Frate Cappuccino 1563-1631

 

“Nel cuore di Christo … respiro giorno e notte”.                Tommaso da Olera

 Una vita incandescente

quella del “Rosso”, così chiamato per il colore dei capelli e della barba. Un uomo tutto fuoco. Confida a qualche confratello di essere stato anche

“mesi intieri senza poter dormire, per l’incendii d’animo verso Dio”.

Nelle notti insonni, viene udito pregare:

“O dolcissimo, amabilissimo, desideratissimo, o unico gaudio, allontanati un po’ da me. Muoio del tuo amore, non riesco a reggere. Tu sai che senza sonno non posso vivere; finché tu mi sei presente, non ce la faccio a vivere. Staccati da me, o Signore, giacché io vivo per te, ma se tu vuoi che io muoia, io morirò, ma per te”.

Scrive anche:

“Desidero … morire, per desiderio ardente che tengo per unirmi al mio Christo”. (Lettera del 25 ottobre 1622).

E di questo fuoco morirà. Nei giorni d’agonia va implorando:

“O Dio, Dio! Non posso più, non posso soffrire questi vostri amorosi influssi! O Giesù! O amato sposo! O mio cuore! Cessate un poco, riposate, il vostro amore mi ammazza avanti tempo, la dolcezza è troppo grande, il mio cuore non può più”.

Potrebbero sembrare strofette sdolcinate o pezzi di teatro. Ma le opere e la vita di quest’uomo obbligano a riflettere.

È un pastore di pecore nato a Olera (Bergamo). Analfabeta. A diciassette anni entra in convento dai Cappuccini. Dopo il noviziato impara a leggere e scrivere, ma leggerà solo un libro:

 “Né mai ho letto una sillaba de’ libri, ma bene mi fatico a leggere il Passionato Christo”.

E scriverà, più o meno come parla, con il suo italiano dialettale alla bergamasca, quando i superiori glielo imporranno, perché molti possano arricchirsi della sua sapienza ispirata. Scriverà anche molte lettere per accompagnare i suoi figli spirituali, semplici, nobili, regnanti e anime in ricerca della loro vocazione. Dichiara lo scopo preciso:

“Questi miei scritti feriscano il cuore a chi li leggerà: acciò io et essi (restando impiagati e feriti di questo divino amore) possiamo… lodare, adorare, benedire, amare e contemplare quel Dio d’ogni bene degnissimo”.

 

 

   Il frate

Fra Tommaso nell’obbedienza svolge servizi ordinari in vari conventi, “lavatore delle scudelle”, come dice lui, questua per i frati e aiuto a malati e poveri. I superiori possono contare su di lui.

 

 

   L’apostolo di fuoco

Mentre l’obbedienza e l’umiltà fanno di Tommaso un fratello della cerca, il fuoco del cuore ne fa un apostolo. Andare di casa in casa per lui è andare di anima in anima. “dalla bocca sua non si sentiva altro che ragionamenti e discorsi alti di Dio” e “si stuppivano li secolari, et gli pareva impossibile humanamente che un semplice frate laico parlasse così altamente di Dio, com’egli parlava”.

Testimonia il Vangelo, parla di Dio, istruisce umili e grandi nella fede, impegnandoli soprattutto nell’amore, nella pacificazione, nel perdono, visita malati. Svolge opera sociale a favore degli operai delle miniere di Taufers e nelle Valli dell’Inn e dell’Adige. Aiutato con il dono della scrutazione dei cuori, denuncia con fermezza e amore le malefatte per ottenere conversioni. Nei casi più duri intensifica preghiere e penitenze, finché non ottiene il risultato. E ne ottiene anche tra Luterani ed Ebrei.

 

 

   Promuove e segue vocazioni

Nel suo servizio ha occasione di accompagnare varie giovani a riconoscere e seguire la vocazione alla vita consacrata. Promuove e segue la fondazione di monasteri coinvolgendo chi ha mezzi a contribuire. Così nascono a Vicenza il monastero delle Cappuccine e a Rovereto quello delle Clarisse. Alla contessa Eva Maria Rettinger, riportata dal luteranesimo al cattolicesimo e fattasi benedettina nel monastero di Nonnberg-Salisburgo, augura che sia sommersa da quel Dio che l’ha chiamata in Cristo

“aciò melio possa atendere a godere il celeste suo unicho sposo in oratione, in meditacione, in contemplacione, in unione, in amore, focho, fiame, ardori, in ecesi di amore, in coloqui, in ecesi mentalli, godendo, fruendo Christo, in corde, in anima”, ed esprime il suo desiderio: “Filia mia carissima, desidero che siate tuta amore, focho e fiamme. L’amor vero non vede premio, sollo vede il premiatore che è Dio”. (20 set. 1626)

