Un immaginario ritrovamento di frammenti che ridisegnano il Vangelo: il commento agrodolce di un inarrivabile Cardinal Biffi.

 

Frammento 20 – Matteo 18,12-13 Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di pastorizia.

Commento:

Cominciamo ad applaudire alle novantanove pecore perdute: non è un comune smarrimento il loro, piuttosto è una forma di protesta contro l’idea stessa di ovile. L’immagine dell’ovile evoca la recinzione, la chiusura, la segregazione dagli altri. Come possono gli «altri» unirsi al gregge, se a un certo momento del loro cammino si imbattono in una barriera? Senza dire che la vita di ghetto – al riparo dai pericoli, ma anche dalle emozioni dell’avventura – finisce per deformare la personalità e ingenerare dei complessi, di inferiorità o di superiorità a seconda dei temperamenti, da cui difficilmente si guarisce. Meglio per una pecora il rischio del lupo che la certezza dell’avvilimento nell’ovile. Può capitare che il pastore non sia sufficientemente perspicace per rendersene conto: in tal caso bisogna avere il coraggio di forzare la mano. L’esodo di massa,registrato nella parabola, è il mezzo più efficace per fare intendere la ragione a chi si ostina a chiudere gli occhi. Una volta smantellato l’ovile, allora si potrà tornare tutti insieme, pecore, lupi e altri animali e ci sarà un solo branco senza un solo pastore. Nella parabola però il pastore capisce la ragione, tanto che si secca per l’unica pecora rimasta. Quest’animale – cui va riconosciuto obiettivamente un certo non conformismo – basta da solo a rovinare l’avvento di un’epoca nuova: finché c’è lui c’è l’ovile, e finché c’è l’ovile, le pecore in libertà avranno qualche inquietudine sulla saggezza della loro evasione. E non è bene: anche ad essere ben divorate giova una certa interiore tranquillità. Fuori dunque, o pecora renitente! Ti si deve necessariamente costringere ad essere libera. Anche perché tu, da sola, fai perdere al tuo custode tempo e fatica, e impedisci così il progresso della cultura. Solo quando anche tu avrai preso coraggiosamente il sentiero del bosco, il pastore potrà discutere coi suoi colleghi i mezzi più adatti per far prosperare un allevamento. Solo quando non ci sarà più l’ovile (e neppure le pecore) si potrà elaborare in tutto il suo rigore scientifico – senza compromessi con le condizioni concrete e con la sopravvivenza delle concezioni superate – una vera e compiuta teologia pastorale.

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