di Guido Verna

 

Ormai andiamo di corsa verso Santiago. A Triacastela [1] non prendiamo nessuna pietra per portarla fino a Castañola. A Samos non sentiamo i Vespri e la Compieta cantati dai benedettini nel loro splendido monastero [2], ma riusciamo solo ad apprezzare velocemente le conchiglie in ferro battuto di una lunga ringhiera sulla strada. E in un bar appena prima del Monte Gozo, ci limitiamo a lavare soltanto le mani e il viso, senza cercare il ruscello che scende da Labacollan… [3]

Quando arriviamo in vista di Santiago sta già facendo buio. Piove e c’è una foschia che si appresta a virare in nebbia. Avevamo previsto di salire sul Monte di Gozo, il Montjoie, il Monte della Gioia, per provare l’emozione profonda del pellegrino, che vedeva, finalmente, dopo mesi di faticoso cammino, l’Obradoiro, lo splendido involucro della sua meta. Noi eravamo pellegrini del secolo XX e arrivavamo in auto, ma avendo vissuto così intensamente il viaggio – prima e durante – ci eravamo quasi convinti che la gioia non l’avremmo solo immaginata, ma l’avremmo addirittura provata. Presuntuosi! Ci ha pensato la nebbia – o il cielo? – a riproporzionarci.

Decidiamo di saltare non solo il Monte di Gozo, ma anche Santiago, puntando direttamente verso l’Oceano; entriamo appena appena in città, tanto per non costringere all’autostop il mio figlio maggiore, che ha espresso il desiderio di passare qui la notte, tra tunas, umidità e pellegrini, e prender sonno al suono della gaita, la cornamusa galiziana.

Il nostro obiettivo avrebbe dovuto essere invece Finisterre, dove finisce la Via lattea, col sogno recondito di cercare e trovare, per gli altri la prova, per noi la sanzione provvidenziale della nostra identità di pellegrini: la fine della terra, l’ignoto tumultuoso davanti agli occhi; infine, sulla spiaggia, la conchiglia, questa mano distesa ma con le dita serrate, che non lascia scappare niente, che tutto tiene, anche il liquido e la sabbia, le parti più sfuggenti di noi; la conchiglia che avremmo messa sul cuore per cercare di bruciare queste parti al suo calore.

Chiesa di Santa Maria a Noia

Ma tutto questo rimane solo una pia intenzione; ormai sta facendo proprio buio, piove, siamo stanchi e Finisterre è lontana. La Ria che scegliamo – semplicemente perché a portata di mano – è profonda e con più Horreos che alberghi. Il primo paese si chiama Noia, quello dove ci fermiamo Porto do Son: ancora una volta – e doppiamente – nomen omen; ma noi, da bravi pellegrini, non abbiamo grandi velleità per la notte… Troviamo soltanto un albergo con qualche camera disponibile; non è il massimo, anzi…; ma che bravi pellegrini saremmo se il cattivo odore del bagno fosse una remora invincibile? E poi è proprio sulla Playa de las Gaviotas, la spiaggia dei gabbiani…

Horreo Porto do Son

Ceniamo in quello che è “senz’altro” il “miglior”ristorante della zona, come ha stabilito il mio assiomatico amico: è la prima volta che viene qui, ma – per costruire gerarchie gastronomiche – ad uno come lui, da una vita giornalista e inviato speciale, sono sufficienti i cartelli pubblicitari lungo la strada; e poi, caro e distratto ingegnere, nel ristorante scelto, è garantita la vista oceano… Siamo i soli avventori, quando entriamo; ma – dice – sono solo le nove e per la Spagna è ancora giorno. Quando usciamo, sono le undici e mezzo: e siamo ancora soli… La grigliata di pesce e il vino non sono stati memorabili. E la vista oceano era soltanto un briciolo di visuale che solo con tanto sforzo riusciva ad emergere dagli implacabili tetti su cui affacciavano le finestre della sala…

Torniamo in albergo in allegria ma, prima di andare a dormire, decidiamo, io e il mio amico, di camminare un po’ sulla spiaggia per accompagnare mia figlia che vuol sentire gli umori dell’oceano.

