di Guido Verna

 

Ci sono tanti modi in cui si può riconoscere il carattere distintivo di una civiltà: il più semplice — forse perché per me il più evidente e il meno faticoso — è quello che passa attraverso l’architettura. Se «la storia è la biografia dell’umanità» (Gonzague de Reynold), l’architettura è il suo supporto fisico, la sua conferma materiale.

 

Facciata cattedrale

Quando arriviamo a Burgos e vediamo la mole imponente della cattedrale che domina il panorama, ci rendiamo subito conto che quel tempo, il tempo della cattedrali, era una civiltà cristiana. Chi arriva a Manhattan, vede altri domìni ed ha subito la sensazione di un altro tempo, di un’altra civiltà.

Mi tornano in mente, quelle dolcissime Madonne medievali che sotto il loro manto raccolgono e proteggono un’umanità — l’umanità — minima e sottodimensionata. L’impoverito uomo di oggi — oh, se siamo poveri! — commenta, con una punta di disprezzo, sulla mancanza degli artisti di allora di senso delle proporzioni, di prospettiva eccetera eccetera. Ah, il Rinascimento, finalmente l’equilibrio e l’armonia! Ma non sa più leggere il simbolo! La gerarchia e la scala di valori — che sono la qualità del tempo delle cattedrali — sono invece visibili e comprensibili proprio lì, nella sottolineata sproporzione dei rapporti.

Il balcone dei Re

 

 

Sul grande rosone con al centro il sigillo di Salomone, poggia col suo gotico delizioso e pieno di armonie — noblesse oblige — il balcone degli otto re. Sono di guardia all’ingresso della cattedrale dedicata all’Assunzione della Madonna: ancora, di più, infinitamente di più, noblesse oblige.

 

 

 

 

 

Cappella Santa Tecla

Prego, accomodatevi. Grazie, signori re. La cattedrale è grande, piena di brusii, ma anche di silenzi. Il coro centrale, così spagnolo, ne spezza la profondità e muove lo sguardo verso le cappelle laterali. Ho sempre avuto una certa ritrosia per le ridondanze, ma il tabernacolo maggiore della Cappella di Santa Tecla è così traboccante di ori e di ricami che finisce per affascinarmi. Leggo sulla guida: è opera di Alberto Churriguera (1676-1750), è un «vero paradigma dello stile churrigueresco»[1].  Non c’è un pezzettino di materia che non sia stato lavorato e organizzato con amore pedante. Anche la luce fa fatica a muoversi su di esso; sull’oro che sembra armoniosamente liquefarsi, si adagia soltanto, non si esalta né si spegne, diventa luminosità dorata e tremula, come la fede autentica e cosciente.

 

 

Cappella di Sant’Anna

 

Prego, entrate pure: l’arcidiacono Fernando Diaz di Fuentepelayo, accomodato nel suo splendido sepolcro gotico, da tanti anni controlla l’ingresso alla Cappella di Sant’Anna. Un altro tabernacolo, ma di tre secoli prima; e ancora oro, ma vario e intrigante, verticale e sinuoso, ricamato e colorato, e non fine a se stesso, ma trama e sostegno di tante statue, di tante scene scolpite. Mi inginocchio e ancora una volta rimango colpito dalla straordinaria intensità dell’arte medievale: la bellezza, che pure è struggente, diventa secondaria rispetto al senso che da essa promana e che ogni occhio ingenuo e perciò limpido può facilmente percepire e trasferire all’anima.

 

 

Guardo e ricordo; oppure guardo e imparo; in ogni caso guardo e medito. Biblia pauperum. Pedagogia dell’immagine. Come oggi… Ma allora le immagini servivano ad aiutare l’uomo a pensarsi e a salire, oggi a dimenticarsi e sprofondare. Jesse dorme tranquillamente con una mano sotto il capo; dal suo cuore, come arterie generosamente fuoriuscite, partono le radici di un albero i cui rami fanno da cornice e abbracciano San Gioacchino e Sant’Anna sorpresi in  atteggiamento di grande dolcezza; e salgono, con lo stesso andamento delle salite degli uomini; pieni di inviluppi e di nodi, tortuosamente, con fatica, ma infine salgono, vanno su, e portano statue come frutti, fino al frutto massimo e più maturo, lassù, in cima, la Madonna in trono con il Bambino sulle gambe. Il Bambino non è solo dolce, ma ha un che di orgoglioso e di fiero: guarda diritto davanti a sé, forse perché in mano ha il Suo scettro: una lunga croce, il Suo (nostro) destino di gloria.

 

 

Cristo di Burgos

Ora il destino è compiuto. Il Bambino è diventato Uomo e le Sue mani non stringono più lo scettro, ma sono chiodate su di esso. Comincio a capire perché il Cristo di Burgos è così famoso. Mentre lo guardo intensamente — perché solo così si lascia guardare — colgo infatti non solo la tragicità della Sua passione, ma anche il moto — modesto, infinitesimo, ma pur autentico e avvertito — della mia com-passione. Dalla testa reclinata dolorosamente sulla spalla destra cadono capelli umani, fissati dalla corona di spine. Anche la barba è umana; e così le unghie (come leggo dalla guida). Il mito antico del «Dio che muore» diventa finalmente storia nell’Incarnazione. «La storia di Cristo è il “supremo mito”, perché qui il mito è diventato realtà» [2].  E allora penso a chi ha realizzato questa sorta di fisica incarnazione al contrario e mi viene da leggerla così: ci crediamo tanto a questa realtà e Te ne ringraziamo tanto, Signore, che sul Tuo Corpo innestiamo i nostri capelli e le nostre unghie — indegnamente ma sono le parti marginali e Ci perdonerai — per soffrire insieme a Te.

