Sposa e madre 1922-1962

 

“Oh, se non ci fosse Gesù che ci consola in certi momenti! …”

Gianna Beretta Molla

 

 

 

 

   La famiglia

I genitori Alberto Beretta e Maria De Micheli sono gente di fede, terziari francescani, assidui alla Messa quotidiana, ma tutt’altro che bigotti. Si fidano ciecamente della provvidenza divina, alla quale però non delegano la loro parte di impegno. Il padre fa enormi sacrifici perché tutti i figli possano studiare sino alla laurea, riducendo tutte le spese non strettamente necessarie, come quando, di punto in bianco, smette di fumare il sigaro. Mamma Maria si occupa di ciascun figlio come se ne avesse uno solo. Si mette a studiare latino e greco per poterli seguire nei loro studi. Con fede, sano realismo e senso pratico questi due genitori mettono in circolazione dei cittadini solidi e positivi.

Dagli otto rimasti in vita vengono fuori una pianista, due ingegneri, quattro medici e una farmacista. Uno degli ingegneri, Giuseppe, sarà poi sacerdote e due dei medici saranno religiosi missionari: Madre Virginia e Padre Alberto.

 

 

 

   Studi e professione di Gianna

Il 1942 è un anno denso per Gianna. In aprile le muore la mamma, all’età di 55 anni, in giugno consegue il diploma di maturità classica, in settembre muore il papà, in novembre si iscrive alla facoltà di Medicina.

La sorella Virginia racconta la giornata che condivide con Gianna: “alternava lo studio con la preghiera. Abbiamo preparato insieme l’esame di Patologia Medica. Al mattino appena levata faceva due ore di studio; poi andava in chiesa, ascoltava la Messa, faceva la Comunione e dieci minuti di meditazione, poi tornava a studiare fino a mezzogiorno. Nel pomeriggio, quando eravamo stanche di studiare, verso le quattro e mezza andavamo dalle Canossiane e stavamo fuori un’oretta tra la visita in chiesa e i colloqui con le Madri responsabili dell’Oratorio, poi ritornavamo allo studio fino all’ora di cena. Dopo la cena si diceva il Rosario e, se ce la facevamo, studiavamo ancora un po’”.

Mentre si dedica con diligenza agli studi, Gianna traduce, come già negli anni del liceo, la sua fede in un impegno generoso di apostolato tra le giovani di Azione Cattolica e di carità verso gli anziani e i bisognosi nelle conferenze di San Vincenzo.

Giovanna si laurea nel 1949 in Medicina e Chirurgia. Fa pratica presso l’ospedale di Magenta e presso la Clinica Ostetrica Mangiagalli di Milano. A gennaio del 1950 consegue l’abilitazione all’esercizio di questa professione. S’iscrive all’Albo professionale e in giugno apre un ambulatorio a Mesero. Il 7 luglio 1952 consegue la specializzazione in Pediatria. Predilige, tra i suoi assistiti, mamme, bambini, anziani e poveri. È così che sente e pratica l’opera di medico, come una ‘missione’. E la descrive:

   “Tutti nel mondo lavoriamo in qualche modo a servizio degli uomini. Noi direttamente lavoriamo sull’uomo. Il nostro oggetto di scienza e lavoro è l’uomo, che dinnanzi a noi ci dice di se stesso, e ci dice «aiutami» e aspetta da noi la pienezza della sua esistenza. Gesù ci direbbe chi è l’uomo. Non è solo corpo: in quel corpo c’è un pensiero, una volontà, che è capace di andare incontro alla sofferenza, ad altri no. C’è nel corpo uno spirito e, come tale, immortale. C’è un abisso tra corpo e anima, sono due entità così diverse, ma si trovano unite. Cosa vi direbbe Gesù? Dovete mettere ogni cura su questo corpo. Dio ha così innestato il divino nell’umano che tutto ciò che facciamo assume maggior valore. Oggi c’è purtroppo superficialità anche nel nostro lavoro. Noi curiamo i corpi, ma molte volte senza competenza. 1) Fare bene la nostra parte. Studia bene la tua scienza. C’è oggi una corsa al denaro. 2) Siamo onesti. Essere medici di fede. 3) Abbiate una cura affettuosa pensando che sono nostri fratelli. Avere quella delicatezza. 4) Non scordare l’anima dell’ammalato. E allora noi che abbiamo diritto a certe confidenze, attenti a non profanarne l’anima. Sarebbe un tradimento”.

