di Carla Vanni

“Un aspetto vitale della consacrazione presbiterale è sicuramente il celibato, ossia consacrare il proprio corpo come sacrificio vivente gradito a Dio”. Con queste parole, Padre Raniero Cantalamessa OFM Cap. ha aperto l’ultima giornata di un’intera settimana di esercizi spirituali per Ordinati organizzata da S.E. il Vescovo d’Ercole, iniziata lo scorso 4 ad Assisi.

Il celibato non deve essere vissuto come “una palla al piede, ma come dono”.  I Sacerdoti, specialmente i più giovani, hanno il diritto di essere aiutati a capire il significato di questo dono, che la Chiesa porge loro col conferimento dell’Ordine. Non è di ora la discussione su questo tema: nelle immediatezze del Concilio di Trento si dava per sicura l’abolizione della castità consacrata e del celibato sacerdotale… tanto che, ha raccontato Padre Raniero, “il Vescovo di Salisburgo si portò avanti col lavoro mettendo al mondo undici figli. Ma nulla cambiò e lui finì la sua vita in carcere”. Quindi non c’è da tremare per le discussioni che attraversano la Chiesa in questo periodo: la Barca di Pietro tiene la rotta oggi come la tenne in periodi anche più burrascosi.

Piuttosto è da notare l’aggressione che il mondo, da sempre, riserva al celibato obbligatorio- Questa è una legge, peraltro tardiva, della Chiesa Cattolica ma non di quella dei fratelli Ortodossi, di quelli Anglicani: all’interno della stessa Chiesa di Roma i Sacerdoti di Rito Orientale possono sposarsi. Peraltro, con l’arrivo nella Chiesa di Roma di Anglicani convertiti, è stato istituito appositamente un particolare Diaconato.

Gesù Cristo ha donato questa condizione ai Sacerdoti: le Sue intenzioni non erano certo di gravare proprio i Suoi di pesi insopportabili ma di dotarli ancor più efficacemente per il Regno dei Cieli.

Oggi il celibato deve essere vissuto diversamente: non si può più contare sulla protezione dell’abito, sulla separazione dei sessi o sulla clausura. Si vive, giustamente, integrati nella comunità, con internet a disposizione che procura tanto bene se usato bene ma anche il contrario, in modo spesso catastrofico. Bisogna che ognuno trovi in sé, con l’aiuto della Chiesa, motivazioni anche personali che aiutino a vivere con gioia questo stato.

Andiamo quindi alle radici, al Vangelo. Ascoltiamo cosa dice Gesù Cristo quando Pietro, in maniera molto opportunistica, afferma che al matrimonio indissolubile è meglio rinunciare.

Cristo risponde loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca». (Matteo 19, 11-12). La parola “eunuco” è una parola dura e lo era anche ai tempi di Gesù, che probabilmente la usa perché era una accusa rivolta anche a Lui. Cristo parla dunque di coloro che rinunciano deliberatamente a sposarsi per il Regno dei Cieli e non per le altre due cause, nascita o violenza umana, che possono indurre un uomo ad evitare il matrimonio. Origene, che interpretava sempre spiritualmente le Scritture, ebbe la disgrazia di interpretare alla lettera questo brano e si castrò. Questo gesto gli procurò enormi accuse quando poi venne ordinato.

Gesù, con i due versetti citati, opera una rivoluzione analoga a quando parla di quanto sia dovuto a Dio ed a Cesare (Matteo, 22-21). In quel caso, Gesù non distrugge il piano dello Stato ma lo relativizza annunciando che esiste ben altro piano, quello di Dio, cui il piano di Cesare è sottomesso. Distingue il piano politico da quello religioso, processo peraltro non ancora terminato a tutt’oggi in molte parti del mondo.

