti, Unione Europea, Canada… Da tutti questi sono arrivati armi, addestramento e coperture politiche ai terroristi.

Risultati immagini per assad and Asma
Asma Akhras, moglie di Bashar al-Assad, molto popolare nel Paese, riceve nel palazzo presidenziale un gruppo di donne-soldato dell’esercito siriano.

La piccola Siria ha vinto una sfida militare immane. Lo riconosceva già un anno fa, dopo la fine dei combattimenti attorno a Damasco, il quotidiano britannico The Economist (07/07/18). Vincerà ora la sfida della pace? Assad è ancora un leader popolare, probabilmente più di quanto non lo siano Macron o Merkel nei rispettivi Paesi, è garante di un complesso equilibrio religioso ed etnico che fa del suo Paese un caso unico in Medio Oriente: la Siria è tra i pochissimi Paesi arabi la cui costituzione garantisce eguali diritti alle diverse comunità religiose, etniche e linguistiche. La storica presenza di una influente comunità cristiana (il 10% della popolazione fino al 2011) ha certamente contribuito a questo assetto.

Il governo si è tenuto alla larga dalla via facile delle rappresaglie e della vendetta. Come ricordava lo stesso Assad, in una recente intervista al direttore di Rainews24 Monica Maggioni, non ha fatto ricorso ad armi proibite dai trattati internazionali e molteplici evidenze, anche recenti, lo confermano. Non solo, ha accordato il “perdono presidenziale” (una generosa amnistia per chi abbandona la lotta armata) a un gran numero di miliziani islamisti. Si parla ora di “riconciliazione”, ma la guerra ha inferto ferite tremende nella carne viva della nazione e qualunque comunità sopravvissuta ad un’esperienza simile percepisce la necessità di sentirsi protetta e sicura. E si scopre diffidente.

La Siria è stata tradita e non riesce più a fidarsi di Paesi come la Francia, l’Italia, l’Olanda o la Gran Bretagna, cui aveva guardato con ingenua fiducia tra il 2000 e il 2010. In quegli anni Bashar al-Assad era un ospite gradito nelle capitali europee, omaggiato con i più alti riconoscimenti (la Legion d’Onore in Francia e la Gran Croce di Cavaliere in Italia) per la sua politica “liberale” . Un “esempio di laicità e un difensore della libertà” per il presidente Giorgio Napolitano. Qualcuno crede che la politica liberalizzante di quegli anni abbia esposto la Siria alla penetrazione del fondamentalismo religioso wahabita sostenuto dal denaro delle Monarchie del Golfo.

Risultati immagini per Assad e Maggioni
Monica Maggioni, direttore di Rainews24, intervista il presidente siriano Bashar al-Assad il 24/10/19. Dapprima censurata, l’intervista è stata trasmessa in orario notturno.

Una chiara eco di certa disillusione la si coglie laddove Assad, nell’intervista alla Maggioni del 24/10/19, parla delle responsabilità del continente cosiddetto “della pace e dei diritti umani” nella distruzione del suo Paese. Non stupisce che la RAI non volesse più trasmettere tale intervista. Ricordando le origini del conflitto e le vere cause della crisi dei rifugiati, Assad dice che “l’Europa è stata il principale attore nella creazione del caos in Siria” con riferimento non solo all’appoggio politico e diplomatico che la UE ha notoriamente offerto ai terroristi fin dal primo istante, ma anche all’invio di armi alle fazioni jihadiste.

Assad è particolarmente esplicito al riguardo delle responsabilità del governo francese, colluso con il terrorismo fin dall’epoca del governo Hollande e delle sconcertanti dichiarazioni a favore del “Fronte al-Nusra” (al-Qa’da in Siria) dell’allora ministro degli esteri Laurent Fabius. Che la Francia abbia responsabilità pesanti in Siria, come del resto in Libia, lo si comprende anche dall’impressionante numero di terroristi con il passaporto francese: 2.280, secondo un calcolo divulgato dall’intelligence militare russa. E Parigi dovrebbe riportarseli a casa nell’eventualità di una definitiva cessazione delle ostilità.

La pace necessiterebbe di un’altra leadership… ma non in Siria, piuttosto in Occidente.

APPROFONDIMENTI

-L’intervista di Monica Maggioni a Bashar al-Assad

Please follow and like us:
error

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi