Il Santo di oggi

4 febbraio

 Giuseppe da Leonessa

 

 

Frate cappuccino missionario

Leonessa 1556- Amatrice 1612

 

“Trafiggimi il cuore, perché possa io trafiggere, a mia volta, come desidero, il cuore di ogni uomo che non crede”

Giuseppe da Leonessa

 

L’ansia di far conoscere agli uomini la luce della fede contrassegna quest’uomo infaticabile che spende tutta la vita nella predicazione.

 

  Eufranio Desideri

nasce in Leonessa (Rieti) l’8 gennaio 1556. Rimasto ben presto orfano, è seguito dallo zio paterno, Battista. Nel gennaio 1572 veste l’abito dei Frati Cappuccini  assumendo il nome di Giuseppe e fa il noviziato alle Carcerelle di Assisi, non senza problemi da parte dei parenti, che proprio non condividono la sua decisione e lo preferirebbero felicemente sposato. Durante l’anno di prova e lo studio della filosofia e della teologia si distingue in modo particolare per lo spirito di penitenza. Fra Giuseppe comprende così la sua vocazione:

“Colui che ama la vita di contemplazione, ha un grave dovere di uscire nel mondo a predicare, soprattutto quando le idee del  mondo sono molto confuse e sulla terra abbonda l’iniquità”.

 

Il mondo ha bisogno di luce. Può essere interessante sapere che uno dei miracoli dei processi per la beatificazione di san Giuseppe da Leonessa è stato operato per la luce. Un bimbo di otto mesi nato cieco. Tutto un velo di pelle senza segni di palpebre. Il medico tasta e preme sugli occhi. Non sente nessun movimento. Il bimbo non dà segni di dolore. Il Medico depone al processo: “Affermo con certezza che sotto le palpebre non potevano esserci né occhi né pupille perché sono pratico e conosco bene la mia professione”. Il bimbo arriva all’età di circa otto mesi. Una vicina di casa, poi testimone al processo, incontra la mamma e la zia che tornano dal convento dei Cappuccini. Vede che il bambino ha gli occhi aperti. Cosa c’è stato? la mamma ha chiesto ai frati “che il figlio venisse toccato e segnato con il Cuore e le altre Reliquie del Beato Giuseppe da Leonessa … subito il bambino, di nome Felice, aprì gli occhi e questi furono illuminati e vide come gli altri bambini”.

 

 

   Sacerdote

nel 1580, gli viene affidata la predicazione. Comincia con entusiasmo. Ma il desiderio del suo cuore è la missione tra gli infedeli. Nel 1587, padre Giuseppe parte insieme a fra Gregorio da Leonessa per Costantinopoli. Si dedicano al ministero tra gli occidentali colà residenti e ai numerosi cristiani tenuti prigionieri dai Turchi. Ma Giuseppe con un’audacia a noi oggi incomprensibile, ma spiegabile per quei tempi, cerca di penetrare nel palazzo stesso del sultano Murad III per parlargli. Viene arrestato e sospeso, con un uncino alla mano destra e uno al piede, ad una trave alta su di un fuoco acceso, che manda fumo. Tre giorni così, con i dileggi e gli insulti della folla. Sopravvive. Viene poi liberato ed espulso.

Rientrato in Italia, riprende con rinnovato fervore il ministero della predicazione, accompagnandolo con costanti ed eroici esercizi di penitenza. Arriva a tenere anche otto prediche al giorno in luoghi diversi e distanti.

