di Stefano Chiappalone

Ben più ardua della “scommessa linguistica” di Mel Gibson che nel 2004 ha girato La Passione in lingue considerate morte, è stata la “scommessa sonora” di Philip Gröening, il regista tedesco che nel 2005 ha ambientato un intero film alla Grande Charteuse, casa madre dei Certosini, l’ordine più austero e più… silenzioso di tutta la Cristianità, fondato da san Bruno di Colonia (1030-1101). Il grande silenzio non era solo il titolo del film, ma era precisamente ciò che accadeva allo spettatore in queste due ore totalmente prive di dialoghi, salvo rarissime frasi. Niente rumori di auto, niente sirene, niente grida, niente musica, niente di niente, come quella coltre di neve che a Natale si posa dolcemente fino a coprire la terra, mettendo a tacere quel frastuono che ordinariamente fa da incessante colonna sonora della nostra vita quotidiana, al punto che quando cala improvvisamente il silenzio ci chiediamo cosa sia successo. Eppure, una volta superato lo sbigottimento iniziale, proprio come la neve esso ci restituisce una visione – per non dire un ascolto – della realtà che, se da un lato ci appare incantata, irreale, dall’altro si rivela più nitida. Ricominciamo a sentire i suoni primordiali, il soffio del vento, il ticchettio della pioggia, il crepitare del fuoco… Non è un vuoto, ma un silenzio pieno di vita.

Sono andato a vederlo poco dopo l’uscita, in un cinema di Pisa, dove all’epoca studiavo all’università. Non immaginavo che Il grande silenzio del titolo mantenesse la promessa fino a tal punto e ne fui favorevolmente stupito. Non lo immaginava neanche un signore che sedeva giusto dietro di me che, a un certo punto, con una certa impazienza, chiese al suo amico: «Ma questi qui non parlano mai?». «E per forza non parlano, è Il grande silenzio, non hai letto?». Non poté ribattere nulla e si limitò a esprimere la propria rassegnazione masticando le noccioline ancora più rumorosamente di prima.

Il silenzio ci mette a disagio, forse perché ci mette a nudo con noi stessi. Nel silenzio siamo costretti a pensare, cosa che molti accuratamente evitano, seppellendosi negli auricolari oppure, in casa, nella televisione perennemente accesa. Ad alto volume. Anche quando sono in un’altra stanza e non la guarda nessuno. «Ma perché la tieni accesa?». «Perché fa compagnia, altrimenti sai che angoscia…». Mi è capitato diverso tempo fa, di dover andare in casa di una persona con cui non si riusciva a parlare. Ogni frase era coperta dall’enorme televisore che dominava il soggiorno, dal punto di vista visivo, oltre che acustico. Per molti è abitudine, per altri è anche solitudine. Se quella fisica ci provoca tristezza, la solitudine interiore ci è intollerabile: ci si sente malissimo in compagnia di se stessi. Nel silenzio, come nella notte, si destano i desideri e i ricordi, ma anche i rimorsi e i rimpianti, i pensieri, che dobbiamo mettere a tacere in ogni modo – è l’unica cosa che deve tacere – coprendoli affannosamente con un incessante rumore di sottofondo che ci distoglie da noi stessi e dagli altri.

Alcuni studi avrebbero dimostrato – uso il condizionale solo perché non li ho letti direttamente, ma il risultato mi pare alquanto verosimile – che pronunciamo molte più parole al minuto rispetto a qualche generazione fa. Non parliamo, piuttosto sommergiamo di parole, come quell’operatrice di non so quale ente che chiamava per un «sondaggio», unico termine comprensibile in mezzo ad altri due milioni di suoni difficili da decifrare. L’ho lasciata recitare il copione alla sua velocità supersonica e quando meno se lo aspettava, sul più bello, l’ho stoppata con gentile fermezza: «Non ci ho capito nulla, magari se parla più lentamente riesco a capire la sua domanda».

In tv è pieno di dibattiti in cui ci si accavalla, nessuno riesce a finire una frase senza essere prima  interrotto da un altro e poi da un altro ancora e poi dal conduttore, finché non interviene la pubblicità ad aver ragione su tutti. Al punto di saturazione ciascuno sbotta: «Stai zitto, lasciami parlare». Cosa che, naturalmente, si può ribaltare su ciascuno degli interlocutori. Senza l’ascolto, ogni dialogo diviene un monologo.

E non mi dilungo delle casse ad alto volume in pizzeria e persino nel bagno del centro commerciale, perché ne ho già parlato altrove. È un crescendo dai piccoli rumori della casa a quelli grandi della città. Un crescendo che degenera in guerra acustica: basta qualche schiamazzo nel locale sotto casa o il vicino con lo stereo troppo alto e, improvvisamente, reclamiamo il silenzio. Perché ci fa paura, ma inconsciamente ne abbiamo bisogno. 

A un certo punto, logorati dalle notifiche, dalle comunicazioni urgenti, dal telefono che squilla in continuazione, dal traffico e dal caos, sentiamo la nostalgia dell’isola deserta, di un luogo silenzioso. Nella Regola di san Benedetto da Norcia (480-547)si raccomanda il silenzio per ascoltare la voce interiore, dedicandovi l’intero (breve) capitolo VI; non parliamo poi della meditazione, della scansione liturgica del tempo e di quelle piccole «liturgie» che trasformavano in rito anche i gesti più quotidiani. Lo studioso belga Léo Moulin (1906-1996) vi ha dedicato interessanti riflessioni, dimostrando quanta parte del galateo e di quelle norme del vivere civile, anche profano, che diamo per scontate affondino le radici nell’esperienza monastica. Curiosamente, in Gran Bretagna ci sono manager, imprenditori, uomini d’affari super-impegnati che vanno a cercare rifugio trascorrendo alcuni giorni in un’abbazia. Non per devozione, diversi di loro non sono neanche credenti, ma per sopravvivenza. Proliferano pubblicazioni e siti in materia di crescita personale (o self-coaching, per usare un anglicismo alla moda) tra i cui consigli per gestire persone cui le 24 ore non bastano più ricorrono spesso: l’ora di silenzio, la meditazione profonda (mindfulness), ma anche continua, mentre cammini, la riduzione dello smartphone e la valorizzazione del tempo, addirittura la sacralizzazione delle piccole incombenze quotidiane che normalmente ci pesano, la ripetizione di un mantra per aumentare rilassamento e concentrazione… Senza saperlo, sembra pervenire a una versione profana della Regola benedettina: quando la moderna frenesia giunge al punto di saturazione ci si rifugia nell’antica sapienza.

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