“Prima morire che perder la fede”      Ignazio da Laconi

 

 

La causa che ha fatto imbizzarrire il cavallo non la sapremo mai, ma l’effetto che produce in Vincenzo Peis è la svolta della sua vita. Tempo fa, gravemente malato, ha chiesto la guarigione a san Francesco promettendogli di entrare nel suo Ordine. È guarito, ma la promessa è rimasta lì. Vincenzo è il secondogenito di nove fratelli e il padre lo ritiene necessario al sostentamento della famiglia.

Questa volta però, rientrando incolume a casa, racconta il fatto: mentre andava a sorvegliare la mandria, il cavallo si è imbizzarrito e ha cominciato a correre all’impazzata per boschi e sul ciglio di burroni. Lui si è ricordato della promessa e l’ha rinnovata, deciso a mantenerla. Demolisce le obiezioni del padre:

   “no, non mi vogliate proibire questo stato (religioso) perciocché il mondo non è per me”.

Vincenzo ha vent’anni. Ha preso sul serio l’educazione cristiana ricevuta dalla famiglia e vuole rispondere alla sua vocazione.

È nato a Laconi il 18 dicembre 1701. È quasi imbarazzante riportare miracoli avvenuti nella sua fanciullezza. Non è vero che il santo nasce tale e non è detto che scontatamente sia buono da piccolo. Ma tant’è. I processi canonici non sono una formalità. Capita anche che qualcuno sia tanto buono fin da piccolo.

 

 

   Bambino “prodigio”

“Un giorno, all’ora di pranzo, lo zio Pietro Sanna ha solo due pani disponibili mentre molta gente, che ha lavorato sulla sua terra, deve mangiare”. Interviene Vincenzo e lo rassicura che quel pane è sufficiente. E così avviene. Tutti “mangiarono a soddisfazione… e ne sopravvanzò per riportarne a casa”.

 

 

   In convento

le cose non cambieranno. Il processo riserva 121 pagine ai miracoli operati in vita e 86 a quelli compiuti dopo la morte. Ha dello spettacolare. Quasi un personaggio da leggenda.

È chiaro che il santo non è fatto dai miracoli ma questi sono segni della santità, che è dono di Dio e collaborazione dell’uomo.

 

 

   Fra Ignazio

è il nome del nuovo frate. Al noviziato si profila, matura e completa, la sua fisionomia spirituale: sorridere sotto le umiliazioni e la fatica; ininterrotto recitar di preghiere, notte e giorno; analfabeta e uomo semplice, ma profondo intenditore delle verità cristiane; serena obbedienza ai superiori; vivente in giocondità, pur impegnato in uffici umili e sfibranti; cercatore di provvidenza e datore di pace e guarigioni. Nel 1722 fa la professione religiosa.

 

 

   Voti religiosi e servizio

Ignazio svolge per vent’anni i servizi di dispensiere, cuciniere, addetto al lanificio, nei conventi di Iglesias e Cagliari. Gli capita qualche inconveniente, ma non si perde d’animo. Un giorno a Iglesias va ad attingere acqua per il refettorio e gli cadono le chiavi nel pozzo. “S’inginocchiò e recitò divotamente tre Ave Maria alla Madonna, calò giù il bigoncio, e ne attinse le chiavi suddette”. Dopo vent’anni di questi servizi, è destinato alla questua.

 

 

   Il questuante

Per 39 anni girerà tutta Cagliari, città e campagna. Giuseppe Capicciola ricorda: “portava sempre in mano il rosario, ossia la corona; i putti gli correvano appresso ed egli ci dava dei pezzi di pane; quando egli passava la gente appena il vedeva si metteva in contegno di rispetto e venerazione e, se v’erano persone che altercassero fra di loro, tosto tacevano per rispetto di lui”.

 

 

   Giustizia sociale

Fra Ignazio non si preoccupa di portare molte cose al convento. “Qualora vedeva che la esibita limosina era necessaria ai divoti che gliela offrivano di gran cuore per la stima che gli professavano, egli cortesemente la rifiutava, dicendo: “tenetela ora per voi questa carità; me la darete un’altra volta quando ve la dimanderò” (…) Nel questuare si contentava di ciò che era necessario per la religiosa famiglia, il superfluo poi lo accettava per non dispiacere ai divoti, ma tosto, nel ritornare in convento, lo dispensava ai poveri”.

