La prima santa Pellerossa

Auriesville (Stato di New York) 1656

– Caughnawaga (Canada) 1680

 

 

“Puoi togliermi la vita, ma non la fede”         Caterina Tekakwitha

 

 

Quella ragazza dolcissima che francesi e indiani ammirano e amano tanto è una profuga. Il vaiolo all’età di quattro anni le ha rubato i genitori e l’unico fratello e le ha deturpato il viso e indebolito gli occhi. La poca salute la rende esile e quasi diafana, eppure da lei si sprigiona un fascino che incanta e un meraviglioso ascendente, in modo speciale sui bambini. L’incontro con loro per le viuzze del villaggio è una festa. Per tutti ha un sorriso, una carezza, una buona parola. È arrivata a Caughnawaga (vicino a Montreal, Canada) in fuga dal suo villaggio, 300 km più a Sud. Quale è la sua storia?

 

 

   Tekakwitha

Nasce nel 1656 nell’attuale stato di New York vicino ad Auriesville. Non si ha la data precisa, né i nomi della mamma cristiana algonchina e del padre pagano irochese della tribù Mohawk.

L’orfana viene accolta nella capanna di un suo zio paterno, nel nuovo villaggio di Gandaouagué, costruito dopo l’epidemia. Cresce ritirata e serena, nelle faccende domestiche, con un’anima naturalmente cristiana. La chiamano Tekakwitha: “colei che mette le cose in ordine”.

Per le cose indispensabili, legna e acqua, esce proteggendo gli occhi dal sole con un ampio scialle cremisi.

Nelle ore di riposo, in compagnia delle zie e di una sorella adottiva, confeziona piccoli utensili domestici con fibre di radici o cortecce di alberi, graziose borsette di pelle d’alce e bufalo e impara ad arabescare di cento disegni le grandi sciarpe dei guerrieri e dei cacciatori. Cose assai ricercate, bella fonte di guadagno per la famiglia.

 

 

   Scopre la fede

La fede cristiana è stata portata dai Gesuiti. Dal 1642 al 1649 ne sono  stati martirizzati otto, di cui tre uccisi dalla tribù Mohawk, quella del padre della ragazza. Altri loro confratelli sono impegnati come mediatori tra gli Irochesi e il Canada per il patto di amicizia stipulato nel 1667.

I missionari, accolti nella grande capanna dello zio di Tekakwitha, capo del villaggio, parlano alla fanciulla di Dio e del suo infinito amore per gli uomini. Rimane conquistata e le nasce dentro un fortissimo desiderio di donare la vita a Dio invece che a uno sposo nel matrimonio.

 

 

   Festa a sorpresa

Per accrescere il benessere della famiglia le vecchie zie non vedono l’ora di darla in sposa a qualche gagliardo cacciatore. Ma alla proposta la fanciulla impallidisce: è troppo giovane e non intende contrarre matrimonio. Le zie a sua insaputa scelgono il fidanzato, stabiliscono il giorno dell’incontro ufficiale d’accordo con i parenti, e incominciano a circuire l’orfana con insolite cortesie. Una sera la invitano a sedere vicino al fuoco, al posto della zia più anziana. La capanna comincia ad affollarsi di invitati con sorrisi e regali. Entra anche il giovane prescelto, guarda la fanciulla, si accosta incerto al focolare, fa cenno di sedersi accanto a Tekakwitha, ma costei, intuito l’inganno, confusa e rossa in viso, fugge fuori della capanna sospirando: “Mio Dio, salvami da chi mi vorrebbe sua sposa. Prendilo Tu il candido giglio della mia verginità. E’ tuo, e tuo sarà per sempre”.

Da quel giorno Tekakwitha è trattata molto duramente. Le sue aspirazioni sono incomprensibili per la sua cultura, ma la sua resistenza e coerenza obbligano i famigliari al rispetto. Un’unica cosa la interessa: il battesimo cristiano. Non sarà facile.

 

 

   Vita nuova: Caterina

Si succedono vari missionari. Nel 1675 il P. Giacomo di Lamberville è in visita a malati e bambini. Non è mai entrato nella capanna dello zio di Tekakwitha, sapendo che è contrario. Quel giorno una voce misteriosa lo spinge a entrare. La ragazza, ormai diciannovenne, ne è felice. Gli narra la sua triste storia, gli parla della sua non disponibilità al matrimonio e della sua brama di essere battezzata.

Il P. Giacomo è sorpreso: un’anima così misteriosamente segnata dalla grazia nella capanna di un suo fiero avversario! Per il Battesimo Tekakwitha attende quasi un anno e lo riceve il 16 aprile 1676, solennità di Pasqua, attorniata dai pellerossa con le loro penne colorate. Il nome nuovo: Caterina (Kateri). Lo zio non si è opposto, purché la nipote non lasci il villaggio.

