Sposa, madre, religiosa

Roma 1384-1440

“Il Signore vuole che tu viva per glorificare il suo nome”  S. Alessio

 

 

   Romana “de Roma”

Nasce vicino a Piazza Navona in Via di santa Maria dell’Anima e viene battezzata in Sant’Agnese in Agone. Da sposa abita a Trastevere nell’attuale via dei Vascellari, al n. 61. Il suo corpo è vicino al Colosseo nella sua basilica. Ma non solo per questo è romana. Lo è nella passione per la sua città, per la quale prega, e per il suo Vescovo, Eugenio IV (papa dal 1431 al 1447), al quale scrive per incoraggiarlo nella ricerca dell’unità della Chiesa.

 

   La sua vita

è segnata dal desiderio di comunione con Dio. Ma non può realizzarlo secondo il modello che le sembrerebbe l’unico o il migliore: la vita religiosa. Francesca ha dodici anni e i genitori, Paolo Bussi e Iacobella dei Roffredeschi, decidono altro per lei. Così vanno le cose. La città è allo sbando. Manca un’autorità che la tenga unita e favorisca ordine e prosperità. La Chiesa vive un tempo dolorosissimo tra papi, antipapi e cristiani disorientati. Le famiglie cercano potere con il commercio, le guerre e le alleanze matrimoniali. Il padre di Francesca, in quel periodo conservatore del Comune di Roma, intende allearsi ad un’altra famiglia nobile.

La figlia non si scoraggia: sarà tutta per Dio nella condizione di sposa e madre per quasi l’intera vita.

 

   Prove

Come per tutti, a Francesca non mancano prove e drammi. Appena sposata, soffre per aver dovuto rinunciare alla sua vocazione religiosa e l’inserimento nella nuova famiglia e nel palazzo dei Ponziani è tutt’altro che facile. Sprofonda in uno stato di anoressia che la prostra. Ne viene sollevata. All’alba del 16 luglio 1398 le appare in sogno sant’Alessio: “Tu devi vivere… Il Signore vuole che tu viva per glorificare il suo nome”. Francesca, insieme alla cognata Vannozza, va a ringraziare il santo pellegrino sull’Aventino. La sua vita cambia. Accetta la condizione di sposa e a 16 anni le nasce il primo dei tre figli. Ma due, Agnese ed Evangelista, li perde presto: in un eccesso di carità, durante un’epidemia apre il palazzo agli appestati e i piccoli ne sono contagiati. I loro corpi sono nella chiesa di santa Cecilia in Trastevere. Durante una delle occupazioni armate di Roma negli anni 1408-1414 da parte delle truppe napoletane, Lorenzo, il marito di Francesca, è ferito gravemente e rimane infermo per tutta la vita, il cognato Paluzzo esiliato, il figlio Battista, ancora fanciullo, preso in ostaggio.

 

   La carità

Francesca spende la vita tra ritiro nella contemplazione e attivissima dedizione al prossimo. La città di Roma, soggetta ad aggressioni e saccheggi dall’esterno e guerriglie interne, è in condizioni miserevoli.

Lei non attende che la società si organizzi. Si dedica direttamente ai suoi concittadini più bisognosi. Quando muore la suocera, nel 1401, il suocero Andreozzo Ponziani affida alla nuora le chiavi delle dispense, dei granai e delle cantine. In pochi mesi i locali sono svuotati. Il suocero allibito decide di riprendersi le chiavi. Ma Francesca, con la cognata Vannozza e una fedele serva, fanno la cernita della pula rimasta e distribuiscono anche il poco grano ricavato. Pochi giorni dopo i granai e le botti del vino sono prodigiosamente pieni.

Andreozzo, che è comunque un uomo caritatevole e già nel 1391 ha fondato l’Ospedale del Santissimo Salvatore, restituisce le chiavi alla nuora.

 

   La poverella di Trastevere

Francesca non si accontenta di esercitare la compassione verso i poveri: essa stessa vuole viverne la condizione. D’accordo col marito, vende tutti i gioielli e i capi del suo ricco corredo e fa cucire abiti per i poveri. Indossa un abito di stoffa ruvida, ampio e comodo per muoversi agevolmente nei miseri vicoli di Roma.

