Frate Cappuccino sacerdote

1866-1942

 

 

“Dio è medico e medicina”        Leopoldo da Castelnuovo

Ha esercitato la medicina in sedute particolari, di quelle che chiedono il massimo della partecipazione del malato. Possono anche essere molto dolorose, ma la guarigione è assicurata. E la pace del cuore. È P. Leopoldo Mandic da Castelnuovo. Il suo ambulatorio, metri 1,70×2,65, è visitabile a Padova ancora oggi, risparmiato dalle bombe che il 14 maggio 1944 hanno distrutto la chiesa e parte del convento dei Cappuccini in piazza Santa Croce a Padova. E lui lo aveva detto:

“la chiesa e il convento saranno colpiti dalle bombe, ma non questa celletta. Qui Dio ha usato tanta misericordia alle anime: deve restare a monumento della sua bontà”.

Qui il nostro gigante, altezza 1,35, ha accolto per 33 anni un numero incalcolabile di penitenti e ha donato la misericordia di Dio.

 

   Adeodato

Ultimo di dodici figli, Adeodato Giovanni Mandic nasce nel 1866 a Herzeg Novi (Castelnuovo) in Dalmazia. Nel 1888 si consacra con i voti religiosi tra i Cappuccini di Padova, con il nome di Leopoldo. Nel 1890 è consacrato sacerdote. Dopo la permanenza in vari conventi, nel 1909 riceve l’impegno di ascoltare le confessioni, servizio che compirà fino alla morte avvenuta il 30 luglio 1942. È un servizio faticoso per il sacerdote, ma prezioso per i penitenti e di sicura efficacia perché dipende non dai meriti del ministro ma dalla misericordia di Dio che non ha limiti. L’unico limite sarebbe la porta chiusa da parte dell’uomo. Padre Leopoldo è disponibile nella celletta sopra descritta anche per quindici ore consecutive.

 

   Però si riposa anche

nella preghiera, a colloquio con la “Parona benedeta”, la Madonna. Le scrive letterine. La visita in molti suoi santuari, da Lourdes all’orto del convento dove c’è la statua dell’Immacolata.

 

   Il costo di un’anima

davanti a Gesù è incalcolabile. Il Padre lo sa e per questo prega di notte e fa penitenze. È molto deciso nella difesa della vita nascente. Oltre alla vita fisica, c’è in gioco l’anima della mamma. Così riguardo alla violenza e ai tradimenti nel matrimonio:

“il più grande dei tradimenti al mondo è tradire l’affetto”.

Il fraticello-dolcezza diventa un’esplosione per rivendicare i diritti dei deboli, dei poveri, degli operai, di ogni oppresso. In questo lo aiuta il suo caratterino forte, ma sempre controllato, proprio da dominatore, di se stesso per primo, perché vinca il perdono di Dio. A volte si infiamma ma non esce mai dalla sua bocca una parola alterata. Il suo scopo è altissimo: salvare l’anima del peccatore.

 

   Troppo buono

Così lo rimproverano. Ma lui dice che

“Se il Crocifisso mi avesse a rimproverare della manica larga, risponderei: «questo triste esempio, Paron benedeto, me l’avete dato voi; ancora io non sono giunto alla follia di morire per le anime»”.

Intanto però da parte sua condivide la croce con Gesù:

“Dò poca penitenza ai miei penitenti perché il resto lo faccio io”; “devo far penitenza per i miei penitenti”.

A qualche scrupoloso o ansioso:

“lasci la responsabilità a me, signore”.

 

   La sua motivazione forte

è l’ecumenismo. Ragazzo riflessivo, nella sua terra ai confini tra Oriente e Occidente, con religioni diverse e riti cristiani diversi, ha sofferto il problema della disunione e l’urgenza dell’ecumenismo. Ha visto il suo vescovo Giuseppe Juraj Strossmayer promuovere iniziative ecumeniche e consacrare la cattedrale di Djakovo “alla gloria divina, all’ecumenismo della chiesa e alla pace e all’amore del mio popolo”.

