di Guido Verna

L’ultima volta che ho visto una cicogna (o la prima, perché non ricordo quella che portò me; forse appartengo a quella parte di umanità nata sotto il cavolo), è stata una decina di anni fa, in un paese austriaco sul Neusidler See. Ero stato a vedere con mia moglie la frontiera, quella frontiera per cui eravamo andati fino al paludoso “mare” di Vienna.

La strada che attraversava il boschetto finiva improvvisamente ed angosciosamente in una rete e in un filo spinato. Di là, dove la strada non c’era più, c’era l’Ungheria ancora comunista. Le torrette con in soldati armati di binocolo e di mitra, un elicottero che volava a bassa quota, il latrare incessante e cattivo dei cani avevano fatto scendere sui nostri cuori un velo spesso di tristezza che faceva da pendant a una grande e antica rabbia.

Poi, eravamo andati a Rust e lì, sul comignolo di una casa, avevamo visto una cicogna. Eravamo rimasti a guardarla, ci sembrava l’immagine della serenità e della libertà. Si sarebbe mai posata sulla torretta? Quando?

Quella che inquadro con lo zoom sulla guglia del frontale della Cattedrale di Léon mi appare diversa. In posa leziosa ma anche dignitosa, ruba con distaccata tranquillità l’equilibrio alla punta e sembra quasi aspettare la foto, come un preziosismo messo lì dall’Ente del Turismo.

La Cattedrale di Leon

Non ho tempo per stupirmi del merletto del rosone né per soffermarmi sui gotici diversi delle due grandi torri disuguali che fanno la guardia ai lati del portico di ingresso: debbo entrare rapidamente. So cosa mi aspetta, so «lo splendore di quelle vetrate» [1]. Oggi, per di più, c’è il sole e la sua luce ha il fulgore del sole d’agosto.

Ora sono dentro: Dio, come è bello! Da rimanere senza fiato. Quella luce mi ha seguito, è entrata insieme a me ma il nostro rapporto in un attimo è cambiato. Fuori, la sentivo estranea, aggressiva e mi difendevo con i Ray ban. Ora, è sorella luce, ha perso presupponenza e monotonia, non trafigge più ma rasserena, abbraccia.

È entrata insieme a me, nello spazio sacro, ma ha fatto una strada diversa. Io sono entrato, piedi per terra, dalla porta principale, lei invece è passata in alto, ha attraversato — assorbendole — le armonie colorate che i nostri antenati nella fede, nell’età della fede, hanno “scritto” su quelle vetrate. Dentro, ha perso orgoglio ed acquistato umiltà: si è piegata — ancora oggi, come da tanti secoli —  alla funzione sussidiaria di far leggere perfettamente anche a noi quaggiù quelle armonie.  Quando ricade e ci avvolge, si lascia com-prendere totalmente, con il suo colore ma anche con i suoi colori; si mette a disposizione, quietamente, sintetica ed analitica. Si fa aria colorata da respirare. Ora mi sento dentro sorella luce e respiro a pieni polmoni, per cercare di nutrirmi un po’ della sua metamorfosi. Ma il mio apparato respiratorio avrà la fede dei vetrai?

Guardiamo poco tutto il resto, giriamo a testa in su, lentamente, a bocca aperta; ora siamo pesci nel liquido colorato, ma vorremmo essere cicogne per vedere da vicino lassù, dove il liquido si colora, i mille e ottocento metri quadrati di vetrate, dove «sono tutti i colori delle albe e dei tramonti  del paradiso» [2].

La cappella di San Giacomo è però un richiamo obbligato, un ritorno al reale. Preghiamo con devozione, anche se — uomini del ventesimo secolo — ci sembra di essere inadeguati e di pregare in bianco e nero. Ma siamo certi, comunque, che San Giacomo apprezzerà.

La Cappella di San Giacomo

Quando usciamo da una porta laterale, San Giacomo ci sta anche aspettando fuori. È di pietra bianca, statua tra statue, e si tira un po’ su il mantello per offrirci il piede. Lo tocchiamo con devozione, anche se per chi va in auto è solo una metafora… Ripassiamo davanti, alziamo gli occhi per vedere il sole entrare nel rosone e la cicogna è ancora lì, immobile e tranquilla, a fare da guida alla luce o a montare la guardia o — come accadde al cardinale Roncalli prima di diventarePapa — a bearsi su «questo edificio [che] […] ha più vetro che pietra, più luce che vetro e più fede che luce» [3].

Ci incamminiamo verso Sant’Isidoro. Fedeli alla Guida, non solo alla lettera ma anche allo spirito, dobbiamo [4] andare a trovarlo. Di tutti quelli consigliati, finora abbiamo fatto visita solo a S. Domenico de la Calzada, avendo saltato i martiri Facondo e Primitivo a Sahagun: Sant’Isidoro è l’ultimo prima di Santiago. Per noi italiani le chances concesse dalla Guida non sono poi molte….

Ora siamo nel grande romanico, nella prima Chiesa romanica del Camino, piena di suggestioni vivissime, dove c’è l’adorazione perpetua del Santissimo e dove (perciò? perciò!) sono andati a riposare i Re.

La Cattedrale di Sant’Isidoro

C’è meno luce, dentro, ma forse sento di più la Luce. Ci muoviamo gerarchicamente: andiamo prima a far visita al Santissimo e poi a pregare S.Isidoro, nella Capilla Mayor: il magnifico retablo gotico cinquecentesco che si innalza sull’urna delle reliquie tenta di distrarci, ma sono distrazioni edificanti che il Santo Vescovo perdonerà.

