Il rapimento e la deportazione dei bambini greci

di Guido Verna

nov. 2004

Dopo l’episodio dei bambini spagnoli [N1] se ne registrò un altro, anch’esso esemplare, questa volta però per descrivere un rovescio di medaglia altrettanto inumano: non più, come nel caso precedente, genitori che per fede ideologica «offrono» i figli all’«allevatore» dell’«uomo nuovo» ma questo stesso che li «rapisce» a genitori che non hanno e non vogliono avere quella fede e si contentano dell’uomo di sempre.

Mi riferisco al rapimento e alla deportazione di bambini greci, perpetrata dai comunisti nel 1948. Il racconto di questo ennesimo, orribile misfatto lo affido interamente ad uno scritto che oggi ha più di trent’anni e che ho conservato nella sua edizione originale del 31 marzo 1973 — un ciclostilato da samizdat! —, a grata memoria di una editoria in questo caso non solo povera ma addirittura poverissima, attraverso la quale persone di buona volontà tentavano di squarciare lo spesso velo di connivente e interessata omertà che in Italia era stato fatto calare sul comunismo, perché il dialogo e il compromesso non potevano essere ostacolati nemmeno da bambini fatti prigionieri.

Il Grammos

«[…] il 4 marzo 1948, — racconta questo ciclostilato ormai sbiadito — la stazione-radio delle bande del Partito Comunista Greco, arroccate sul Grammos e a Vitsi, trasmetteva la seguente notizia: “Nell’ultimo congresso della Gioventù Balcanica, tenutosi a Belgrado, su proposta del rappresentante della Grecia, è stata presa all’unanimità, da tutti i delegati dei paesi ‘democratici’, la decisione di dare aiuto e conforto a dodicimila bambini provenienti dalla Grecia. Questi bambini, che hanno da tre a cinque anni di età, saranno inviati nei vicini paesi ‘democratici’ ove verranno loro dispensati tutti gli aiuti e conforto ed educazione infantile. Su ogni gruppo di venticinque bambini una maestra eserciterà la debita vigilanza”.

In questi termini scialbi e perfino vagamente filantropici la Grecia e il mondo venivano a conoscenza del fatto che era scattata l’operazione di rapimento di ben 28.000 fanciulli, strappati alle loro case, senza evidentemente il consenso delle loro famiglie, e condotti oltre la Cortina di ferro, per essere educati secondo il verbo dell’ateismo e del comunismo, e quindi trasformati in truppe scelte, perfettamente sradicate, della Rivoluzione.

Nel sedicente mondo libero non mancarono di levarsi voci di sdegno e di protesta contro l’atto criminale.

La Commissione Balcanica della Nazioni Unite così si espresse: “Il ratto dei fanciulli, tuttora in corso, costituisce un piano il cui obiettivo è inculcare loro l’ideologia comunista e distruggere la razza greca. Tale attività è reato di genocidio. Il trattenerli nei paesi nei quali sono stati trasferiti è contrario alle norme morali internazionali vigenti nei rapporti fra i vari Stati”.

Il Consiglio generale dell’Unione Internazionale per la Protezione del fanciullo, riunitosi a Stoccolma, il 14 agosto 1948, emise un comunicato in cui dichiarò: “Essendo informato che un numero considerevole di fanciulli greci è stato deportato dal loro paese senza il consenso dei propri genitori, constata che tale operazione costituisce violazione dei principi e dei diritti dell’infanzia”.

Dal canto suo, la Conferenza Interparlamentare di Roma sentenziò: “L’allontanamento dei fanciulli dai loro paesi senza il consenso dei genitori, o dei loro tutori legali, come pure l’opposizione di ostacoli al loro rimpatrio, costituisce palese violazione della morale internazionale”.

Il Congresso della Croce Rossa internazionale, riunito anch’esso a Stoccolma nel settembre 1948, cui giunsero proteste del governo greco, della Chiesa greca, dell’Accademia di Atene, della Croce Rossa greca e di numerose organizzazioni nazionali, “informato della calamità che colpisce la Grecia, con il ratto dei fanciulli, è profondamente impressionato: esprime, perciò, unanime,”il suo stupore per tale crimine di genocidio e auspica l’immediato rimpatrio dei fanciulli rapiti”.