Da giovane frate ventunenne, Leopoldo sente un invito esplicito a impegnarsi per l’unità dei cristiani e quindi per la salvezza dei suoi fratelli, che chiama ‘gente’, ‘popolo’, ‘dissidenti’, ‘Oriente’. Con quest’anima vive i primi diciannove anni di sacerdozio. Poi la volontà di Dio si precisa in elementi reali e nella voce dei superiori. È un eufemismo dire che la sua salute è fragile, non proprio da missionario. I superiori lo destinano alle confessioni. Il fortissimo desiderio da evangelizzatore lo spinge a un impegno quotidiano senza risparmio:

“Ogni anima che chiederà il mio ministero sarà il mio Oriente”.

Ne fa un voto vero e proprio che rinnoverà continuamente scrivendolo in piccoli promemoria su santini e libriccini personali. In questa vocazione è convinto che la carità può ricostruire ciò che la mancanza di amore ha rovinato:

“Dobbiamo vincere sempre con la carità”.

 

   Amato e ricercato

Padre Leopoldo rimane quasi ininterrottamente a Padova. Durante la grande guerra agli oriundi dell’Istria e della Dalmazia viene posto il dilemma: prendere la cittadinanza italiana o essere internati a sud di Firenze. Lui, Cittadino della Croazia, non rinuncia alla sua terra e ai suoi avi. Dal luglio 1917 al maggio 1918 vive da internato nell’Italia del sud. Qualcuno briga perché accetti le cittadinanza italiana per evitare problemi, anche per la sua salute precaria. Ma lui:

“il sangue non è acqua; non si può tradire il sangue”.

A fine guerra vuole poter camminare a testa alta per essere credibile presso i suoi conterranei. Ma il suo obiettivo è oltre il sangue: vuole guidarli all’unità con la chiesa cattolica.

In occasione della partenza molti manifestano l’affetto e la stima che hanno per lui. Il quotidiano di Padova ‘La libertà’, 31 luglio 1917, pubblica un articolo: “La partenza di un benemerito Cappuccino”. “Perfetta figura d’asceta, egli cercava l’ombra. Eppure tutti correvano a lui per consiglio e per conforto. Ogni giorno e ogni ora (…) vi era sempre chi domandava del padre Leopoldo: ricchi, popolani, sacerdoti, professori, professionisti, operai. Venivano anche da fuori della città, da lontano”.

Nel 1923 un accenno di trasferimento si deve revocare. Insieme alla popolazione il vescovo Elia dalla Costa, servo di Dio, in una lettera ai superiori manifesta amarezza e sconforto e: “distintissime personalità del clero e del laicato domandano alla Paternità Vostra reverendissima che egli rimanga”. Implora il ritorno del “confessore”. Cosa può rispondere un frate, anche un superiore, a un vescovo?

Padre Leopoldo avanza in età e malanni. Ha un tumore all’esofago. Ma non si arrende. Pochi giorni prima di morire si trascina per scendere ad ascoltare le confessioni. Il superiore lo esorta a tornare in cella e riposarsi. Ma lui, in ginocchio e a braccia aperte:

“Padre. Abbia pietà di me … c’è tanto bene da fare!”

Ha sempre desiderato di morire sulla breccia:

“un sacerdote deve morire di fatiche apostoliche; non c’è altra morte degna di un sacerdote”.

 

   E viene esaudito

Il 30 luglio 1942, alle ore 6,30, nel prepararsi per la Messa, si accascia a terra in sacrestia. Viene portato in cella. Riceve i sacramenti, prega e conclude con i confratelli la Salve Regina: “O clemente, o pia, o dolce Vergine, Maria!”. E spira con le mani alzate al cielo.

 

   A Roma insieme a p. Pio

Questo generoso collaboratore della misericordia divina è beatificato dal beato Paolo VI nel 1976 e canonizzato da san Giovanni Paolo II nel 1983. Nel mese di febbraio del 2016, giubileo della Misericordia, per iniziativa del papa Francesco le sue spoglie sono state portate, insieme a quelle del più famoso santo confratello P. Pio, a Roma, ed esposte per alcuni giorni alla venerazione dei fedeli, per sottolineare e ringraziare la misericordia di Dio che tutti e due hanno donato con la loro vita.

www.leopoldomandic.it

 

Le citazioni sono da Beato Leopoldo Mandic, cerniera fra uomini e Dio, di F. da Riese Pio X, Roma 1982.

 

AR maggio 2018

 

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