Il matrimonio, ai tempi di Cristo, non era una scelta ma un obbligo in ossequio alla prescrizione divina “crescete e moltiplicatevi”. Chi rinunciava a sposarsi, doveva fornire adeguate spiegazioni. Cristo eleva invece il matrimonio a sacramento, Egli stesso presenzia ad un matrimonio (Giovanni 2, 1-11), ma lo relativizza: esiste anche un’altra scelta, simile al rendere a Dio quanto sia Suo.  Così facendo, Cristo lascia libera scelta e permette di individuare anche il matrimonio come una vocazione: noi, anche oggi, parliamo appunto di vocazione al matrimonio.  

Qual è la spiegazione per questa Sua proposta? L’ecclesiologia spesso descrive il Regno di Dio con due avverbi: iam e nondum, ossia “già” e “non ancora”.  Cristo ha portato il Regno di Dio in mezzo a noi (Luca 17, 21), ma non ancora pienamente,  come sappiamo avverrà. Ma ad alcuni, quelli chiamati, è già stata data la pienezza e quindi decidono di vivere la vita che avremo quando i tempi saranno conclusi. Come sarà la vita alla fine dei tempi? Dio sarà tutto in tutti e non necessiterà più ad alcuno di completarsi con altre creature perché Lui vivrà in ognuno di noi. Questa è la dimensione escatologica ed anche profetica del celibato sacerdotale, perché con la sua esistenza testimonia il nostro viaggio verso un’altra situazione, verso una prossima condizione di vita. A chi è destinata questa profezia? Innanzitutto agli sposati, ai quali ricorda che la vita non va concepita nella funzione assoluta del matrimonio. Il mondo ci indica un matrimonio riuscito come il massimo stato della persona, la meta che tutti vogliono raggiungere. Ma, proprio per le esorbitanti aspettative e le pressioni che questa concezione comporta, spesso il matrimonio crolla: i coniugi si aspettano tutto, ciascuno dall’altro. Ma, come è inevitabile, il tempo li rivela fragili, con un diverso temperamento, non rispondenti all’immagine che l’altro si era formata. Si ammalano, cadono, non sono quella perfezione che ci si aspettava. In passato, i matrimoni resistevano per molti motivi, non ultimo la mancanza di scelta. Ora che la legge fornisce questa possibilità, assistiamo a matrimoni finiti, corrotti a pochi mesi dalla loro celebrazione. Il celibato e la castità ricordano che il matrimonio non è l’unica condizione possibile e che la sua fine eventuale non determina la fine della vita.

Per molto tempo si è ritenuto lo stato Sacerdotale più perfetto di quello matrimoniale. Ontologicamente non è così: ambedue gli stati godono di pari dignità, ma escatologicamente lo stato Sacerdotale è più avanzato, più prossimo al destino finale dell’uomo.  San Cipriano, Vescovo vissuto nel II secolo e sposato come allora era permesso, scriveva alle vergini della sua Diocesi che esse rappresentavano la nostra condizione ultima.

Nondum: non ancora. Il Regno di Dio è in cammino, deve entrare in noi in intensità ed in estensione fino ai confini della terra. Occorrono uomini che si dedichino a tempo pieno a questo obiettivo e quindi ecco l’aspetto apostolico del celibato, che dispone chi lo scelga interamente per il Regno dei Cieli: quante opere di carità, di istruzione, di apostolato sono nate da religiosi e religiose! Queste persone lavorano per la qualità della vita, che non va confusa con quella tanto idolatrata oggi: la qualità spirituale della vita altrui è stata ed è  la loro cura. E questo rivela anche un altro aspetto importante del celibato: la fecondità. Purtroppo, spesso la castità sacerdotale viene vissuta come una condizione sterile. Questa convinzione attecchisce in assenza di un autentico spirito missionario.  Anche Paolo parla della paternità spirituale:  annunciare il Vangelo rende padri come l’Apostolo afferma (Prima Lettera ai Corinzi 4, 15). Egli ne aveva un senso fortissimo ed aveva compiuto quel salto di qualità che gli permetteva di vivere la paternità spirituale. Ed il popolo di Dio ha sempre capito la paternità spirituale e chiama il Sacerdote “Padre”.  È questo un particolare piccolo ma sorprendente: San Pio da Pietrelcina è per tutti noi “Padre Pio”, Santa Teresa di Calcutta è per tutti noi “Madre Teresa”, come se queste loro funzioni feconde fossero addirittura più importanti della loro santità.

