di Guido Verna

nov. 2004

 

Merita qualche riflessione il fatto che una condizione che in qualsiasi epoca storica è stata considerata per l’uomo dolorosamente «menomante», con il comunismo sia diventata strutturale, auspicabile di principio e perseguita nei fatti [N1]. Mi riferisco all’orfanità.

La famiglia considerata da tale ideologia solo come elemento «storico», sovrastrutturale e non naturale   ha rappresentato e continua a rappresentare, invece, con la sua permanente naturalità, l’elemento di resistenza più solido all’avanzata dissolutoria della Rivoluzione, diventando perciò il suo bersaglio principale.

Infatti, questa prima società naturale — che accoglie il piccolo d’uomo nel suo grembo, anzitutto fisicamente, che lo aiuta prima a vivere e poi a crescere, che gli fornisce il calore del camino, della copertina e della mamma, che gli insegna a parlare e lo prende per mano per farlo camminare su due piedi e non a quattro zampe, che infine lo e-duca, cioè  lo assiste, lo consiglia, lo spinge, lo sostiene, lo ama per farlo diventare quello per cui è stato «creato» — ; questa prima società naturale, dicevo, è la massima generatrice di vincoli e di legami che tengono unito l’uomo al «reale» e ne impediscono la «volatilità» e quindi la «catturabilità» da parte degli spietati cacciatori di individui; o, per usare un’altra metafora, ne impediscono la riduzione a quegli atomi sociali di cui i nuovi alchimisti hanno bisogno per riaggregarli nelle loro molecole ideologiche e costruire, molecola dopo molecola, il «mondo nuovo».

Nella famiglia c’è il culto del padre e della terra dei padri (patria); c’è la compresenza di passato, presente e futuro — che cosa sarò da grande, tenendo conto di ciò che sono e che siamo e conoscendo ciò che siamo stati —,  il respiro dei tre tempi che fanno dell’uomo un anello della catena e non semplicemente un anello e che perciò gli danno non solo una posizione ma una posizione definita tra un prima e un poi, cioè una continuità e una responsabilità. Nella famiglia, spesso c’è, se non la presenza, almeno la memoria di Dio. Nella famiglia permane certamente il senso della proprietà privata. Insomma: la famiglia è una scuola di realismo, un luogo naturalmente gerarchico e anti-utopico, dove i sogni muoiono all’alba, forse perché tante volte il papà si è alzato a quell’ora per andare al lavoro.

L’orfanità è dunque la condizione privilegiata e perciò perseguita dagli infaticabili e inesauribili alchimisti della Rivoluzione, che continuano incessantemente — anche a Muro con frantumi ormai in discarica — a cercare di produrre il loro oro [N2]. Ma non disponendo più né delle carestie né dell’Arcipelago, hanno bisogno — in assenza di queste possibilità materiali — di uccidere il padre idealmente. In questa direzione, la cultura che è emersa dal ’68 [MI], demolitrice di ogni residua gerarchia sociale e interiore — una cultura che era la figlia matura di quelle che avevano prodotto prima il 1789 e poi il 1917 — ha rappresentato l’ultimo e perciò il più adeguato veleno specifico inoculato nel corpo dell’Occidente, la cui intossicazione continua a crescere insieme al conseguente suo indebolimento morale.

Come si può uccidere il padre idealmente? [N3]. Distruggendo il legame familiare, certamente; continuando a diffondere il criterio di giudizio progressista — tutto il nuovo è deterministicamente migliore del passato —, certamente; spandendo a piene mani l’idea di una libertà sciolta da ogni legame sia verticale che orizzontale, certamente; ma, prima di tutto e soprattutto, predicando e praticando la pedagogia del solve assoluto, quella pedagogia «democratica» tanto irrealista quanto deresponsabilizzante, secondo la quale un bambino, un ragazzo deve essere lasciato «libero di fare le sue scelte». Ma la natura è diversa, ha predisposto che un bimbo e un ragazzo siano, specialmente dal punto di vista morale, una carta assorbente — e con assorbibilità al massimo grado —, sensibilissimi agli esempi e ai modelli, per cui, se il genitore, per un malinteso senso di libertà «democratica», rinuncia a fare da esempio, il figlio in crescita ne troverà — dovrà trovarsene — altri. Quante volte si sente dire da un genitore «per bene», parlando del proprio figlio: ma da chi avrà ripreso questo qui? Non si è accorto, quel genitore, che è stato «espropriato» della sua funzione di padre; magari senza la sua partecipazione consapevole, ma di fatto è accaduto proprio questo. Suo figlio — dice — sembra il figlio di un altro; suo figlio, purtroppo, è il figlio di un altro (o più realmente di tanti altri).