La Capilla Major
Il Retablo

Mi chiedo — davanti all’argento dell’urna e ai merletti dorati del retablo — perché sapessi così poco di questo grande Vescovo di Siviglia, che combatté l’eresia ariana, che convertì i Visigoti, che scrisse storie e regole, che  produsse una formidabile rinascita culturale all’inizio del 600. Certo: perché sono un cristiano ignorante (ma non più della media). La risposta, però, pur col suo fondo di vero, non mi soddisfa. Cambio allora la domanda: perché ho sentito parlare così poco di questo grande Santo? Perché continuano a rimanere chiusi questi splendidi scrigni di cultura evangelizzatrice e di autentica promozione umana? È ora di riaprirli, perché oggi è di nuovo Alto Medio Evo. Come hai fatto, Sant’Isidoro, a convertire i Visigoti? Come faremo, noi, a convertire i nuovi Visigoti?

Andiamo a trovare i re, nel loro pantheon. Sette re, dodici regine e ventuno personaggi reali di Castiglia e di Leon, così dice la Guida. Riposano sotto un cielo umano-divino che solo l’iconografia medievale poteva produrre e — se Dio vuole — la moderna tecnica permette di godere pienamente. Le lampade sugli splendidi capitelli illuminano la mandorla del Cristo Pantocrator e tutte le altre scene intorno, serene e crudeli, essenziali e pedagogiche, che i Re e le Regine da mille anni si guardano dal basso. È il paradigma della nostra vita che segue le curvature delle volte: «il tema della lotta contro il male, il peccato e la morte è la trama di tutta l’iconografia del pantheon dei Re a Leon, presente sui capitelli scolpiti e sulle volte policrome» [5].

Le Tombe dei Re

Avevo già visto l’Escorial e la Cripta dei Cappuccini. Qui la morte è diversa, ha i colori della vita, è un continuum, senza iati: non c’è il freddo e il cupo dei marmi bianchi e neri, l’austerità — umana, umanissima e perciò spesso presuntuosa e sgradevole — di tante sculture, non la sottolineatura di un destino comune quale è la morte, ma l’esaltazione di quella morte, cioè di quella vita.

Qui sono morti degli uomini cristiani, che erano re; lì sono morti dei re, che a volte erano cristiani. Non è un giudizio di valore né un giudizio morale, Dio mi guardi, su Carlo V e Francesco Giuseppe che sono certo già in Paradiso. È  solo una sensazione, semmai derivata da un giudizio inconscio su due visioni del mondo, la prima tutta cattolica, la seconda già con le crepe e le ombre della cosiddetta Riforma, la prima tutta di Dio e per Dio, condivisa da Re e contadini, la seconda già individualistica e liberale, moderna, oh se moderna!

Ferdinando I e sua moglie Sancha non hanno mausolei privati e trionfanti, sono lì, a rimirare le volte colorate e i capitelli, a seguire il volgere e la liturgia del tempo nel Calendario Agricolo, la vigna in ottobre e il maiale in novembre, a rileggersi il senso della storia e della vita di ogni uomo — a maggior ragione di un uomo e di una donna Re e Regina — protetti dal senso ultimo, il Cristo nella mandorla.

Prima di andar via, visitiamo il Tesoro, che — ovviamente — è splendido, regale come il Calice di Urraca. Ma io mi perdo sotto un grande stendardo del XII secolo, il Pendon de Baeza. È rosso e su esso S.Isidoro galoppa su un cavallo bianco, nella mano destra una spada, nella sinistra una Croce e le redini.  È così che durante la Reconquista appariva in battaglia ai combattenti cristiani, matamoros come Santiago. È una immagine del cristianesimo che si è stinta, fin quasi a perdersi, dilavata dal pacifismo esangue ma subdolo e rovinoso del modernismo. Verrà per noi il tempo della Reconquista?

Quando usciamo, ho una certa invidia per l’esimio collega, architetto Petrus Deustamben, cui fu concesso l’onore di essere sepolto tra le mura del suo progetto…  Io, purtroppo, sono ingegnere e per di più mi occupo solo di aria condizionata … 

Guido Verna

1996

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[1] E.Manzoni di Chiosca, op.cit., p.197. Più avanti scrive: «Non c’è chiesa che in percentuale rispetto alla pietra ne abbia di più. Gli intenditori ritengono che l’edifico sarebbe dovuto crollare già molto tempo fa, per questo la chiesa stessa è una specie di angelo in pietra e vetro, una forma di santità».

[2] Frase di Walter Fitzwilliam Starkie (18941976), cit. inCesco Vian Il Cammino di Santiago, articolo sulla rivista Atlante, Istituto Geografico De Agosini, Novara ottobre 92, p.46.

[3] C.Nooteboom, op.cit., p197.

[4] Cfr. AA.VV. Compostella etc., op.cit., p.52. «Coloro che si dirigono a san Giacomo, lungo la via di Saint-Gilles devono visitare innanzitutto ad Arles il corpo del beato confessore Trofimo etc.». Nella nota del curatore, nella stessa pagina, in corrispondenza al «devono visitare», si legge: «Da intendere in senso imperativo: hanno l’obbligo di visitare. Per la mentalità dell’uomo medievale il culto delle reliquie dei santi assumeva particolarissima importanza. Il santo rappresentava il potente intercessore presso Dio (già in questa vita, e poi il giorno del Giudizio) di chi in terra lo venerava […]. La visita ai corpi santi e ai santuari posti lungo il cammino rappresentava dunque uno degli elementi indispensabili e costitutivi del pellegrinaggio stesso, senza il quale esso perdeva il suo carattere di progresso spirituale».

[5] Xavier Barral Altet, Compostelle le grand chemin, Decouvertes Gallimard, Paris 1996, p.85

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