di  Stefano Aviani Barbacci, 09/03/2019

 

Proteste in Libano contro le sanzioni occidentali alla Siria

Vietato Parlare ha pubblicato il 23/02/19 la testimonianza di un medico siro-americano, Martin Sahiounie, che descrive le difficoltà che il Paese affronta per riprendersi dalle tremende ferite della guerra. Pur ricca di petrolio e di gas naturale, la Siria non dispone più dell’energia necessaria alla ricostruzione e di risorse adeguate alla sopravvivenza della popolazione.

Scrive Sahiounie: “la Siria aveva il gas, ne produceva abbastanza per gli usi domestici. I terroristi hanno distrutto i nostri giacimenti di gas e quelli petroliferi sono ancora nelle mani del nemico: una milizia fedele agli USA (le SDF, a Est dell’Eufrate ndr). Abbiamo quindi bisogno di importare il gas. Le navi che lo trasportano sono iraniane perché, per la politica statunitense delle sanzioni, non siamo autorizzati a comprare il gas o qualsiasi altra cosa da qualunque Paese”.

Questa carenza significa anche la difficoltà a riportare i profughi a casa e la mancanza di combustibile si fa drammatica particolarmente nei mesi invernali quando le temperature scendono. Come Sahiounie spiega: “i generatori di elettricità per produrre l’energia elettrica funzionano a gas, quindi non possiamo cucinare e non possiamo accendere la luce”, anche “la benzina per le auto non è facilmente disponibile, scarseggia ed è razionata”.

 

Miliziani qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham sfilano a Idlib

 

L’interesse per la crisi siriana va scemando presso l’opinione pubblica, ma la guerra si trascina ancora a causa del proseguo delle interferenze straniere: ci sono milizie che non cedono ancora le armi solo perché sanno di avere le spalle coperte da potenti stati esteri, ed è proprio questo che impedisce la fine del conflitto a Idlib.

 

Ma la guerra si trascina anche a causa di un embargo internazionale di cui troppo poco si parla. Le prime pagine dei nostri giornali sono piene di paroloni ad uso interno: razzismo, fascismo, libertà, democrazia… scarseggiano le notizie attendibili su quel che accade oltre i confini e chissà quanti avranno trovato qualche notizia a proposito della morte per freddo (tra Gennaio e Febbraio) di 29 bambini siriani i quali, scampati a ciò che resta dell’ISIS nella valle dell’Eufrate, erano stati accolti nel campo profughi di al-Hol (nella Siria Orientale).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità si è detta preoccupata per le condizioni in cui versa quel campo, ma poi in concreto cosa fa? Da 8 anni è difficile inviare in Siria persino i medicinali essenziali e Sahiounie scrive: “abbiamo sconfitto i terroristi, abbiamo recuperato quasi ogni centimetro di terra, ma abbiamo perso la possibilità di vivere una vita normale (…). Ciò che gli Americani non sono riusciti a ottenere sul campo di battaglia lo stanno ottenendo annientando noi, gente comune, con le sanzioni imposte”.

 

Bambini siriani nel campo profughi di al-Hol

Invero, gran parte dell’Occidente è complice della politica dei “regime-changes” di cui ormai sappiamo molto grazie a testimonianze di peso quali quelle del generale Wesley Clarke, ex comandante in capo della NATO, o dell’ex-ambasciatore USA a Damasco Robert Ford. La politica delle destabilizzazioni è stata mascherata dalla retorica delle “primavere arabe” e alla Siria, Paese non perfetto e tuttavia assai migliore di tanti altri, è stato imposto un isolamento spietato che ha distrutto l’economia e la vita civile completando il lavoro sporco dei terroristi.

 

Nel 2011, l’Unione Europea aveva accreditato le sanzioni come “misure limitate”, destinate a colpire specifici “personaggi del regime”. Furono imposti invece, ad un popolo intero, ferito dalla campagna di attentati suicidi orchestrata da al-Qa’da, l’embargo totale della vendita di gas e petrolio, il blocco di tutte le transazioni finanziarie e il divieto di commercio su moltissimi prodotti anche essenziali…

E quando nel 2013 l’embargo fu rimosso nelle sole aree controllate dalla cosiddetta “opposizione armata al regime siriano”, fu chiaro (per chi sa vedere le cose) che si era trattato di una precisa scelta di campo: le “grandi democrazie” stavano dalla parte dei terroristi e traevano vantaggio da quel saccheggio sistematico delle risorse della Siria (il “mercato nero” del greggio rivenduto dall’ISIS in Turchia e poi in Europa) cui solo l’intervento di Mosca ha posto fine nel 2015/2016.

 

Soldati siriani bruciano la bandiera dell’ISIS a Palmyra

La guerra mossa alla Siria svela dunque gli esiti di quella crisi morale dell’Occidente cui Giovanni Paolo II aveva dedicato parole profetiche quando, nella Veritatis Splendor, scriveva che: “una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo” (VS 101). Anche una democrazia che non fosse più interessata al tema della verità, insensibile per ragioni utilitaristiche al valore della vita, può farsi infine intollerante e minacciosa della pace.

La particolarità ed il carattere emblematico della guerra siriana (per non dire della Libia, dell’Ucraina o dello Yemen) risiede nel fatto che, diversamente che nel passato, questa “terza guerra mondiale” (come già è stata chiamata) non scaturisce dalle velleità ideologiche o nazionaliste di movimenti o potenze di tipo “fascista” o “comunista”, ma da una pretesa sottilmente totalitaria di egemonia economico-politica (la cosiddetta globalizzazione) da parte dei Paesi democratici e, più ancora, di classi dirigenti che percepiscono ormai se stesse come una élite sopranazionale, slegata da reali riferimenti a una storia, a una tradizione, a una cultura particolari.

Che sia stato complice o semplicemente ignorante, una grave responsabilità pesa sulla coscienza del ceto politico che negli ultimi 10-15 anni ha guidato l’Occidente. Occorre una presa di coscienza su questo, e sulla Siria è ora di cambiare strada. Sappiamo che è tra Aprile e Maggio che i Paesi della UE rinnovano le loro sanzioni e serve il consenso di tutti gli stati… si inizi dunque da qui e si tolga l’embargo alla Siria!

 

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