Infine, la commissione politica della III Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita a Parigi nel novembre dello stesso anno, “raccomanda il rinvio in patria dei fanciulli greci che si trovano lontano dai loro focolari quando il padre, la madre, e, in loro assenza, il più prossimo congiunto esprimano tale richiesta. Invita tutti i membri delle Nazioni Unite e i paesi nei cui territori si trovano detti fanciulli a prendere i provvedimenti necessari per l’attuazione della precitata raccomandazione. Incarica il segretario generale di chiedere alla commissione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa di assicurare il contatto con le organizzazioni nazionali della Croce Rossa dei paesi interessati per autorizzare dette organizzazioni nazionali a fare i passi necessari presso gli Stati interessati per l’attuazione della presente raccomandazione”.

Bambina greca in un corteo comunista

Quale fu il risultato di questi “autorevoli voti”? Misero, anzi, miserrimo. Solo la Jugoslavia — che aveva cominciato a recitare la parte dell’eretica “ufficiale” — decise di restituire alla Grecia i fanciulli rapiti, ma la maggior parte di essi, cioè migliaia di bambini, sono rimasti negli “asili di rieducazione”, per uscirne divenuti giannizzeri moderni della Rivoluzione» [GC-1].

Il risultato miserrimo ha un risvolto crudele e beffardo come la sorte dei bambini spagnoli, venuto alla luce dal rapporto Mitrokhin. Nel Documento Impedian n. 210, avente per oggetto «“Daks” e “Luiza” (Iosif Romaldovich Grigulevich (1913-1988) e Laura Arauxo Agilar [un errore di trascrizione nelle carte Mitrokin per Laura Arayo Aguar, nata nel 1916 e tuttora vivente]), agenti illegali del KGB» [Link1-1], si racconta la storia dei due, che arrivati in Italia nel 1949, «dichiararono rispettivamente di essere lui del Costarica [con il nome di Teodoro B. Castro] e lei dell’Uruguay, […] stabilirono dei contatti, costituirono una società di import/export e distribuirono “doni”» [Link1-2]. Nel 1950 riuscirono ad avvicinare personalità politiche costaricane — tra cui José [Maria Hipólito] Figueres [Ferrer] (1906-1990), eletto poi Presidente del Costa Rica nel 1953 e nuovamente nel 1970 — venute a Roma con obiettivi commerciali, conquistando la loro fiducia [N2], fino al punto che Daks diventò per lo stesso Figueres «il suo confidente per le questioni politiche» [Link2-1], ma soprattutto fino al punto di essere nominato, dal Ministro degli esteri costaricano Mario Echandi [Jiménez, (1915-2011)], «Consigliere alla [sic] delegazione costaricana presso la 6a Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, all’epoca, si riuniva a Parigi» [Link2-2].

Figueres

Durante l’Assemblea, sulla pelle dei bambini greci si svolse questo incredibile gioco delle parti. «La delegazione americana fu guidata dal Segretario di Stato, Dean Acheson (1893-1971) e quella sovietica da Vyshinskiy [Andrej Januar’evič (1884-1954)]. […] In quella seduta, il governo di Atene chiese il rientro in patria dei bambini greci che erano stati portati in Unione Sovietica e nelle democrazie del Popolo. Acheson chiese alla delegazione costaricana di parlare della questione. L’incarico fu dato a “DAKS” il quale, nel suo discorso, chiese di poter far tornare i bambini greci nel loro paese, ma il linguaggio che usò risultò essere fiorito. Vyshinskiy A.Y., Ministro degli Esteri sovietico, rispose criticando il discorso del costaricano “DAKS” e lo definì un chiacchierone ed un fantoccio» [Link2-3].

Achesan

Vyshinskiy

La favola del lupo e Cappuccetto Rosso continua, con i lupi che si sono addirittura raddoppiati.

«E a un quarto di secolo di distanza — concludeva il ciclostilato pubblicato nel 1973 — neppure il ricordo, neppure la memoria di questo crimine orrendo sopravvive, sepolti dal “disgelo”, dall’”abbattimento delle frontiere ideologiche”, dal “dialogo”; neppure la materialità del rapimento è riuscito a resistere al tempo e a tenere desta la vigilanza. Dobbiamo ricordare per tutti» [GC-2].

