Martiri Coreani: Andrea Kim Taegon,

 Paolo Chong Hasang e 100 compagni.

 Corea 1785-1882

“Il loro sangue ci incoraggia nella fede”

P. Thimoty Jung Yeon-Jung

   La Chiesa coreana ha la caratteristica, forse unica, di essere stata fondata e sostenuta da laici.

   Scambi culturali

   La fede cristiana comparve in Corea, agli inizi del 1600, tramite delegazioni che ogni anno visitavano Pechino in Cina, per scambi culturali. E in Cina i coreani vennero in contatto con la fede cristiana, portando in patria il libro del grande padre Matteo Ricci “La vera dottrina di Dio”. Un laico, Lee Byeok, grande pensatore, ispirandosi a quel libro, fondò una prima comunità cristiana molto attiva e, intorno al 1780, pregò un suo amico, Lee-sunghoon, in partenza con la delegazione culturale per la Cina, di farsi battezzare e al ritorno portare con sé libri e scritti religiosi per approfondire la nuova fede. Nella primavera del 1784 l’amico ritornò battezzato, con il nome di Pietro, dando alla comunità un forte impulso. Questo fatto è considerato la nascita ufficiale della Chiesa in Corea.

Chiesa e persecuzione

   Non conoscendo bene la natura della Chiesa, il gruppo si organizzò come poté. Informati dal vescovo di Pechino che per avere una gerarchia occorreva una successione apostolica, lo pregarono di inviare al più presto dei sacerdoti. Fu inviato loro un prete Chu-mun-mo. I fedeli divennero in poco tempo diverse migliaia. Ma fin dal 1785, si scatenò una forte persecuzione, che nel 1801 uccise il prete e proseguì a varie riprese, anche dopo il decreto di libertà religiosa del 1882.

   Andrea

   nato nel 1821 da una nobile famiglia cristiana, crebbe in un ambiente decisamente ispirato ai principi cristiani. Il padre in particolare aveva trasformato la sua casa in una “chiesa domestica”, ove affluivano i cristiani ed i neofiti, per ricevere il battesimo. Scoperto, tenne con forza la sua fede, morendo a 44 anni martire.

   Andrea aveva 15 anni quando uno dei primi missionari francesi arrivati in Corea nel 1836, lo inviò a Macao per prepararlo al sacerdozio. Ritornò come diacono nel 1844 per preparare l’entrata del vescovo mons. Ferréol, organizzando una imbarcazione con marinai tutti cristiani, andando a prenderlo a Shanghai. Qui fu ordinato sacerdote e insieme, di nascosto con un viaggio avventuroso, penetrarono in Corea, dove lavorarono insieme, sempre in un clima di persecuzione.

   Con la nobiltà del suo atteggiamento, con la capacità di comprendere la mentalità locale, riuscì ad ottenere ottimi risultati d’apostolato. Nel 1846 il vescovo Ferréol lo incaricò di far pervenire delle lettere in Europa, tramite il vescovo di Pechino, ma durante il suo incontro con le barche cinesi, fu casualmente scoperto ed arrestato.

   Subì spostamenti di carcere e interrogatori, prima con il mandarino, poi con il governatore e giacché era un nobile, alla fine con il re e a tutti manifestò la fedeltà al suo Dio, resistendo a i tentativi di farlo apostatare, nonostante le atroci torture. Alla fine venne decapitato il 16 settembre del 1846 a Seul. È il primo sacerdote martire della nascente Chiesa coreana.

   Paolo

   Eroico laico coreano, era nato a Mahyan. Aveva sei anni quando il padre Agostino e il fratello Carlo vennero martirizzati nel 1801 e la sua famiglia composta da lui, la madre Cecilia e la sorella Elisabetta, venne imprigionata e privata di ogni bene. Furono costretti ad andare ospiti di un parente, ma appena gli fu possibile Paolo si trasferì a Seul aggregandosi alla comunità cristiana. Almeno quindici volte andò in Cina a Pechino in viaggi difficilissimi fatti a piedi, spinto dall’eroismo di una fede genuina, professata nonostante i gravi pericoli.

   Collaborò alacremente affinché il primo sacerdote Yan arrivasse in Corea e poi dopo di lui i missionari francesi: il vescovo Imbert ed i sacerdoti Maubant e Chastan. Fu accolto con la madre e la sorella dal vescovo Imbert, il quale desiderava farlo diventare sacerdote, ma la persecuzione infuriava e un apostata li tradì, facendoli imprigionare.

