Giovane laico domenicano

Torino 1901 – 1925

“Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare”

Pier Giorgio Frassati

 

 

 

 

   «Agendo sempre senza riflessione nelle cose che per te dovrebbero essere importantissime (Giorgio ha dimenticato il libro per un esame) diventerai un uomo inutile agli altri e a te stesso». Così gli scrive il padre nel febbraio del 1922. E ancora lo stesso anno: «Bisogna che ti persuada, caro Giorgio, che la vita bisogna prenderla sul serio, e che così come tu fai, non va né per te, né per i tuoi, i quali ti vogliono bene e sono molto amareggiati (…) Non vivere alla giornata, senza pensiero come uno scervellato qualunque. Se vuoi un po’ di bene ai tuoi devi maturare. Io sono molto, ma molto di cattivo umore».

Ma Pier Giorgio, quest’uomo ‘inutile’, ritaglia spazi di eternità.

 

   L’amicizia

Al Politecnico (Ingegneria meccanica con specializzazione mineraria) i ‘Lestofanti’  e le ‘Lestofantesse’, sono gli amici del suo gruppo che vivono con serenità e rispetto il valore dell’amicizia. Voglia di vivere e spirito goliardico aleggiano fra di loro per poter «servire Dio in perfetta letizia».

 

   La montagna

Amante della montagna, con gli amici, Pier Giorgio trova nell’alpinismo la manifestazione palpabile del suo cammino ascetico «verso l’alto», verso la fede più pura.

 

   È Impegnato

nell’Istituto Sociale dei padri Gesuiti, l’Eucaristia al centro della sua vita, nelle Conferenza di San Vincenzo, nella Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), nel Terz’ordine di San Domenico, nell’Azione Cattolica.

Ai genitori appare un giovane che invece di studiare, ‘bighellona’ con gli amici tra chiese e celebrazioni. Il padre di Pier Giorgio è proprietario del quotidiano ‘La Stampa’, senatore, ambasciatore a Berlino. La madre Adelaide è pittrice. Ambedue molto impegnati. Non cattivi, ma solo abbagliati dal lavoro. Giorgio è solo con la sua sete di Dio e diventa autodidatta del Vangelo. Padre e figlio si assomigliano: dignità, intraprendenza, coerenza, eticità, schiettezza, rettitudine, coerenza e caparbietà. Due vite frenetiche, l’una indirizzata al successo sociale l’altra per operare nel nome di Dio con amore e carità. Ma non si tratta di entusiasmi superficiali: la sua adesione al Vangelo si traduce in attenzione operosa ai poveri e ai bisognosi.

 

   Molti ragazzi e ragazze

in quegli anni si recano nelle soffitte della Torino povera a portare la loro assistenza. Pier Giorgio si distingue dagli altri per il modo e lo status a cui appartiene: il figlio del senatore del Regno si abbassa ad avvicinare gli umili, gli ultimi e ciò non come atto paternalistico dall’alto in basso, ma per condivisione e partecipazione viva e attiva ai drammi del sociale.

   «Quanto bene possiamo fare a noi stessi…». L’assistere quotidianamente alla fede e alla fortezza di tanti poveri lo provoca: «Io che ho avuto da Dio tante cose sono sempre rimasto così neghittoso, così cattivo, mentre loro, che non sono stati privilegiati come me, sono infinitamente migliori di me…».

 

   La F.I.T.

Alcuni amici lo chiamano ‘il facchino degli sfruttati’ oppure: ‘la FIT’, ‘Frassati Impresa Trasporti’. Infatti nelle soffitte del centro, ma anche in povere case della periferia, porta di tutto: generi alimentari, legna, carbone, vestiti, mobili…

 

   Nella politica

condivide con il padre l’impegno, durissimo, contro il Regime fascista. Il padre combatte con il suo giornale. Il Regime finirà per chiuderlo. Giorgio vuole andare oltre: entra nel Partito Popolare Italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919. Non gli basta aiutare i poveri. Nella politica vuole cercare soluzioni.