 

Sepolcro dei Conestabili

La gloria dopo la sofferenza non è facile da immaginare, nemmeno lontanamente. O forse lontanamente si può. Basta entrare nel Sepulcro del los Condestables. Non so come abbiano vissuto Pietro Fernández di Velasco e la sua sposa Mencía di Mendoza, condestables di Castiglia. Ma da come hanno deciso di aspettare il momento per muoversi verso Giosafat debbo presumere che abbiano vissuto bene. Dormono serenamente vicini al centro della loro cappella, appoggiando il capo a cuscini ricamati e morbidi ― sì, anche il marmo può essere morbido… ―, vestiti di bianco e con l’abito delle grandi occasioni, con la spada e la corona del Rosario. E aspettano. Da quattrocento anni, ma hanno pazienza. Guardando lo splendore della volta, mi convinco che i condestables si siano fatti mettere al centro perché ogni tanto, senza che nessuno se ne accorga, aprono gli occhi per avere una anticipazione umana dell’armonia che li aspetta. Quando esco, mi giro all’improvviso per sorprenderli e vedere di che colore hanno gli occhi. Ma continuano a dormire…

 

La tomba di El Cid

Odoriamo un po’ di quel fumo che si innalza da quel braciere che da quattrocento anni non è mai stato spento — la continuità anche olfattiva del cattolicesimo —, salutiamo Santiago e andiamo a trovare El Cid (1043-1099) e la sua sposa, Ximena (qui solo dal 1919), per i quali la Provvidenza ha mosso la parte migliore della sapienza architettonica degli uomini, facendo preparare per il riposo di questi sposi straordinari un cielo di altrettanta straordinaria bellezza: la lanterna della Crociata, la incredibile cupola che impreziosisce dall’alto la loro tomba. Anche nei cieli “umani”, c’è una gerarchia: mi perdoneranno i condestables, ma El Cid e la signora…

Rodericius Didaci Campidoctor, MXCIX anno Valentiae mortuus e Eximina uxor eius è scritto sulla lapide di marmo rosso: anche loro, come Pietro Fernández e Mencía, aspettano insieme. Sono molto affezionato a El Cid: è un archetipo — ma con un nome e un cognome, Rodrígo Diaz de Bivar — a cui mi trovo spesso a pensare e che invidio un po’ agli spagnoli. Ha sopportato angherie, ma non è mai venuto meno ai patti, non ha mai perso di vista per interesse personale il “grande quadro”, ha saputo scegliersi gli amici, ha combattuto per la religione, per la terra dei padri e per la famiglia. Ha vissuto — age quod agis — facendo quello che doveva essere fatto diventando perciò — e non nascendo! — un eroe. Ogni Reconquista passa sì attraverso l’intervento della Grazia ma prevede sempre l’adesione della natura, della umana volontà. Nella sua medaglia ci sono El Cid e Santiago matamoros, ma su due facce diverse.

Ritrovo sulla guida il racconto di un suo piccolo inganno ― perché ognuno prima di essere un eroe, è un uomo. Esiliato da Alfonso VI e in pessime condizioni economiche, presentò, a due banchieri ante litteram, due forzieri pieni di pietre preziose e di ori, il suo tesoro, chiedendo in cambio denaro e col patto di non aprirlo prima di un anno. In realtà erano pieni solo di pietre e sabbia; e quando ebbe conquistato Valencia, tornò dai creditori a saldare il debito e riprendere il suo tesoro ancora nascosto, dicendo che «sebbene i forzieri contenessero solamente pietre e sabbia, il tesoro che racchiudevano era la sua parola d’onore più preziosa di tutto l’oro prestato» [3].

 

La porta del Sarmental

 

L’inizio del racconto è molto moderno, contemporaneo; la fine è invece luminosamente medievale. Della stessa luce del chiostro e del Cristo Dottore che sulla porta del Sarmental benedice e sembra parlare mentre i quattro Evangelisti, ciascuno nel suo banchetto, paiono prendere ordinatamente appunti.

 

 

 

Il Papamoscas

 

Senza vedere le boccacce del Papamoscas (Pigliamosche), dopo un’Ave Maria alla Vergine col niño, usciamo da questa meravigliosa «preghiera di pietra» [4]. La Plaza de Santa Maria è piena di sole e di gente. Diversamente da noi, i re non sembra che abbiano fame; sono ancora lì, al balcone, a dare il benvenuto e a fare la corte d’onore alla Regina.

 

 

 

Guido Verna

1996

 

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[1] Julian Perez Lopez, La cattedrale di Burgos, Burgos 1996, p.31.

[2] Christoph Schönborn, Il mistero dell’Incarnazione, Piemme, Milano 1989, p.21.

[3] J. Pe.Lopez, op.cit., p.174.

[4] Alberto Caturelli, Il nuovo mondo riscoperto, Edizioni Ares, Milano, 1992, p.80.

 

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