 

 

 

   La vocazione

Gianna, mentre svolge la sua professione, accresce anche il suo impegno generoso nell’Azione Cattolica, prodigandosi per le ‘giovanissime’, e, nello stesso tempo, non trascura la sua salute ed esprime con la musica, la pittura, lo sci e l’alpinismo la sua grande gioia di vivere e si gode l’incanto del creato. Si interroga sulla sua vocazione: raggiungere in Brasile il fratello medico cappuccino, padre Alberto, per coadiuvarlo nel suo ospedale? Secondo il suo direttore spirituale non è questa la sua strada. Gianna si rasserena e attende che il Signore le dia un segno. Nel dicembre 1954 conosce l’ing. Pietro Molla. Gianna gode il periodo del fidanzamento, radiosa nella gioia e nel sorriso. Ringrazia e prega il Signore. È chiarissima nei suoi propositi e nelle progettazioni della nuova famiglia

“… Pietro carissimo, tu sai che è mio desiderio vederti e saperti felice; dimmi come dovrei essere e ciò che dovrei fare per renderti tale”.

 

 

   Si sposano il 24 settembre 1955

   “Quando penso al nostro grande amore reciproco, non faccio che ringraziare il Signore. È proprio vero che l’Amore è il sentimento più bello che il Signore ha posto nell’animo degli uomini. E noi ci vorremo sempre bene, come ora, Pietro”.“Ti amo tanto tanto, Pietro, e mi sei sempre presente, cominciando dal mattino quando, durante la S. Messa, all’Offertorio, offro, con il mio, il tuo lavoro, le tue gioie, le tue sofferenze, e poi durante tutta la giornata fino alla sera”. (Lettera del 10 giugno 1955).

 

 

   I figli e la prova 

Negli anni 1956-59 nascono Pierluigi, Mariolina e Laura. Poi due maternità vanno a vuoto. Nel settembre 1961, al secondo mese di una nuova gravidanza, la sofferenza: un fibroma all’utero. Il medico le dice: “Se vogliamo mettere al sicuro la tua vita, dobbiamo interrompere la gravidanza!” Lei risponde: “Professore, non lo permetterò mai!” Il professore Vitali, di religione ebraica, dice con ammirazione: “Questa sì che è una mamma veramente cristiana!”

Giovanna sa il rischio di continuare la gravidanza, ma supplica il chirurgo che asporterà il fibroma di salvare la vita che porta in grembo. La vita viene salvata. Ringrazia il Signore e trascorre i sette mesi che la separano dal parto con impareggiabile forza d’animo e con immutato impegno di madre e di medico. Teme che la creatura in seno possa nascere sofferente e chiede a Dio che ciò non avvenga. Alcuni giorni prima del parto, pur confidando sempre nella Provvidenza, è decisa a donare la sua vita per salvare quella della sua creatura: “Mi disse esplicitamente” – ricorda il marito Pietro – “con tono fermo e al tempo stesso sereno, con uno sguardo profondo che non dimenticherò mai: “Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessuna esitazione: scegliete – e lo esigo – il bimbo. Salvate lui”.

Per Gianna la creaturina che porta in grembo ha gli stessi diritti alla vita di Pierluigi, Mariolina e Laura, e lei sola, in quel momento, rappresenta, per la creaturina stessa, lo strumento della Provvidenza per poter venire al mondo.

 

 

   Gianna Emanuela

Si fa di tutto per salvare entrambe le vite. Il 21 aprile 1962 nasce Gianna Emanuela. La mamma vive otto giorni di agonia. Chiede di essere portata a casa a morire nel suo letto di sposa. Il mattino del 28 aprile 1962, dopo avere ripetuto la giaculatoria “Gesù ti amo, Gesù ti amo”, muore santamente a Magenta. Ha 39 anni.

 

 

   La coerenza di  una vita

San Giovanni Paolo II la proclama beata nel 1994 e santa nel 2004.

Gianna è beatificata e canonizzata non semplicemente per il gesto verso il nascituro. Il santo si proclama in considerazione di tutta la vita. Di fronte all’alternativa tra due vite ugualmente in pericolo il cristiano ha la libertà di scegliere l’una o l’altra. Il gesto di Gianna è il frutto coerente delle scelte precedenti: la vita intesa e vissuta come vocazione e dono ricevuto e restituito a Dio, al marito, ai poveri, alla figlia.

 

Per saperne di più: giannaberettamolla.org………

 

 

AR aprile 2019

 

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