Come mai fra Ignazio non va da Gioacchino Franchino, il negoziante carico di soldi, che potrebbe dare aiuti consistenti per il convento e si è lamentato con il superiore? Per obbedienza Ignazio va e riceve “un pochetto di danaro” nella bisaccia. Per strada varie persone lo avvertono che dalla bisaccia “gocciolava sangue”. In convento Ignazio depone davanti al superiore la bisaccia tutta rossa di sangue. Cosa è? Il frate in ginocchio davanti al superiore: “è roba de’ poveri”. Ignazio sente ripugnanza a chiedere l’elemosina a quell’uomo che dissangua i poveri.

 

 

   Le sue medicine per i malati

Quel che fra Ignazio estrae dalla manica del suo saio è più efficace d’ogni medicina. Ed offre bazzecole da far ridere, come pezzetti di pane duro, fichi rinsecchiti, fiori appassiti, bucce di limone, un uovo sodo … Risultano medicinali portentosi. “Alle donne incinte quando desideravano qualche frutta fuor di stagione, (…) cavava questa dalla manica del suo abito, così fresca e matura, come fosse al momento tolta dal suo albero”.

 

 

   Fede e ansia per le anime

Per grazia divina fioriscono miracoli sul suo cammino. Ma Ignazio non trascura di fare la sua parte nel suscitare e coltivare le fede. Si addolora per gli infedeli, eretici e scismatici e prega forte per loro. Desidera e prega e fa pregare perché tutto il mondo sia cristiano. “Per le strade intratteneva i ragazzi istruendoli nella dottrina cristiana, al che li allettava con dei regalucci, pezzetti di pane, fichi secchi e simili”.

 

 

   La “tenuta” di fra Ignazio

Molti si meravigliano al vedere fra Ignazio per tanti anni impegnato in “questo ufficio di cercatore, per se stesso penoso e duro, tuttoché egli fosse gracile di complessione”. E pensare che al primo approccio il superiore provinciale dei Cappuccini gli aveva detto “no”, proprio a causa della sua fragile costituzione fisica! Ma la forza gli viene da un Altro.

 

 

   La difficoltà più grave

Il povero frate insieme alla fatica di arrampicarsi per la città alta, anche con i fastidi di un’ernia che si fa adulta, deve sopportare una popolarità e quasi una glorificazione terrena, che è un vero attentato alla sua umiltà. Come far capire che non è Ignazio che fa prodigi? Ed esorta sistematicamente: “Abbiate fiducia in Dio”. Agli entusiasmi suscitati dai miracoli è costretto a intimare: “zitto, zitto, che è cosa del Signore!”. E con il Signore fra Ignazio è in piena comunione.

 

 

   Un altro mondo

quello in cui vive quest’uomo. Un frate, che non crede alla decantata santità di Ignazio, lo spia di notte mentre prega. Lo vede “dinanzi all’altare della Purissima”. Dopo qualche tempo lo vede elevarsi “di terra fino all’altezza della nicchia della Madonna”. Il religioso incredulo “si avvicinò quatto quatto, e li toccò i piedi che erano freddi come il gelo”. Ignazio resta così, elevato da terra, sino “al segno di Mattutino della mezzanotte”, allorché disceso “adagio adagio in terra”, prende posto in coro per la preghiera comunitaria.

Primavera 1781. Il camminatore della carità va al monastero di santa Chiara, a dire “addio” alla sorella monaca suor Agnese. L’11 maggio alle tre del pomeriggio attorniato dai confratelli spira “dolcemente come un bimbo”. È venerdì. La campana ricorda la morte di Gesù e annunzia l’ingresso in paradiso dell’umile fra Ignazio.

Pio XII lo proclama beato nel 1940 e santo nel 1951.

 

Le citazioni sono da Una bisaccia piena di provvidenza e di bontà. Sant’Ignazio da Làconi, di F. da Riese Pio X, Roma 1980.

 

AR maggio 2018

 

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