L’Oceano Atlantico, veduta da Porto do Son

C’è umido e solo poche luci, il rumore e l’odore dell’Atlantico non hanno particolare vigore, se dopo qualche metro sono vinti dalla musica e dal profumo acuto di una macchia di fumo che si diffondono dai tavoli di un bar all’aperto. Nella liturgia settimanale delle vacanze, è la sera dedicata alle sardinas e chuletas alla brace, come segnala un cartello. C’è una composta aria di festa intorno a noi, quando ci sediamo per assaggiare. Il cameriere e la signora del tavolo accanto che attacca piacevolmente discorso con noi mostrano di preoccuparsi del fatto che lasciamo quasi tutto nel piatto. No, state pur tranquilli, era tutto squisito, è che abbiamo un precedente ancora non digerito…

Ci avviamo verso l’albergo affidando al vento dell’oceano qualche considerazione sul fiuto del “giornalista”. Era questo, caro il mio amico, il miglior ristorante della zona, in cui potevamo trovare, insieme, il profumo di umanità e di arrosto, senza le alterazioni della “modernità”; ma per trovarlo ci voleva l’esercizio di “virtù” ormai inconsuete: un po’ di pazienza e un po’ di antica saggezza. Amico mio, l’odore dell’arrosto che entra nelle narici, sebbene acre, è sempre più autentico di un ammaliante messaggio pubblicitario. Ma ora dobbiamo proprio andare a letto: domani si alzeranno i gabbiani. Domani è Santiago.

Guido Verna

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[1] Cfr. AA.VV. Compostella etc., op.cit., p. 41, nota 29. «Nei pressi della località esistevano cave di pietre calcaree: ogni pellegrino ne trasportava una fino a Castañeda (a circa 80 km) dove sorgevano le fornaci in cui si produceva la calce, che da qui veniva condotta su carri fino a Compostella».

[2] E.Manzoni di Chiosca, op.cit., p.178.

[3] Il bagno nel Labacolla, al di là del facile umorismo, rappresenta moltissimo nella spiritualità del Camino, come è descritto perfettamente nel brano seguente, in R.Oursel, I luoghi, la vita, al fede etc,  op. cit., p.173: «Da Roncisvalle alla basilica […] una vigorosa comunione mistica deve aver sorretto e guidato il pellegrino […]: la santificazione dell’itinerario sin dai primi passi in terra di Spagna

, la penitenza imposta con il trasporto irritante e faticoso della pietra da Triacastela, la purificazione non solo del corpo e ma anche dell’anima perché precisa la Guida— e chi ha orecchie intenda! il bagno nel Labacolladeve essere fatto proprio “per amore dell’Apostolo” e, anche se sotto forma inconsueta, costituisce una preghiera ed un’invocazione. Così il pellegrinaggio in Spagna riveste dal principio alla fine un significato […] propriamente sacerdotale, quello di una liturgia trasposta ed immaginifica da messa cattolica distribuita nel corso di tutto un mese. […] Propriocome il sacerdote ai piedi dell’altare, il pellegrino per prima cosa si segna: Introibo; come il sacerdote, egli implora pietà e promette penitenza, e come il sacerdote, prima di accostarsi al Sancta Sancorum che è solo silenzio e notte d’estasi, purifica la propria anima, le labbra, le mani.E tutto sommato, tra le reali esigenze del corpo e il tuffo nel Labacolla non c’è divario maggiore di quello esistente tra l’intenzione spirituale del Lavabo inter innocentes manus meas e le poche gocce d’acqua con cui chi serve messa bagna le dita dell’officiante destinate a prendere e a stringere un attimo dopo il corpo sanguinante del Cristo» (le sottolineature mie).

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