Poi ci sono i teorici dell’esproprio, i figli del ’68, i «maestri», quelli che, per convinzione culturale — del genere: è bene che il ragazzo non sia vincolato dalla famiglia, crescerà così senza i condizionamenti che io ho dovuto subire nel passato e sarà finalmente aperto alla libertà, alla modernità e al progresso! —, hanno di conseguenza optato per la «donazione». E se la morte del padre «espropriato» è per mano altrui, quella del padre «maestro» è per suicidio.

Accade, a volte, che il genitore di primo tipo, l’«espropriato», avverta un disagio — che presumo struggente — di fronte a questa percezione di depauperamento; e in un sussulto di naturale riappropriazione della ricchezza e della dignità del ruolo paterno, tenta di negare l’esproprio adeguando la propria cultura a quella dell’«espropriatore», per convincersi «dentro» e cercare di convincere «fuori» che, sì, è lui, è proprio lui il padre e che suo figlio in fondo gli somiglia tanto. Sono quei padri che, quasi sempre per autoassolversi, a cinquant’anni, di colpo, diventano a là page, giovanili e giovanilisti, e cominciano a teorizzare la giustezza del rapporto libero, della convivenza, delle droghe leggere, della funzione socializzante delle discoteche, delle vacanze nello stesso letto dei due fidanzatini etc.

Conoscendo, però, molti padri di queste due tipologie, gli «espropriati che si adeguano» e i «maestri», ho avuto esperienza diretta di una conseguenza — a prima vista sorprendente, soprattutto riguardo a questi ultimi, ma invece terribilmente naturale — che si produce in tanti di essi: quando finalmente avvertono di aver  «perduto» un figlio — perché marcia più velocemente di loro o perché ha deciso di andare fino in fondo —, questi padri «soffrono». E allora la «morte del padre» figura genera il «dolore del padre» fisico. Un dolore silenzioso e — soprattutto da parte dei «maestri» — inespresso e inesprimibile, perché, se espresso, farebbe perdere di senso il loro passato, le loro chiacchiere salottiere e le loro «lezioni» sempre assiomatiche, generando in se stessi le fitte lancinanti del risveglio dai loro sogni ideologici — e perciò antinaturali — con i quali hanno alimentato l’inquinamento della loro vita e la rovina di quella dei loro figli; un dolore nascosto, per pudore «culturale», ma non per questo meno bruciante. E questo dolore del «padre morto» che continua a vivere, accompagna, via via amplificandosi, la vita addolorata e addolorante del «figlio orfanizzato» che continua a morire.

 

Guido Verna

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[N1] Cfr. i precedenti articoli sul Comunismo e i bambini, postati su questo blog (sezione Deo fidentes) nelle scorse settimane

[N2] Ne è prova tristissima quanto si ascolta, ogni giorno e da molto tempo, sul «diritto» del single o della coppia gay ad avere figli. [Qusta nota, che ho lasciato immutata, risale a quindici anni fa ed oggi, mi rendo conto, ha un che di patetico…, ndr]

[MI] «Molto sinteticamente, si può definire il Sessantotto come una rivoluzione culturale che mira a una sorta di mutazione antropologica, alla costruzione dell’uomo nuovo, grazie a “una ribellione totale”, secondo l’espressione di Marcuse. Esso è il frutto di un lungo processo di scristianizzazione che, dopo la fine della guerra, ha investito l’Europa Occidentale accompagnandone il risanamento economico e dando vita, attraverso una immensa e progressiva dilatazione dei consumi, a quella che viene definita, dagli anni 1960, la società opulenta o del benessere» (Marco Invernizzi, 1914-1989. Ideologia marxista e prassi leninista dalla prima guerra mondiale alla caduta del Muro di Berlino, in Cristianità, anno XXIV, n. 260, Piacenza dicembre 1996, p. 20).

Per un inquadramento del ‘68 come rivoluzione in interiore homine, che dissolve l’individuo scollegandolo da ogni legame, cfr. Enzo Peserico (1959-2008), Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e Rivoluzione, Sugarco, Milano 2008.

[N3] Per una interessante definizione del quadro relativo all’Occidente come «una società senza padri», cfr. Claudio Risè, Il padre, l’assente inaccettabile, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2003. Nel libro, pieno di spunti e di riflessioni intelligenti, mi pare, però, trascurato il contributo decisivo, sia di principio che di fatto, che il socialcomunismo ha portato nella scomparsa della figura e del ruolo paterno, limitandosi l’orizzonte delle cause alla Riforma e soprattutto alle due Rivoluzioni francese e industriale.

 

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