   Paolo Chong Hasang venne interrogato e torturato per fargli abbandonare la religione straniera a cui si era associato, ma vista la sua grande fermezza, venne condannato e decapitato il 22 settembre 1839, insieme al suo caro amico Agostino Nyon, anche lui firmatario di una petizione al papa per l’invio di un vescovo in Corea. Anche la madre e la sorella vennero uccise dopo alcuni mesi. Il vescovo e i due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi, vennero decapitati anche loro nel 1839.

   La memoria dei beati e santi

   Di questi testimoni 103 furono beatificati nel 1925 e nel 1968, e tutti canonizzati da Giov Paolo II il 6 maggio 1984. Sono ricordati il 20 settembre, con i nomi di Andrea Kim Taegon e Paolo Chong Hasang.

   Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni

   Sono altri martiri, uccisi in Corea tra il 1791 e il 1888, beatificati da papa Francesco a Seoul il 13 agosto 2014 e ricordati in varie date.

   È interessante notare che tra i 103 canonizzati da Giov. Paolo II ci sono solo 3 vescovi e 7 sacerdoti e dei 124 beatificati da papa Francesco solo uno è sacerdote. Gli altri sono tutti fedeli e catechisti coreani e solo 10 sono stranieri.

   Perché le persecuzioni?

   Il 30/06/2014 il Cardinale di Seoul Yeom Soo-jung ha dichiarato ad Asianews che nel 1795 vi erano già 4mila fedeli. Seguiamo l’intervista: “Tutti loro erano stati educati nel confucianesimo (autorità, gerarchia, ruoli, differente valore per ogni persona); nel cristianesimo essi cercavano la verità, la verità sull’uomo, su Dio, sul mondo”. Ma il governo del tempo sente subito un conflitto fra il confucianesimo e il cristianesimo e lancia una forte persecuzione. “Agostino, uno dei futuri beati, prima di essere ucciso, ha scritto una lettera al re, in cui affermava che il governo stava perseguitando la religione cattolica solo perché straniera. Ma lui afferma: ‘Non è un problema se Dio viene annunciato e giunge da un Paese o da un altro’. Nella lettera egli rivendica di avere gli stessi valori del confucianesimo: amore alla famiglia e ai genitori, alla patria, al re”.

   Bisogna però dire che nel periodo Joseon (la dinastia confuciana che ha governato in Corea dal 1392 al 1910) la società era molto divisa: uomini e donne, ricchi e poveri, autorità e popolo, diverse classi, differente valore per ogni persona… Il cardinale conclude: “I cattolici sottolineavano l’uguale dignità di ogni persona e perciò appariva come se volessero far crollare questo edificio. In realtà il sacrificio dei martiri ha messo le basi per una società centrata sull’uomo e sulla dignità della persona”.

   Jeoldusan

   Nella zona ovest di Seoul c’è la collina di Jeoldusan, che significa: “la collina delle decapitazioni”, perché qui sono stati decapitati decine di martiri cristiani. Molti di loro condannati alla “gunmunhyosu”, la decapitazione e l’esibizione pubblica delle teste tagliate. Il governo coreano l’ha dichiarato un luogo storico importante per la cultura del Paese e negli anni ’60 sono state costruite nella zona una sala con le reliquie di 23 martiri, un museo – che raccoglie strumenti di tortura, sentenze di morte, preghiere scritte dai martiri in prigione, oggetti di devozione – e una cappella che accoglie ogni anno decine di migliaia di fedeli. Fra i pellegrini più famosi Giovanni Paolo II e Madre Teresa.

   Attualmente

   “In Corea almeno il 70% della popolazione appartiene a qualche religione: 30-40% buddisti, 30% protestanti, 11% cattolici. È interessante notare che da un’indagine è risultato che la Chiesa cattolica (l’11% della popolazione) è la religione che influisce di più sulla società. La Chiesa influenza con le sue opere sociali, le case di cura per gli anziani, per i poveri, contro l’ingiustizia, per la vita… Ad ogni modo, i campi del lavoro e dell’economia sono ancora da evangelizzare in profondità. Siamo ancora agli inizi”. (P. Thimoty Jung Yeon-Jung, rettore della chiesa di Jeoldusan, 27/06/2014).

AR,settembre 2018

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