Il Libro Nero del Comunismo

L’obbligo del ricordo per tutti, non sembra, purtroppo venuto meno. Quel quarto di secolo di silenzio si è allungato almeno a mezzo secolo: solo nel 1998, quando veniva pubblicato Il libro nero del comunismo, questo tremendo episodio tornava, se non in vista, almeno nuovamente percepibile da parte dei lettori di buona volontà, per i più giovani dei quali ritengo sia stata una acquisizione totalmente ex novo.

«Durante la guerra civile dal 1946 al 1948 — raccontano Courtois e Panné in un riquadro dal titolo terribilmente sintetico I bambini greci e il Minotauro sovietico all’interno del capitolo Il Comintern in azione i comunisti greci censirono in tutte le zone sotto il loro controllo i bambini di entrambi i sessi di età compresa fra i 3 e i 14 anni. Nel marzo 1948 essi furono radunati nelle zone di frontiera e parecchie migliaia di loro furono portati in Albania, in Iugoslavia e in Bulgaria. La gente dei paesi cercava di salvare i figli nascondendoli nei boschi. Tra mille difficoltà la Croce rossa ne contò 28.296. Nell’estate del 1948, dopo la rottura tra Tito e il Cominform, una parte (11.000) dei bambini trattenuti in Iugoslavia furono trasferiti, nonostante le proteste del governo greco, in Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Polonia. Il 17 novembre 1948 la III Assemblea dell’ONU approvò una risoluzione di condanna del rapimento del bambini greci. Nel novembre 1949 fu l’Assemblea generale dell’ONU a chiedere il loro ritorno in patria. Come queste, anche tutte le decisioni successive dell’ONU rimasero senza risposta: i regimi comunisti confinanti insistevano a dire che presso di loro questi bambini si trovavano in condizioni di vita migliori che in Grecia; in poche parole, volevano far credere che questa deportazione fosse un gesto umanitario.

Eppure l’esilio forzato dei bambini greci era caratterizzato da una miseria, da una malnutrizione e da epidemie tali che molti morirono. Riuniti in “villaggi per bambini” erano costretti a seguire corsi di istruzione politica oltre che quelli di cultura generale. A partire dai 13 anni erano obbligati a svolgere lavori pesanti come dissodare i campi nelle regioni paludose dello Hartchag, in Ungheria. Lo scopo recondito dei dirigenti comunisti era quello di formare una nuova generazione di militanti di assoluta devozione. Il fallimento fu totale» [LNC].

L’esemplarità dell’episodio circa gli esiti tragici dei tentativi, da parte del più antiumano totalitarismo della storia, di rifare l’uomo con l’argilla avvelenata della sua ideologia colpì — credo profondamente — anche uno scrittore di sicura fede democratica come Albert Camus (1913-1960), premio Nobel per la letteratura. In un suo appunto, «tra ciò che la sinistra collaborazionista approva[va], passa[va] sotto silenzio o considera[va] inevitabile, [elencava] alla rinfusa: 1. La deportazione di decine di migliaia di bambini greci; 2. La distruzione fisica della classe contadina russa; 3. I milioni di prigionieri nei campi di concentramento; 4. I rapimenti politici; 5. Le esecuzioni politiche quasi quotidiane oltre la Cortina di ferro; 6. L’antisemitismo; 7. La stupidità; 8. La crudeltà. [E concludeva]: L’elenco rimane aperto ma a me basta» [AC].

Camus

Anche se Camus dichiara in esplicito di aver redatto alla rinfusa questa elencazione di crimini e di aspetti «culturali» del comunismo, ritengo che vada segnalato il fatto che tra essi gli sia venuto in mente anzitutto l’episodio dei bambini greci, a riprova di come fosse possibile fin da allora non solo la conoscenza ma anche la percezione intensa di questo dramma, perfino da parte di persone non pregiudizialmente ostili al comunismo ma ancora non totalmente da esso ideologizzate o eteroguidate.

I Taccuini di Camus furono pubblicati in Italia nel 1951: quindi — ripeto ancora — quasi in diretta non solo era possibile sapere ma, ben di più, era possibile anche intensamente percepire e severamente giudicare. Invece, mentre i bambini greci crescevano e imparavano nei gulag educativi perfidamente chiamati «villaggi per bambini» oppure crescevano e si irrobustivano facendo esercizi fisici nei campi delle «regioni paludose dello Hartchag», in Italia silenzio, nemmeno un piccolo Camus.

