di Guido Verna

 

Parte prima: La “guerra grande”         

 

La piccola “storia” che racconterò — per far riemergere elementi di quel tempo lituano utili a capire meglio il nostro tempo — è quella che ho chiamato “la guerra delle croci”, una guerra sui generis combattuta per lo più negli anni ‘70.

In Lituania, com’è noto, c’è il famoso “Monte delle croci” (o “Collina delle croci”), diventato ormai una frequentata meta di pellegrini e di turisti. Ma se quasi tutti lo conoscono, non tutti invece sanno della sua storia e di quel valore simbolico che il popolo lituano cominciò ad attribuirgli durante l’occupazione zarista, un valore poi cresciuto a dismisura durante i lunghi anni dell’occupazione sovietica (1945-1991).

Questo “monte” — che in realtà è solo una minuscola collina che interrompe pudicamente un paesaggio agricolo tutto orizzontale, nel paese di Meškuičiai vicino alla città di Šiauliai —, cominciò a riempirsi di croci nel 1831, quando polacchi e lituani si ribellarono senza successo contro l’esercito zarista di Nicola I, in quella che viene ricordata come la Rivolta di Novembre (1830-1831),

 

 

Da allora, la sintonia tra il popolo lituano e questo “monte” diventò sempre più profonda. Le croci aumentarono trent’anni dopo, in conseguenza dell’altra ribellione contro l’Impero Russo dal 1861 al 1864, quella che rese famoso il Governatore generale  Muravev [Mikhail Nikolayevich, 1796-1866] come l’ “impiccatore di Vilnius”. Posto che da  tempo era un «[…] convinto sostenitore della russificazione delle province dell’Impero, [si era poi] […] anche persuaso che i principali nemici da sconfiggere erano il clero cattolico e gli studenti polacchi» [CC, p.106]; per cui «[…] all’inizio della sua missione […] aveva dichiarato che avrebbe iniziato la sua attività impiccando qualche sacerdote» [ibid., p.107], immaginando forse che questi esempi sarebbero stati sufficienti ad incanalare i successivi eventi politici nell’alveo dei suoi progetti. Alla fine però dovette prendere atto di una realtà ben diversa, scrivendo allo zar: «“Non bisogna illudersi […] e conviene sapere che, fino a quando ci sarà nel paese il cattolicesimo, il governo non riuscirà a sottometterlo” » [Ibidem].

Di quel tempo, tra gli abitanti del luogo, rimase viva — e lo è ancora oggi — la “leggenda” secondo cui ai piedi del Monte c’era una cappella in cui erano andati a pregare i ribelli che «i cosacchi, chiusa a chiave la porta […], in tre giorni seppellirono vivi […] con la [stessa] terra del monte. Col passare del tempo le travi sono marcite, il tetto è sprofondato ed è per questo che la collina è affossata al centro…» [CCCL-1, p.80].

Poi arrivarono i sovietici. Durante i primi anni dell’occupazione, il “monte” patì poco la loro presenza. Ma non poteva durare a lungo, considerato che «numerosa gente portava a piedi le croci per erigerle sul monte, [arrivava] […] dalla Lettonia, dall’Estonia, dalla Bielorussia e persino dall’America [dicendo:] “Quante sofferenze, quante malattie hanno portato gli uomini su questo monte. Ed esso le accoglieva tutte. Era il Golgota lituano» [p.177].

E allora, quasi per “festeggiare” il secolo dalle violenze zariste, «il 5 aprile 1961, di buon mattino, arrivarono presso il Monte delle Croci numerose macchine. Uomini sconosciuti cominciarono a rovesciare le croci. Alla distruzione procedevano i militari, la polizia ed alcuni carcerati. Le croci in legno vennero bruciate sul posto, mentre quelle di pietra e di cemento le spaccarono e le portarono a Šiauliai [(si dice per pavimentare strade) e, nella misura di due camion,] a Bubniai. In un giorno tutte le croci sono state distrutte. Nei dintorni e sugli incroci delle strade vigilavano i poliziotti controllando che la gente non si dirigesse verso il Monte delle Croci. Nei pressi del monte vi era un servizio armato. Si temeva qualche sommossa della popolazione» [Ibidem].