 

 

   Il fratello del Tirolo,

come lo chiamano a Innsbruck, è guida spirituale di gente povera e semplice nelle campagne, diffonde informazioni sulle attese del Concilio di Trento, istruisce, chiarisce dubbi, da esperto catechista, incoraggia a restare fedeli al Vescovo di Roma resistendo alle idee luterane. Lo stesso fa con persone di alta posizione sociale, principi e regnanti considerando il forte incoraggiamento che possono dare alla vita cristiana. In colloqui e lettere li incoraggia e sorregge nella vita spirituale, nelle responsabilità di governo e nella promozione della riforma di vita. Più di uno di questi personaggi gli chiede norme di vita per sé e per la sua corte.

Nel 1619 fra Tommaso viene inviato a svolgere il compito di questuante a Innsbruck. Vi spenderà gli ultimi dodici dei suoi quarantasette anni di servizio e chiuderà i suoi giorni.

Qui coltiva rapporti amichevoli con il medico di corte di Innsbruck, Ippolito Guarinoni, con i duchi di Baviera Massimiliano I ed Elisabetta, con le sorelle di Leopoldo I, le arciduchesse d’Asburgo Maria Cristina ed Eleonora. Insegna loro l’“alta sapienza dell’amore”, che “s’impara alle chiare piaghe di Christo”, ed augura che

“l’amore vi trafigga li cuori, acciò impazzite d’amore; altro diletto non resti nelli vostri cuori, che amore cordiale e filiale”.

Intrattiene colloqui con l’arcivescovo Paride Lodron, principe di Salisburgo, con il Cardinale vescovo di Trento Carlo Gaudenzio Madruzzo e il successore Carlo Emanuele Madruzzo, che usa chiedergli in ginocchio la benedizione per sé e per tutta la sua corte. L’arciduca Leopoldo nei frequenti incontri al suo palazzo gli corre incontro

“l’abbracciava con singolar affetto, et lo teneva per la mano, facendogli istanza che gli parlasse di qualche cosa spirituale per la salute dell’anima sua … il più delle volte tre e quattr’hore, lasciando in quel tempo qualunque udienza”.

Le lettere all’arciduca confermano il  tenore di quei colloqui:

“perseverare  nella frequente comunione et oratione mentale; facendo per amor di Dio …, reggendo e governando se stesso e suoi sudditi con il consiglio di Dio alla oratione”.

A lui e alla sposa Claudia de’ Medici auspica

“desidero vederli assorti e trasformati in quell’amore unitivo, che li può far beati; la cui beatitudine consiste nella fruitione di Dio … questo Dio li dia così nuovi amori, ardori, che li trasporti nell’amato Christo”.

Tommaso è amico e consigliere anche del fratello di Leopoldo, Ferdinando II. Prevede che sarà imperatore e desidera vederlo:

 “se esso poi mi manderà a chiamare, andarò. E se con esso Cesare parlerò, gli dirò quanto mi farà dire Iddio; che sperarò in Dio, che gli dirò cose di suo gran gusto spirituale”. (1618 alle sorelle Maria Cristina ed Eleonora).

Allo stesso predice vittorie e sconfitte, e con lealtà manifesta la sua disapprovazione riguardo a certe decisioni militari, ad esempio la guerra per la successione di Mantova, che finirà in maniera umiliante per lui e per la Germania.

 

 

   Un politicante?

Fra Tommaso non è un politico, ma un assetato di anime e della gloria di Dio. La sua preghiera è dentro al cuore ferito di Gesù. Precede la devozione al Sacro Cuore più tardi incoraggiata da santa Margherita Maria Alacoque. L’altra persona testimone della sua preghiera infuocata è l’Immacolata. Mentre è in atto una grande discussione dei teologi su questo che sarà poi riconosciuto dogma della Chiesa cattolica, lui promuove e porta avanti la costruzione di un tempio ad Innsbruck intitolato all’Immacolata, attualmente santuario nazionale dell’Austria. In un momento di tentazione sulla sua salvezza eterna, la Madonna lo rassicura.

L’attesa di fra Tommaso è esaudita il 3 maggio 1631 nella sua cella di Innsbruck. Il fuoco del suo cuore si fonde definitivamente con quello del suo “Giesù”.

Beatificato nel pontificato di papa Francesco il 21 settembre 2013.

 

 

Le citazioni sono da Un contemplativo per le strade. Tommaso Acerbis da Olera, di F. da Riese Pio X, Roma 1980.

 

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AR maggio 2018

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