di Guido Verna

nov. 2004

 

Se la storia tragica dei bambini spagnoli e di quelli greci si può inserire nella spietatezza del progetto pedagogico dell’«uomo nuovo», la deportazione di quelli dell’«impero» sovietico è spietatezza pura, senza alcun fine, ancorché ignobile, se non quello più generale dello sradicamento di interi popoli. E se per i primi, sebbene flebile, si è mosso almeno un refolo di memoria, per questi altri invece non c’è stato nemmeno questo minimo sommovimento.

Collina delle croci in Lituania

Per esempio, per i bambini dei paesi baltici: «all’inizio del 1949 il governo sovietico decise di accelerare il processo di sovietizzazione dei paesi baltici […]. Le operazioni di deportazione […] colpirono quasi 95.000 persone deportate in Siberia […]. Secondo il rapporto inviato da Kruglov [Sergej Nikiforovič (1907-1977)] a Stalin il 18 maggio 1949, fra gli “elementi ostili e pericolosi per l’ordine sovietico” erano annoverati 27.084 ragazzi minori di sedici anni, 1.785 bambini in tenera età senza famiglia, 146 invalidi e 2.850 “vecchi decrepiti”!» [LNC-1]. La terribile sorte di molti bambini lituani fu raccontata da una di essi che riuscì a tornare a casa, Dalia Grinkevičiūtė. Riporto solo un episodio da lei descritto, accaduto nel 1943 a Trofimovsk, quel posto terribile sul Mar di Laptev dove li avevano “scaricati”, su uno degli innumerevoli rami del delta del Lena, il grande fiume siberiano: «Un giorno nella nostra baracca arrivarono due persone, un uomo e una donna [di Leningrado] […] [ognuno con] in mano un sacchetto. [Chiesero] se c’erano dei bambini nella baracca. Ce n’erano alcuni. […]. Quel giorno era l’anniversario della […] morte [a Leningrado per la fame (!) del loro unico figlio. Per ricordarlo] […] quei poveri genitori avevano raccolto per tre giorni la loro razione di pane e l’avevano portata ai bambini affamati dei lituani. Uscirono da sotto gli stracci le manine rinsecchite dei bambini, e i due di Leningrado misero dentro ogni manina un pezzetto di pane»  [DG-1]. In quel campo siberiano, succedeva anche questo: «Quando morivano entrambi i genitori, i bambini venivano trasferiti in una baracca per orfani, sempre nella stessa tomba di ghiaccio. Le condizioni erano ugualmente terribili come da noi e la mortalità tra i bambini ancora più alta. I bambini affamati grattavano con le manine la neve dalle finestre ghiacciate e la mangiavano. Morivano uno dopo l’altro. Quelli che portavano i cadaveri trovavano spesso sulla neve vicino alla porta della baracca dei bambini sacchi pieni di piccoli cadaveri, di piccoli scheletri. Quanti bambini ci fossero dentro quei sacchi nessuno lo sapeva, perché li portavano nella fossa comune senza aprirli» [DG-2].

Ancora per esempio, un silenzio quasi totale ha avvolto anche i bambini mescheti [turchi], curdi e chemscini [del Caucaso] deportati con i genitori in Kazakistan e in Kirghizistan: «In un rapporto a Stalin del 28 novembre, Berija [Lavrentij Pavlovič (1899-1953)] vantava l’impresa di essere riuscito a trasferire 91.095 persone in dieci giorni “in condizioni di particolare difficoltà”. Come spiegava lo stesso Berija, tutti questi individui, il 49 per cento dei quali era costituito da bambini sotto i sedici anni, erano potenziali spie turche» [LNC-2].

Stessa sorte è toccata ai bambini calmucchi [N1], anch’essi “senza memoria”: «Sulle 228.392 persone deportate dalla Crimea, quattro anni dopo ne erano morte 44.887, mentre nello stesso periodo le nascite erano state solo 6.564. Il fenomeno dell’eccesso di mortalità appare con ancor maggiore evidenza se consideriamo che una quota fra il 40 e il 50 per cento dei deportati era costituita da bambini sotto i sedici anni; perciò tali decessi erano dovuti a “morte naturale” soltanto per una percentuale infima. E per quanto riguarda i giovani sopravvissuti, quale avvenire potevano aspettarsi? Su 89 mila bambini in età scolare deportati nel Kazakistan, meno di 12 mila ricevevano un’istruzione scolastica… e questo nel 1948, ossia quattro anni dopo la deportazione. Del resto, le disposizioni ufficiali stabilivano che ai figli dei “coloni speciali” dovesse essere assicurato l’insegnamento esclusivamente in lingua russa» [LNC-3].

Non hanno ancora sedici anni e sono già «elementi ostili e pericolosi per l’ordine sovietico» e «spie»: la pedagogia sovietica cominciava finalmente a produrre l’«uomo nuovo».

 

Guido Verna

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[LNC-1] Nicolas Werth, Violenze, repressioni, terrori nell’Unione Sovietica,, in Stéphane Courtois e altri,  Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, trad. it., Mondadori, Milano 1998, pp. 37-252 (p. 222).

[DG-1] Dalia Grinkevičiūtė, I lituani al Mar di Leptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti, I libri del Borghese, Roma 2009, p.143.

[DG-1] Ibid., p.144.

[LNC-2] N.Werth,  op.cit., p. 210.

[N1] La Calmucchia ― con capitale la città di Ėlista ― è situata nella Russia sud-occidentale, nella pianura adiacente al Mar Caspio. La particolarità di questa repubblica è data dal fatto che si tratta dell’unico territorio europeo in cui una quota consistente della popolazione professa la religione buddhista.

[LNC-3] N.Werth,  op.cit.,  p. 209.

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