di Guido Verna

 

Siamo in vetta al Cebreiro, «un luogo sacro jacopeo, uno dei primi rifugi sorti sul Cammino» [1]: solo 1300 metri di altezza, ma di là  finalmente – e protetti da Santa Maria la Real – si scende nella dolce e verde Galizia, verso Santiago.

La Chiesa preromanica – dell’800, la più antica del Camino – è piccola e povera, tutta di pietra grigia, colorata soltanto da due patetiche persianine verdi e dal saio marrone di un sorridente frate francescano davanti all’ingresso; il campanile quadrato e tozzo, con un arco a tutto sesto intorno a una smunta panchina, cerca di allungarsi verso l’alto chiedendo aiuto ad una croce in ferro battuto che si alza al vertice dei quattro spicchi di pietra della sua cupoletta. La Chiesa è piccola e povera, ma dentro c’è qualcosa di straordinariamente grande e ricco.

Deve fare un gran freddo, in inverno, a O Cebreiro [2]. Anche quel giorno, seicento anni fa, faceva un gran freddo e c’era una tempesta di neve. Quando però il cuore è caldo di fede e la mente è ordinata come quella di un contadino medievale – che sa perfettamente che per raccogliere non basta lavorare la terra ma è necessario pure che dal Cielo non venga la grandine – allora si va su lo stesso, a ringraziare il Padre e a prendere Messa come ogni altro giorno. Si sale da Barxamaior al Cebreiro, con la neve che entra negli occhi e la tramontana che staffila il viso, magari ben coperti ma si sale, perché la campana ha chiamato.

Mio Dio, sono solo in Chiesa! Ti incarni solo per me! Che grande Dio è questo, che riesce a farsi piccolissimo per far entrare il Suo infinito soltanto in un povero contadino di questo sperduto angolo di Spagna!

L’Altare

Il calore dei cuori, però, ha temperature diverse. Come quella del sacerdote, che è bassa, tanto bassa da provare irritazione per questa unica presenza che lo costringe alla celebrazione.

Introibo ad altare Dei. Ah, non avessi suonato la campana…

Ad Deum qui laetificat juventutem meam La Chiesa è piccola e povera ma ha muri larghi, eppure il gelo è entrato lo stesso ed è salito fino all’altare ed io non sono più tanto giovane… Ah, il tepore della mia cameretta col braciere…

Sequaentia Sancti Evangelii secundum… Sono un po’ stanco di ripetere tutti i giorni questa recita; oggi, per di più, c’è un solo spettatore. Cosa ci troverà mai? «Tanto sacrificio per un po’ di pane e un po’ di vino!» [3].

Hoc est enim Corpus meum… Perché, dopo tanto freddo, all’improvviso ho caldo e sto tremando? Dio, la Tua carne!

Hoc est calix sanguinis mei… Dio, il Tuo sangue! Il calice è pieno, ormai, trabocca, tinge il corporale…  e il mio cuore…

Ci inginocchiamo, nella Cappella del Santo Milagro, davanti a quel calice e a quella Carne e a quel Sangue che i re cattolici, Ferdinando ed Isabella, vollero conservare nel loro prezioso reliquiario.

Il Reliquiario del Miracolo Eucaristico

Ci vengono in mente i tanti altri miracoli eucaristici che conosciamo. Quello di Bolsena (nel 1263), quelli di Lanciano (nell’VIII secolo e nel 1273), quelli di Alatri (nel 1228) e di Veroli (nel 1570), vicino casa nostra: ovunque, sempre la stessa storia, una storia antica quanto l’uomo, la fede che si spegne corrosa dai dubbi seminati dall’altro e il Padre che continua umilmente a piegarsi sull’uomo e a sostenerlo pazientemente con la fisicità e l’evidenza della Carne e del Sangue del Figlio.

Siamo in ginocchio a pregare che almeno sull’altare la fede non venga mai meno, che per credere al Corpus Domini non ci sia più bisogno di simili miracoli, che basti un Calvario solo e un solo Giuseppe d’Arimatea… La cerca del Graal, per chi ha il cuore e la mente del contadino di Barxamaior, non è avventura da Indiana Jones: basta ascoltare la campana ed entrare nella Chiesa più vicina. Ognuno, nel Tabernacolo, ha il suo Cebreiro a disposizione: e senza tempeste di neve e salite impervie.

Santa Maria la Real, la Vergine del Cebreiro, – bellissima, con quel volto lungo e affilato, le arcate sopraccigliari alte e grandi come gli occhi, solo un po’ di rossore sulle gote e la serietà di chi ha tanti pensieri – ci aspetta seduta, forse perché il Bambino che ha sulle ginocchia, con i capelli da fraticello e una mela in una mano, è già grandino e pesa un po’; con l’altra mano, il Bambino benedice: ne approfittiamo ampiamente prima di uscire .

Le pallozas – queste strane e affascinanti capanne celtiche – seguono quasi il profilo dei declivi e sembrano solo tetto, come le tende nei campeggi. I muri a secco perimetrali sono bassi bassi e su di essi si aprono porticine e finestrelle mai uguali fra loro. Ma, dentro, le pallozas sono grandi, ampie, perché, da quei muri a secco bassi bassi, il tetto si alza con audacia sorprendente e poi spiove dall’altra parte con pendenze da chalet montano. Sennonché il tetto è di paglia: poveri e grandi architetti…

Mangiamo – bene – nell’unico e affollatissimo ristorante. C’è un gran traffico di pellegrini camminatori, quassù. Un gruppo, più donne che uomini, è sdraiato sulla strada a rifocillarsi; qualcuno suona la chitarra, qualcun altro canticchia; vicino, però, hanno il pulmino di appoggio: un’ombra vela la mia ammirazione…

La palloza museo è ricoperta d’edera ed ha un custode gentile: la visitiamo con piacere, prima di scendere a valle.

Proprio all’inizio della discesa, sbagliamo strada, prendendone una senza uscita e ritrovandoci in un cortile sterrato, tra galline e povere case di contadini: c’è solo un bambino che gioca in silenzio e una donna che lava una pentola in una improbabile fontana. La donna ci guarda: non è sorridente, non è sorpresa, non è irritata, non è imbarazzata. Non è niente e continua a lavare la sua pentola. È come se non ci fossimo. Siamo noi che non siamo niente in queste terre celtiche… Col nostro rumore confondiamo soltanto il suono della campana del Cebreiro

Guido Verna

1996

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[1] E.Manzoni di Chiosca, op.cit., p.173.

[2] Cfr. Ibid., p.173. «Il nome viene da mons Februari, mons Zeberrium, riferito al freddo dovuto alla sua altezza».

[3] Ibid., p.173.

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