San Gregorio Nazianzeno ha scritto un poema sulla verginità. In quest’opera egli scrive, in un modo apparentemente un po’ fuori misura, che “la prima vergine è la Trinità”. Al contrario, ad una riflessione attenta, questa affermazione ricorda che la Santissima Trinità ha creato l’universo, quindi ha fecondato, senza integrarsi con altro. I Greci intendevano la creazione come l’opera congiunta di Dio con la materia, ma questa concezione è stata spazzata via dal pensiero cristiano.

Ancora San Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi 7, 31-35, scrive: <<.. perché passa la scena di questo mondo! Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.>>

Già in Paolo, dunque, vediamo che la Chiesa ha colto l’indicazione del Signore e propone di non sposarsi per dedicarsi completamente a Lui. C’è da notare però una differenza: nel Vangelo, la motivazione di fondo è per il Regno dei Cieli, a causa del Regno quindi. La motivazione di Paolo, invece, è il Signore stesso. Certo Paolo non corregge il Signore, ma con la Sua morte e resurrezione Cristo è lo Sposo della Chiesa, la condizione quindi che Paolo indica è lo sposalizio col Signore. I celibi diventano l’epifania della condizione della Chiesa, ossia di essere Sposa di Cristo. È il Suo matrimonio, dice Paolo agli Efesini (5, l-2a.21-33) che regola tutti gli altri matrimoni: quello di Cristo con la Chiesa.  È questa condizione sacerdotale è un vero darsi anima e corpo ad una sola persona, a Cristo che è morto e risorto ed è il Vivente, più vivo di chiunque altri perché vive in noi e non al di fuori.  La fusione totale è col Signore: nessun matrimonio, nessuno sposo e nessuna sposa raggiungeranno mai la fusione completa con l’altro come è invece col Signore. La bellezza di questo stato di vita è appunto poter realizzare un rapporto personale, assoluto col Signore. San Francesco viveva con Dio un rapporto erotico: Benedetto XVI ha riscattato questo termine dalla comune visione dell’incompatibilità fra eros ed agape, ossia che l’amore di sacrificio totale non sopporta l’amore di slancio, di trasporto. È vero che nel Nuovo Testamento non si usa mai la parola eros ma agape: perché questo? Padre Raniero lo spiega anche sulla scorta dei suoi studi sulle origini cristiane: il Nuovo Testamento si rivolgeva a gente poco colta, ai commercianti dell’epoca, a persone poco istruite che attribuivano al termine lo stesso significato di oggi: un significato negativo, di sensualità incontrollata. Ma non appena il cristianesimo entrò in contatto con la cultura greca, col pensiero di Platone, ove l’eros è l’attrazione verso il bello, non si ebbe più la remora di usare il termine eros, tanto è vero che un autore cristiano commentando la Prima Lettera di Giovanni (4, 8), in luogo di usare il termine agape, afferma che “Dio è eros”. Perché il termine indica un amore caldo, pieno di trasporto, non fatto solo di sacrificio. Spesso l’amore che riserviamo al Signore è un amore freddo: Dio ci ama con tutto il trasporto possibile, di un amore caldo, ci desidera, non ci ha fatto la grazia di perdonarci per una semplice carità ma perché ci ama appassionatamente e desidera da noi lo stesso amore. Ecco perché San Francesco, che amava Dio di amore serafico, è una delle vette della santità cristiana. Ha amato Dio come Dio ama l’umanità.

Quali sono i mezzi che possono aiutare a vivere lo stato sacerdotale?