Guido Verna

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[N1] Cfr. https://www.edificatisullaroccia.it/2019/02/09/un-esempio-di-nuova-mamma-la-pasionaria-e-i-bambini-spagnoli/

[GC-1] Giovanni Cantoni, I giannizzeri della Rivoluzione, in Il resto della Verità, n. 4, Milano 31-3-1973, pp. 1-3; note formative e informative ad uso esclusivo dei militanti di Alleanza Cattolica – non periodiche – a circolazione interna – pro manuscripto – ciclostilato in proprio.

[Link1-1] In <www.ansa.it/speciali/kgb/rapporto201-261.htm> (ultima visita 03-02-2007).

[Link1-2] Ibid. Christopher Andrew descrive così il background del personaggio: «Castro si chiamava in realtà Iosif Romual’dovič Grigulevič (nome in codice variabile fra MAKS, ARTHUR e DAKS) ed era un lituano di origine ebraica, le cui principali attività erano state in passato quelle di sabotatore e sicario. Castro aveva addestrato e istruito il reparto sabotatori durante la guerra civile spagnola, aveva assunto una parte determinante nell’assassinio di Trockij in Messico e aveva diretto, durante la guerra, una sede illegale in Argentina che si era specializzata nel sabotaggio di navi e cargo diretti in Germania. Durante la permanenza in Argentina, Grigulevič aveva avuto modo di sviluppare un’elaborata “leggenda” latinoamericana da sfruttare adeguatamente a guerra terminata» (Christopher Andrew con Vasilij Mitrokhin, L’archivio Mitrokhin. Le attività segrete del KGB in Occidente, Rizzoli, Milano, 1999, p. 215).

[N2] Le capacità mimetiche dell’agente dovevano essere davvero straordinarie se: «[…] riuscì a intessere buoni rapporti con l’ambasciatore americano Ellsworth Bunker (1894-1984) e col suo successore Claire Boothe Luce (1903-1987) e a coltivare con successo la conoscenza del principe Giulio Pacelli (1910-1984), nunzio del Costa Rica presso il Vaticano e nipote di papa Pio XII (1939-1958). Durante la sua permanenza a Roma [gli] […] furono accordate ben quindici udienze dal papa. […] il democristiano Alcide De Gasperi (1881-1954) (primo ministro dal 1945 al 1953) [gli] […] donò, pare, una macchina fotografica con incisa la frase “In segno della nostra amicizia”» (Ibid., p. 216).

[Link2-1] In <www.ansa.it/speciali/kgb/rapporto201-261.htm> (ultima visita 03-02-2007).

[Link2-2] Ibidem

[Link2-3] Ibidem. Nel 1953 — appena in tempo forse per bere allegramente una vodka con Vyšinskij in qualche dacia della nomenklatura — il «fantoccio chiacchierone» «[…] tornò in Unione Sovietica, si laureò alla “Higher Party School”, collegata al Comitato Centrale del CPSU (PCUS), discutendo la tesi ed il dottorato. […] Nel 1979, venne nominato corrispondente dell’Accademia delle Scienze dell’URSS per il Reparto Storia, divenne Professore, un personaggio scientifico di rilievo del RSFSR nonché il redattore capo del giornale “Social Sciences” (“Scienze Sociali”); era un noto specialista per quanto riguardava l’America Latina, un membro del Comitato di Pace, un Vice Presidente dell’Associazione Sovietico-cubana e dell’Associazione dell’Amicizia URSS-Venezuela» (Ibid.).

[GC-2] G. Cantoni, I giannizzeri della Rivoluzione, cit., p. 3

[LNC] Stéphane Courtois Jean-Louis Panné, Il Comintern in azione, in S.Courtois e altri, Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, trad. it., Mondadori, Milano 1998, pp. 255-311 (pp. 310-311)

[AC] Albert Camus, Taccuini, Bompiani, Quaderno 7: Marzo 1951 – luglio 1954, p. 101. Cfr. anche Antonio Socci, in Il Vietnam della sinistra, in Il Giornale, 2 settembre 2002, in cui si riporta l’”elenco” redatto dallo scrittore francese, con questa premessa: «Camus è universalmente ritenuto un democratico. Partecipò alla resistenza, lavorò per Combat, scrisse romanzi profondi sulla condizione umana e vinse il Nobel per la letteratura. È dunque al di sopra di ogni sospetto, possiamo aspettarci da lui un giudizio equanime o comunque emblematico su cosa sia stata la sinistra nel Novecento ».

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