L’anno dopo, «nel 1962 [— per dimostrare forse con ancora maggior forza che “ovunque” non avrebbero più tollerato simboli religiosi —] gli ateisti, fatto intervenire l’esercito, fecero saltare le cappelle dei Calvari di Vilnius e nella stessa notte portarono via le macerie, ricoprendo di terra e spianando i luoghi dove esse sorgevano» [p.377]. Il pellegrinaggio dei fedeli si affievolì. Le foreste intorno tornarono silenziose e sempre meno furono attraversate dai loro inni e dalle loro litanie. Senza però spegnersi del tutto, se è vero che «il giorno della Pentecoste vi giungono i pellegrini da tutti gli angoli della Lituania e recitando le orazioni percorrono a piedi i 7 chilometri di sentieri dove sorgevano le cappelle dei Calvari. Mani ignote di persone devote compongono delle croci con i sassi e le ornano di fiori» [Ibidem].

Anche il Monte sembrava ormai privo di vita. La sua terra rimossa aveva però conservato i semi delle croci, che cominciarono perciò lentamente a ricrescere, finché, piano piano, non tornarono ad essere di nuovo visibili, grazie al concime costituito dall’irriducibile coraggio dei fedeli. Come, per esempio, quello del rev. Algirdas Mocius della parrocchia di Lauksodis che il 14 settembre 1970, «[…] scalzo e con i piedi sanguinanti, portò per 65 chilometri una croce di legno […] [fino a “quel” monte] e la eresse nella festività dell’Esaltazione della Croce nel luogo dove era passata la furia distruttrice degli ateisti» [pp.177-178].

Intanto, la “guerra delle croci” cominciò ad assumere caratteristiche sempre meglio definite. In misura via via crescente, la croce fu sentita dai lituani come il simbolo della loro identità più autentica e più profonda; mentre i comunisti, proprio per questo, la considerarono sempre di più come il simbolo di un mondo da abbattere per poterlo poi ricostruire insieme all’ “uomo nuovo”, finalmente privo di memoria storica, di “limiti” nazionali e non più menomato da credenze religiose.

Per spegnere la rinascente “passione” del popolo lituano per la croce e per inaridire la fertilità del Monte, verso la fine di aprile del 1973 i governanti ateisti mandarono di nuovo i bulldozer a devastarlo finché «[…] non vi rimase alcun segno dell’esistenza delle croci. Il monte, triste e deturpato, si guardava attorno aspettando che mani credenti e cuori sensibili incoronassero nuovamente il suo capo profanato con il simbolo della redenzione: la croce» [p.338].

«Mani credenti e cuori sensibili» non si fecero attendere molto. Meno di un mese dopo, a mezzanotte del 19 maggio 1973, una inconsueta processione di giovani  si mosse lentamente alla periferia di Sauliai, verso il Monte, recitando il rosario e portando una pesante croce, «[…] abbellita di ornamenti simbolici: un cuore trafitto da due spade, sulle cui impugnature spiccavano una svastica e una stella rossa sovietica. [La portavano] […] in segno di penitenza […] [e] come simbolo di vittoria» [p.338]. Molti, anche lontani, che sapevano di questa croce in movimento le dedicarono, nella stessa notte, un’ora di preghiera. Il KGB aveva sguinzagliato i suoi agenti ma come Dio volle «[…] alle ore 2.30 il Monte delle Croci si adornò di una nuova e bella croce attorno alla quale vennero piantati fiori e accese candele. Poi tutti inginocchiati pregarono: “Cristo Re, venga il Tuo regno nel nostro paese!”» [p.339]. Quattr’ore dopo, gli agenti del KGB, beffati, sradicarono la croce portandola via, ma già a mezzogiorno un’altra ne era stata piantata. «Gli ateisti continuarono a distruggerle, ma pareva che le croci rispuntassero dalla terra» [Ibidem]. La “guerra grande” entrava sempre più nel vivo.

L’audacia di quel trasporto di croce nei giorni del ricordo del sacrificio di Kalanta comportò anche una repressione amministrativa che ebbe come vittime altri giovani, a cominciare dallo studente cattolico Zenonas Mištautas, che gli agenti del KGB fermarono il 20 maggio 1973, per interrogarlo nella loro sede su «[…] cosa aveva fatto la notte precedente, se andava a servire la messa, che chiesa frequentava, chi erano gli altri che servivano la messa, chi partecipava all’adorazione, che cosa dicevano i preti nelle prediche, eccetera» [p.340]. Gli perquisirono poi la casa e lo interrogarono ancora, chiedendogli «[…] quante persone avevano portato la croce, chi l’aveva fatta, che strade avevano percorso, a che ora avevano eretto la croce sul monte, eccetera» [p.341]. Zenonas non rispose mai, malgrado le continue minacce. Per la “rieducazione” lo affidarono alla scuola; i docenti ebbero anche il supporto del KGB, che interrogò ancora il povero studente. Ma non riuscirono a piegarlo.