 

 

   La sua predicazione

ha un carattere popolare che favorisce la pacificazione degli animi e il sollievo dei poveri. Incontrando contadini per strada: “Con straordinaria piacevolezza e familiarità discorreva con loro e a molti che erano affatto ignoranti e che appena sapevano farsi il segno della croce insegnava e istruiva nell’amor di Dio e a odiare il peccato”. “Dove sentiva risse e odii subito vi andava per la speranza che aveva di ridurli alla pace”. Predica non solo nelle chiese, ma all’aperto nei campi, ovunque riesce a raggruppare contadini e pastori. Non guarda a sacrifici e a rischi; spesso, per fare più presto, lascia i sentieri battuti e s’inerpica su per il dorso delle montagne: “Ove non poteva coi piedi saliva carponi con le ginocchia e con le mani”. I confratelli che lo accompagnano, secondo l’uso di andare a due a due come gli apostoli, sono costretti ad avvicendarsi nei viaggi del padre Giuseppe. Lo chiamano benevolmente “ammazzacompagni”.

 

 

   Il suo annuncio è Gesù:

“Cristo si è fatto ogni cosa per nostro amore, Cristo è tutto per noi. Se desideri curare le tue ferite, egli è il medico; se bruci di febbre, egli è sorgente ristoratrice; se ti opprimono le colpe, egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte egli è la vita; se desideri il cielo, egli è  la via; se vuoi fuggire dalle tenebre, egli è la luce; se cerchi il cibo, egli è il nutrimento. Gustate dunque e vedete quanto è soave il Signore: beato l’uomo che spera in lui”.

 

 

   Oltre l’annuncio

La predicazione si traduce in opere di carità. Giuseppe ci si impegna da vero animatore.

Erige e ripara ospedali. In moltissimi luoghi dopo le prediche promuove la costituzione di Monti di Pietà e Monti Frumentari.

“Aveva per costume, dove predicava, andar mendicando grano per erigere Monti di pietà per li poveri … ed ancorché ne trovasse molto poco …, pure con quel poco dava principio al detto Monte… e con sì debol principio si fecero Monti ricchi, che provvedevano a tutte le povertà di Campotosto, Massa di Todi, alli Grotti di Spoleto ed altri luoghi dove eresse Monti di pietà”. Oggi noi non possiamo capire cosa significasse un deposito a disposizione dei poveri in un paesino delle Marche, dell’Umbria e dell’Abruzzo nel tardo Cinquecento. Era la salvezza dalla fame. L’elenco è solo un accenno di una lunga lista. Il primo Monte fu quello di Massa di Todi, fondato particolarmente “per servizio delle povere donne”. “Egli stesso andò con altri cercando per la terra e non mancarono chi gli diede collane, coralli, pendenti, anelli, denari, grano, farina, tela ed altro del cui prezzo fece comprare tanto grano per imprestarlo a povere donne. E lo fece dare in governo alle donne, acciò confidentemente nelle loro necessità potessero ricorrere al detto Monte di Pietà”. Fuori moda e tutt’altro che trascurabile la delicatezza nel voler affidare alle donne la direzione dell’opera.

 

 

   La sua energia

gli viene dalla preghiera. Quando è in convento fa frequentissime visite al Sacramento. A un confratello che se ne meraviglia risponde:

“Vado dal nostro padrone, a vedere cosa fa, e se bisogna di niente, a raccomandargli me ed altri. Se li cortigiani dei Principi stanno giorno e notte alla loro porta per essere pronti alli bisogni dei loro padroni, quanto più dovemo noi, figli e servi suoi ed anco ministri (come sacerdoti), star sempre presenti a ringraziarlo di tanti benefici e grazie che ci fa e pregar per tutti, giacché noi teniamo carico d’esser mezzani (intermediari) fra Dio e l’uomo. Per tal visita s’ottengono molte grazie”.

 

Dio si serve volentieri di un servo così. Lo favorisce del dono di miracoli, della scrutazione dei cuori, e di particolari grazie di orazione.

 

Il 4 febbraio 1612 l’infaticabile camminatore è pronto per l’ultima partenza:

“Oggi è sabato, giorno dedicato alla Madonna et anco ci morse il nostro padre san Francesco (4 ottobre 1226). Anch’io morirei oggi volentieri”.

Beatificato nel 1737 e canonizzato nel 1746.

 

AR febbraio 2019

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