Un esempio di «nuova mamma»: la Pasionaria e i bambini spagnoli

di Guido Verna

nov. 2004

Ci furono tanti altri bambini che ebbero la nostalgia dei propri genitori e della propria patria, soprattutto dopo aver conosciuto la durezza del «genitore unico» [NOTA]. Il dramma di molti dei «bambini spagnoli» — quei 3.000 bambini, tra i 5 e i 12 anni, che durante la guerra civile in Spagna, negli anni 1937-1938, furono mandati, consenzienti i genitori, a «formarsi» in Unione Sovietica, il «paese dei sogni realizzati», come riporta Mara Quadri nel suo articolo che è alla base di questo paragrafo [MQ] — esemplifica e sintetizza perfettamente sia lo spirito soggiacente che le modalità operative della pedagogia sovietica, mettendone per di più in risalto una vocazione internazionale non solo negli obbiettivi didattici ma anche nella «materia prima» da indottrinare.

I bambini — ai quali era stato detto che «andavano a star meglio, nel paese dei sogni realizzati, dove li avrebbero fatti studiare per tornare in Spagna a costruire il socialismo» — furono all’inizio accolti tra feste e giocattoli, «nutriti con abbondanza [e] rivestiti a nuovo». Poi, quando apparve che l’esito della guerra civile spagnola non si sarebbe tinto di rosso, tutto cambiò, nell’indifferenza dei leader del PCE, denunciata anche da «[…] Jesus Hernandez [(1906-1966)] (l’ex ministro repubblicano, riparato in URSS) [il quale] […] affermò che ben prima dell’attacco nazista — del 1941 e che, secondo «la versione ufficiale sovietica [sarebbe stata la causa del] […] radicale peggioramento della vita di questi giovani profughi» — il 50% dei bambini aveva contratto la tubercolosi [per cui] […] circa 750 bambini morirono nei primi cinque anni». Finita la guerra civile, malgrado le richieste del governo spagnolo e il sostegno dalla Chiesa cattolica, l’URSS, come il Messico, si rifiutò di farli rimpatriare. Di quei 3.000 bambini, «i primi rientri cominciarono solo dal 1956-1957 (20 anni dopo la partenza, i bambini ormai erano diventati degli adulti) e riguardarono qualche centinaio di ragazzi (400 circa), anche perché il governo sovietico esigeva che ci fosse la richiesta dei genitori, ma spesso questi erano deceduti o introvabili A tutt’oggi in Russia ne restano ancora 400».

Su questo dramma, poi, si stende l’ombra tetra di un surrogato di «mamma» il lato «femminile» del «genitore unico»! , che fuoriesce nauseante dalla pur breve descrizione seguente.

Dolores Ibarruri “La Pasionaria”

«Il controllo ideologico sui bambini restò sempre molto stretto, continuamente veniva loro ricordato che erano il simbolo della lotta antifascista e che avrebbero dovuto essere il colpo mortale a Franco [Francisco, 1892-1975]. Racconta José Fernandez Sanchez (di origine asturiana), che ha scritto tre libri di memorie sulla propria vicenda: Dolores Ibarruri [(1895-1989)], un mito in URSS, ci seguiva molto da vicino, con l’idea di forgiare dei rivoluzionari e di evitare che diventassimo dei bambini per bene. Avrebbero potuto fare qualsiasi cosa di noi. Eravamo terreno vergine. Dolores visitava le case di accoglienza e criticava qualsiasi particolare che le sembrasse borghese… Durante la guerra un gruppo di bambini le scrisse una lettera chiedendo un miglioramento delle condizioni materiali, e lei rispose: “Dovreste pensar meno ai maccheroni e al burro, e più alla rivoluzione proletaria”».

Forse quei bambini, pur smagriti dalla dieta rivoluzionaria, hanno potuto superare la nostalgia fisica, alimentare, ma certamente alcuni di loro che non sono riusciti a diventare non per bene, come sperava il surrogato di «mamma» sono crollati di fronte alla nostalgia spirituale delle proprie radici: «Ci furono anche casi tremendi, come quello di Florentino Meana Carrillo che si suicidò bevendo dell’acido solforico dopo che la Pasionaria, l’unico leader del PCE che avesse facoltà di prendere decisioni, aveva negato a lui e a suo fratello il permesso di tornare in patria».

Il comunismo, che da un lato ha prodotto anche questo l’uso infantile dell’acido solforico per vincere la nostalgia della proprie radici , dall’altro ha devastato e seccato anche queste stesse radici: «Il dramma di genitori che pur soffrendo tagliano volontariamente il vincolo umano più forte che hanno, quasi offrendo i figli sull’altare dell’idea, dà la misura della potenza psicologica dell’ideologia, che aveva la forza di sostituirsi agli affetti, alla logica, persino al buon senso. Molti genitori sapevano che non avrebbero più rivisto i figli».

La sorte crudele e beffarda di questi bambini diventati uomini è descritta da Solženicyn [Aleksandr Isaevič, (1918-2008)] all’interno della storia delle «[…] fiumane […] che gonfiarono i tetri, fetidi condotti delle […] fogne carcerarie» sovietiche [AS-1]: «sullo sfondo di tale immensa migrazione pochi hanno notato minuti rivoli quali: […] – ragazzi spagnoli, quelli stessi che erano stati portati bambini in Russia al tempo della loro guerra civile, ed erano adulti al tempo della guerra mondiale. Erano stati allevati nei nostri orfanotrofi ma si adattavano difficilmente alla nostra vita. Molti aspiravano a tornare “a casa”. Anche ad essi davano il 7-35, socialmente pericolosi, e a quelli particolarmente insistenti il 58-6, spionaggio in favore dell’…America» [AS-2].

Guido Verna

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[NOTA]

a) Nel Manifesto del partito comunista, Engels e Marx mettevano subito in chiaro l’obbiettivo principale: «Abolizione della famiglia! Persino i più avanzati fra i radicali si scandalizzano di così ignominiosa intenzione dei comunisti. […] Ci rimproverate voi di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei loro genitori? Noi questo delitto lo confessiamo»

(K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito comunista, a cura di Franco Ferri, con una Introduzione di Palmiro Togliatti, trad. it., 14a ed., Editori Riuniti, Roma 1971, pp. 82-83)

b) La soluzione delle “oppressioni di famiglia” — la liberazione dalle catene che si impongono vicendevolmente madre e figlio — consiste, anzitutto, semplicemente nel disumano passaggio di «proprietà» proclamato da Nikolaj Ivanovič Bucharìn (1888-1938) e Evgenij Alekseevič Preobraženskij (1886-1937), nel loro «ABC del comunismo»: «[…] il bambino non appartiene soltanto ai suoi genitori, ma anche alla società» (Nikolaj Ivanovič BucharìnEvgenij Alekseevič Preobraženskij, Abc del comunismo, trad. it., Newton Compton, Roma 1975, p. 208)

[MQ] Cfr. Mara Quadri, Un retroscena staliniano: il caso dei bambini spagnoli, articolo in La Nuova Europa, 2, 2003, pp. 31-38. Tutte le citazioni senza indicazione rimandano a quest’articolo.

AS-1) Aleksandr Isaevič  Solženicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, vol. I, Mondadori, Milano 1995, p. 40

(AS-2) Ibid.,  p. 101.
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