La sessualità oggi è esposta ovunque e non bastano i buoni propositi per passare indenni anche attraverso tutti i mezzi di comunicazione di cui si dispone: sono ben noti i disastri che possono provocare.  Paolo indica la strada: occorre far morire le opere della carne con l’aiuto dello Spirito Santo ed otterremo la vita (Romani 8,13). Non è quindi una questione relegata al volontarismo, ma è lo Spirito che conduce alla vita aiutando a mortificare le opere della carne. Il pensiero di Paolo è radicalmente in contrasto col pensiero umano laico nelle sue varie espressioni (razionalismo, idealismo, fenomenalismo, etc.): nel secolo scorso il noto filosofo Heidegger ha affermato che la vita è fatta per la morte. Vivere significa morire: umanamente parlando, ogni istante della nostra vita è sottratto ad essa e donato alla morte, ogni istante della vita ci avvicina alla morte. Quale fondamentale differenza Paolo esprime quindi col suo pensiero: una morte delle opere che porta alla vita eterna! “Facciamo morire in noi le opere della carne e vivremo”. Ma questa è una morte che devono cercare anche gli sposati: la fedeltà al coniuge non è meno difficoltosa della castità sacerdotale, l’obbedienza che si deve ad un Superiore e al Vescovo non è certo più dura della convivenza matrimoniale. La mortificazione, dunque, è una via preziosa per tutti.

Il digiuno certamente aiuta: astenersi dal bere e mangiare allena il dominio di sé che, come affermava Paolo, è il contrario della concupiscenza (Galati 5, 18-25). Ma oggi la mortificazione che si deve praticare è più che altre quella degli occhi: esiste un’industria che avvinghia il pianeta col culto dell’immagine e, con questo, della pornografia. Questa è una evidente speculazione su una debolezza umana, che riguarda molto i giovani e provoca in essi danni spesso irreversibili. Attenzione quindi a quello che transita per gli occhi: se la vigilanza cede, a poco a poco questo veleno entra nel cuore e rende insensibili e, di abisso in abisso, si arriva poi a quelle situazioni che fanno tanto soffrire la Chiesa, come ben sappiamo. A chi sostiene che la bellezza, anche quella femminile, sia una creazione di Dio e per questo non vada negata all’occhio, Sua eguale creazione, Padre Raniero ricorda come lo stesso Creatore della bellezza e dell’occhio abbia munito quest’ultimo di una palpebra per poterlo chiudere… “..e sicuramente sapeva quello che faceva..”.

La sana conoscenza della sessualità è importante: la tentazione non è ancora peccato. Santa Caterina da Siena, in un periodo della sua vita, fu ossessionata da fantasie oscene. Le venne anche a mancare quella familiarità quotidiana che aveva con Cristo e, quando Questi si fece di nuovo presente, Santa Caterina si lamentò con Lui del Suo abbandono in quelle situazioni così dolorose. Allora Cristo le chiese se quei pensieri le procuravano disgusto o soddisfazione: la risposta della Santa fu ovvia. Ed allora Cristo le dimostrò che proprio il disgusto era la migliore prova della presenza di Lui nel cuore della Santa.

Un altro aiuto viene dalla vita comunitaria, che purtroppo non è più consueta come in passato. Quanti sacerdoti vivono soli, isolati dai Confratelli. Ove la comunità non sia fisicamente possibile, sarebbe utile creare una convivenza spirituale, una famiglia presbiterale che si occupi dei suoi appartenenti, che non lasci alcuno solo a sé stesso. Trovarsi attorno al Vescovo, vivere assieme anche aiutati dai tanti mezzi di comunicazione di cui si dispone.

La devozione alla Madonna è certamente un grandissimo aiuto: l’amore a Lei, modello perfetto di ogni purezza che fu trovata dallo Spirito Santo assieme agli Apostoli nel giorno di Pentecoste, aiuterà a mantenere la fedeltà al Signore, la stessa che Ella mantenne nelle durissime prove che dovette sopportare.

Padre Raniero ha concluso la giornata preannunciando l’invocazione dello Spirito Santo al termine della Santa Messa a seguire “per far sì che l’olio della nostra consacrazione trabocchi ancora dal vaso e ci investa tutti”.

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