Lo stesso giorno toccò anche al sedicenne Virginijus Ivanov di essere condotto, insieme a Zenonas, nella sede della Sicurezza e di essere sottoposto a interrogatori e minacce da agenti del KGB. Anche per lui ci fu poi la perquisizione della casa  e un altro lungo e duro interrogatorio, protrattosi per tutta la notte «[…] che l’inquisito trascorse senza poter dormire. Ogni due ore un agente ricominciava a chiedergli informazioni sui preti, sul personale della chiesa, sui credenti, eccetera» [p.342]. In seguito, Virginijus più volte non rispose alle convocazioni da parte della Sicurezza, fino ad essere espulso, in forza a un cavillo giuridico, dalla scuola superiore di musica.

Sorte simile toccò a Mečislovas Jurevičius che la stessa sera del 20 maggio, come Zenonas e Virginijus, fu portato dagli agenti del KGB nella loro sede, dove venne «[…] sottoposto a stringenti interrogatori per sapere se aveva portato la croce, che strada aveva seguito il corteo, quante persone avevano portato la croce, chi ne aveva organizzato il trasporto, chi l’aveva costruita, quali preti avevano sollecitato il suo trasporto sul monte…» [p.339]. Dopo una notte in prigione, fu interrogato altre volte sui preti che conosceva, sui bambini che servivano la messa e così via; alla fine lo rimandarono a casa, con l’inquisitore che lo congedò minaccioso con queste parole: «Noi sappiamo bene che avete portato la croce in onore di Kalanta» [p.340].

La Cronaca conclude il racconto di questi avvenimenti in modo ammirevole: «Le persecuzioni degli agenti del KGB non soltanto non hanno spaventato la gente, ma anzi hanno perfino ispirato un maggior coraggio. Una delle giovani che parteciparono al trasporto della Croce ha scritto: Lituano, prendi coscienza della tua forza! Essa sta in Cristo e nella nostra reciproca unione! Rimani irremovibile e coraggioso a guardia di tutto ciò che è sacro al tuo cuore. Non permettere che venga profanato anche il Monte delle Croci. Non lasciarlo deturpato e nudo. Porta là la tua gioia e il tuo dolore, la speranza e la vittoria, porta là il tuo amore e la tua fedeltà a Dio, porta là la tua Croce!”» [pp.343-344].

Un anno dopo, però, «[…] centinaia di croci erano nuovamente sorte sul monte: alcune piantate in terra, altre collocate sulle croci più grandi, altre ancora appese agli alberi. Può darsi che l’odio degli ateisti le distrugga nuovamente, ma [— garantisce con forza l’autore della Cronaca —] una cosa è certa: esse risorgeranno! » [CCCL-2, p.81].

E allora, nell’ottobre del 1974, per la terza volta arrivarono i bulldozer a saccheggiare e profanare il Monte. «Tuttavia, nonostante l’ennesimo scempio, sul Monte delle Croci di nuovo cominciano ad essere innalzate altre croci grandi e piccole. La fede del lituano è più forte del braccio dei malvagi » [p.247].

Ma intanto stava cambiando qualcosa: «La profanazione del Monte delle Croci ha fatto nascere una nuova idea: se non ci è possibile erigere le croci su di esso, cominciamo ad innalzarle davanti alle nostre case, dentro di esse, nei nostri cuori ed in quelli del nostro prossimo» [p. 344]. Da parte loro, gli “altri”, instancabili e accaniti, cominciarono a sradicarle anche da lì.

Si passava, così, dalla “guerra grande” alla guerriglia.

 

Guido Verna

19 dicembre 2012

 

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[CCCL-1]  Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic. 1-10, La Casa di Matriona, Milano 1976 (Tutte le citazioni indicate con il solo numero di pagina, sono tratte da questa fonte).

[CCCL-2]  Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic.11-20, La Casa di Matriona, Milano 1979.

[CC] Claudo Carpini, Storia della Lituania – Identità europea e cristiana di un popolo, Città Nuova Editrice, Roma 2007.

 

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