Appena libera dai lavori dei campi Caterina prega e va in chiesa, rimanendovi più a lungo nei giorni di festa.

 

 

   “Cristiana!”

Le zie assoldano monelli del villaggio che la insultino e la prendano a sassate chiamandola per scherno: “cristiana!”. Lo zio un giorno incarica persino un giovane di penetrare nella capanna quando la nipote è sola, e di minacciarla di morte facendole roteare una scure sopra il capo, sperando di costringerla a ritornare pagana. Ma la ragazza non si scompone: “Eccomi pronta. Puoi togliermi la vita, ma non la fede”.

La zia più vecchia arriva ad accusare la ragazza di una tresca con il vecchio zio, perché nel parlare di lui ha omesso il titolo “mio padre”, secondo l’usanza. Ma il missionario non dà credito all’ostilità della delatrice. Interroga però l’accusata, che inorridisce: mai ha pensato una cosa del genere.

 

 

   La fuga

Caterina pensa di fuggire alla missione di Salto San Luigi, dove la sorella adottiva sarebbe felice di averla con sé. Nel 1677 al villaggio c’è un catechista che di tanto in tanto viene da quella missione con un altro cristiano e il marito della sorella adottiva di Caterina. D’accordo con il missionario, al rientro per Salto San Luigi porta con sé Caterina. Lo zio si rende conto della fuga. Prende il fucile, salta furente nel suo canotto e insegue i fuggitivi. Li raggiunge nel cuore della foresta, ma non riesce a prendere la nipote. Avvertita con una fucilata dal cognato, che la segue, si salva nascosta in un groviglio di liane.

La giovane è ospitata nella capanna della sorella adottiva, dov’è pure Anastasia, la dolce amica della sua mamma che è la più autorevole cristiana del villaggio, fuggita anche lei per gli stessi motivi.

 

 

   Il cuore

A Salto San Luigi sotto una vita apparentemente semplice, senza estasi e senza visioni, Caterina vive in unione totale e continua con Dio, sempre in atteggiamento interiore di preghiera: mattina e sera nella chiesetta e durante il giorno nel silenzio della capanna, nel lavoro dei campi, nel fruscio degli alberi, nel profumo dei fiori o nella contemplazione della grande croce solitaria che dalla riva benedice il fiume.

 

 

   Lo sposo e i poveri

Una cosa ancora le manca, l’incontro con lo sposo dell’anima sua nella Comunione. Viene scelta la solennità del Natale 1677. Caterina vi si prepara vivendo e lavorando in compagnia di Anastasia, visitando e aiutando i malati, consolando gli afflitti. Avrà in seguito la felicità di comunicarsi spesso. Lo farà sempre con tanta devozione che diverse donne cercano di mettersi accanto a lei per infervorarsi nello spirito.

 

 

   Vittima di malignità

Caterina è generosa e disponibile ad aiutare tutti. Una donna, gelosa del marito, trova motivo di equivocare e accusarlo presso il missionario di azioni disoneste con Caterina. Questa interrogata dal missionario, lo fissa serena e con voce sicura: “Non ho nulla da rimproverarmi”.

 

 

   La croce, la Madonna, la consacrazione

Dalle meditazioni dei missionari le nasce un misterioso desiderio di condividere la Passione del Signore. Fin dalla fanciullezza ha iniziato segretamente la vita di mortificazione, ma nella missione canadese intensifica le penitenze. Due giorni dopo la morte apparirà alla vecchia Anastasia con una croce tra le mani: “Mamma, guarda questa croce quanto è bella! Essa fu la mia felicità per tutta la vita. Oh, quanto desidero che tutti l’amino come io l’amai!”.

Per la vita sempre più edificante che conduce, i missionari le permettono di iscriversi all’Associazione della Santa Famiglia.

Nella devozione alla Madonna Caterina è certa di trovare una potente difesa alla sua purezza, virtù ignorata dal suo popolo. Recita il rosario ogni giorno e il sabato la onora con speciali preghiere e mortificazioni.

Il 25 marzo 1679 il padre Fremin permette a Caterina di fare il voto perpetuo di castità e di donarsi alla SS. Vergine.

Due mesi prima di morire dice al missionario che andrà in paradiso nella settimana santa, cosa che annuncia anche ad alcune Associate della Santa Famiglia. Muore il mercoledì santo 17 aprile 1680.

   “Kateri ci impressiona per l’azione della grazia nella sua vita in assenza di sostegni esterni, e per il coraggio nella vocazione tanto particolare nella sua cultura” (Benedetto XVI).

 

AR aprile 2019

 

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