Alla morte del suocero si prende cura dell’Ospedale del Ss. Salvatore, ma non tralascia le visite private e domiciliari ai poveri.
Incurante delle critiche e ironie dei nobili romani a cui appartiene, si fa questuante per i poveri, specie quelli vergognosi e, insieme alla cognata Vannozza, chiede l’elemosina per loro all’entrata delle chiese. Fa parte del loro mondo. Ogni giorno la vedono arrivare con un asinello carico degli ortaggi che con le sue amiche coltiva in un campo vicino a san Paolo. È chiamata “la poverella di Trastevere”.

 

   E la famiglia?

Nonostante l’intensa attività caritativa e assistenziale, Francesca è moglie e madre sollecita e attenta. Mantiene sempre il governo della sua grande casa in Trastevere, non si sottrae alle incombenze domestiche, né al duro lavoro manuale nell’azienda agricola dei Ponziani. È vero che ha un aiuto molto particolare, anzi un “allenatore”: l’angelo custode, sempre vicino, che la guida con la sua luce nei compiti delle ore notturne, ma la punisce, negandosi alla sua vista, quando, infastidita dal peso eccessivo delle faccende quotidiane, tenta di sottrarsi ai suoi doveri per leggere e pregare.

Francesca potrà entrare in monastero solo a 52 anni, dopo la morte del marito. Ma nemmeno vi morirà. Madre fino in fondo. Quell’ultimo suo giorno, il 9 marzo 1440, sarà a casa sua dove ha assistito il figlio Battista gravemente malato e l’ha visto guarito. Ma lei è consumata.

 

   L’oblazione

Intorno al 1425 la vita di Francesca ha una svolta importante. Dopo 28 anni di unione, Lorenzo Ponziani accoglie i desideri della moglie: condurranno nel matrimonio una vita casta.

Intanto un gruppetto di donne ha cominciato a condividere con lei la preghiera e la carità per i poveri. Le guida spiritualmente. Il 15 agosto 1425 festa dell’Assunta, davanti all’altare della Vergine, undici donne si costituiscono in associazione impegnandosi a vivere nelle loro case le virtù monastiche e a donarsi ai poveri. Nel 1433 si riuniscono sotto un unico tetto a Tor de’ Specchi vicino al Campidoglio. Francesca vi entra nel 1436. Saranno le “Oblate di Santa Francesca Romana”.

 

   I doni divini

È l’intimità con Dio che spinge Francesca a tanta carità. Assiste il marito semiparalizzato, segue la famiglia, i poveri, prega. Dorme circa due ore a notte. E alla sua generosità corrisponde quella di Dio.

Il Signore le fa dono di celesti illuminazioni, che lei riferisce al suo confessore Giovanni Mariotto, parroco di Santa Maria in Trastevere il quale le trascrive. Così conosciamo le frequenti lotte della santa col demonio, il suo viaggio mistico nell’inferno e nel purgatorio, le tante estasi che le capitano, e poi i prodigi e le guarigioni che le vengono attribuite.

Il luogo privilegiato delle estasi è la cappella dell’Angelo durante la messa, subito dopo aver ricevuto la comunione. In preda a una forte concentrazione spirituale, perde il contatto con la realtà circostante per qualche ora, o anche per più giorni. A volte la veggente, muta e ferma come una statua, è completamente indifferente a tutte le sollecitazioni di ordine fisico: è la somma pace e la quiete perfetta. Altre volte canta, danza predica pubblicamente dall’ambone della chiesa, discute di teologia con la profondità di un dottore.

 

   Stigmate e maternità spirituale

Francesca è una stigmatizzata. Porta a lungo sul proprio costato una piaga dolorosa, segno visibile della conformità corporale e spirituale con le sofferenze del Signore. E tuttavia più profonda in lei è la “maternità spirituale” in un intenso amore speciale per Gesù Bambino. Riceve numerose visioni del Natale, dell’Adorazione dei Magi, della Presentazione al Tempio. Stringe tra le sue braccia il Bambino, lo culla e lo riscalda con il suo mantello, gioca con lui. Gli fa da madre. I teologi parlano di sublimazione mistica della sua sofferenza di madre.

Francesca Romana ha vissuto un tempo non meno difficile del nostro. Ma la scelta di Dio l’ha resa operosa, utile ai poveri e felice.

Una vita realizzata.

 

 

AR marzo 2019

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