«Sei un bigotto?», gli chiedono un giorno in Università, così come venivano scherniti i cattolici dai massonico-liberali, dai social-comunisti e dai fascisti. La sua risposta è netta: «No. Sono rimasto cristiano».

 

   La laurea

È vicino al traguardo della laurea e con essa la realizzazione del suo grande desiderio: lavorare con i minatori per condividere il loro lavoro duro e pesante. Ma… la laurea gli sarà conferita post mortem nel 2001.

 

   Ricerca

I sogni si frantumano. È confuso, soprattutto perché non comprende il disegno di Dio per lui. Forse lo vuole sacerdote? Per la famiglia è un’idea ‘malsana’. Giorgio di tanto in tanto raggiunge il padre ambasciatore. A Berlino (1921-1922) conosce il domenicano Karl Sonnenschein, chiamato il ‘san Francesco tedesco’, che segue con anima, cuore e intelligenza lavoratori e studenti italiani. Pier Giorgio vorrebbe imitarlo, come sacerdote, ma in Italia la cosa non sarebbe fattibile.

Nell’ultimo anno della sua vita Pier Giorgio s’innamora di una giovane orfana, Laura Hidalgo (1898-1976), laureata in matematica, ma non ritenuta all’altezza da casa Frassati. Grande sofferenza. Però Giorgio si sente chiamato al laicato cristiano fra la gente e i poveri.

Nel gennaio del 1925 la sorella Luciana si sposa e lascia Torino. L’unica persona di casa con la quale Giorgio ha sempre potuto confidarsi. Scriverà anni dopo di aver difeso spesso il candore del fratello dalle incomprensioni del mondo e degli stessi genitori, il cui rapporto si era andato frantumando fino a sgretolarsi. Pier Giorgio resta dolorosamente solo nella casa delle discordie.

Il padre vorrebbe integrarlo nell’amministrazione de ‘La Stampa.’

Tutte queste sofferenze si accavallano alla ricerca della sua vocazione. Un giorno, ad un amico che gli domanda che cosa farà dopo gli studi, risponde: «Non lo so. L’unica soluzione sarebbe quella che il Signore mi prendesse con sé».

 

   Disponibilità      

A giugno di quell’anno il padre gli domanda di entrare ne ‘La Stampa’ rinunciando alle sue aspirazioni professionali di lavorare fra i minatori. Il senatore, che prova sempre una certa soggezione di fronte al figlio, chiede all’amico Giuseppe Cassone che ci parli lui. Cassone testimonierà: «Mi ascoltò in silenzio puntandomi, scrutatori e sereni, quei suoi begli occhi di fanciullo, poi mi domandò: «Cassone, crede proprio che venendo io qui a ‘La Stampa’ il babbo sarà contento?». Dissi di sì. Egli non esitò più: «Dica al babbo che accetto». Lo considerai un grande sacrificio per lui, e commosso, l’abbracciai».

 

   La morte lo rapisce

rapidissima. Poliomielite fulminante. Sei giorni appena per corrodere quel fisico sano e forte. «Il giorno della mia morte sarà il più bello della mia vita», aveva detto ad un amico. Quel giorno arriva il 4 luglio 1925. 24 anni soltanto, ma vissuti intensamente.

 

   Ma la sua storia continua

   Davanti alla bara del figlio ribelle’ ai genitori si aprono gli occhi: migliaia e migliaia di persone e di poveri della Torino semplice e umile gli rendono omaggio.

Ora il senatore ammira ed è orgoglioso della coerenza del figlio: «Pier Giorgio agiva come credeva, parlava come sentiva, e faceva come parlava».

Si risveglia la fede soffocata per anni e Alfredo si riconcilierà con sé e con Dio. Realizza, come un’eredità, un desiderio del figlio nella Piccola Casa della divina Provvidenza: un grande padiglione, chiamato ancora oggi ‘Pier Giorgio Frassati’.

La madre collabora per la causa di beatificazione raccogliendo le prime testimonianze sul figlio per la biografia.

Sono i primi miracolati del figlio.

Pier Giorgio è Beatificato da san Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990.

 

 

AR luglio 2019

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