Stefano Aviani Barbacci, 24/01/19

La situazione in Siria nel Gennaio del 2019

Donald Trump ha ormai fatto capire che intende lasciare la Siria quanto prima, affidando a “forze locali” (Siria, Turchia, Iran e Curdi) il compito di chiudere la partita con ciò che resta dell’ISIS. Riguardo alle note tensioni tra Turchi e Curdi ha minacciato di distruggere economicamente la Turchia se questa dovesse affondare il colpo contro le milizie curdo-siriane che gli USA supportano ormai dal 2017.

Ma una nuova offensiva turca in Siria appare ora meno probabile, a causa del ridispiegamento delle truppe siriane a Nord e del pressoché completo controllo dei cieli da parte dell’aeronautica di Mosca. Dunque, salvo qualche schermaglia di frontiera, le truppe turche e i paramilitari filo-turchi del FSA restano fermi lungo la linea che procede da Afrin a Jarabulus, passando per Manbji.

Quest’ultima località è ora presidiata da un battaglione della polizia militare della Federazione Russa che ha preso il posto della locale milizia curda trasferitasi a Sud, presso il confine con l’Iraq, per combattervi le ultime sacche dell’ISIS. Questa sostituzione non si spiegherebbe senza un qualche tipo di accordo intervenuto anche con gli USA che controllano de facto le milizie curdo-siriane sotto il nome di Syrian Democratic Forces (SDF).

I superfalchi USA: il repubblicano John Mc Cain e il democratico Lindsey Graham

 

Ciò ha suscitato polemiche nel Congresso ed il sen. Lindsey Graham incalza ora la Casa Bianca perché abbandoni i Curdi recuperando piuttosto un rapporto privilegiato con Erdogan. La Turchia possiede uno degli eserciti più forti della NATO e controlla la porta d’accesso del Mar Nero, circostanze non trascurabili nell’insensato confronto in atto tra Occidente e Federazione Russa. Per i circoli mondialisti, infatti, resta la Russia l’ostacolo principale da abbattere.

 

 

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu moltiplica gli attacchi in Siria contro Hezbollah, la milizia di autodifesa del Sud del Libano che (sostenuta dall’Iran) affianca da 3 anni l’esercito regolare siriano nella lotta contro ISIS ed al-Qa’da. Questi attacchi suscitano indignazione in Siria, anche per le numerose vittime tra i civili e nel personale militare russo (15 morti nella distruzione di un ricognitore il 17/09/18) e siriano. Nel corso del mese di Gennaio, Israele ha bombardato l’aeroporto internazionale di Damasco che aveva da poco accolto il ritorno in Siria delle rappresentanze diplomatiche di Oman, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti come pure delle compagnie aeree Gulf Air e Etihad Airways. La Siria ha protestato all’ONU e minacciato rappresaglie…

L’attivismo di Netanyahu è però giudicato (anche da analisti e giornalisti israeliani) una cortina fumogena che nasconde un fallimento politico. La presenza di Hezbollah è una conseguenza diretta del tentativo di destabilizzare la Siria cui l’attuale governo di Israele non può dichiararsi estraneo (Edward Snowden, analista della CIA, ne aveva parlato già nell’Agosto del 2015). La Siria era, fino al 2011, uno dei pochi Paesi arabi senza particolari attività terroristiche e gli ultimi scontri con Israele datano a quasi 40 anni fa (in Libano, nel 1982). Qualcuno ora si chiede: ma ne valeva la pena?

 

Idlib (Siria): miliziani “qaedisti” di Hay’at Tahir al-Sham (filo-sauditi)

 

Quasi non si parla più di quella “Coalizione Anti-ISIS” che Barak Obama aveva messo in piedi col fine nominale di combattere l’ISIS ma con lo scopo sostanziale di favorire il regime-change attraverso il controllo dello spazio aereo siriano e la conseguente impossibilità per l’aeronautica di Damasco di contrastare efficacemente le milizie islamiste nel frattempo infiltrate nel Paese (un modello che aveva avuto un notevole successo nel 2011 in Libia).

 

 

Il carattere opportunista di quell’alleanza, i forti contrasti sorti tra Turchia, Qatar e Regno Saudita (si pensi all’assassinio di Khashoggi o all’invio di truppe turche in Qatar in funzione anti-saudita) ne hanno decretato la fine e spiegano la “guerra civile” che nel frattempo si è accesa a Idlib tra le fazioni islamiste filo-saudite (i “qaedisti” di Hay’at  Tahir al-Sham) e quelle filo-turche e qatarine (Ahrar al-Sham, Nour al-Din al-Zenki e Turkistan Islamic Party).

Quest’ultimo potrebbe rivelarsi un passaggio importante e forse addirittura “desiderato”, perché la sconfitta dei gruppi armati filo-turchi a Idlib consentirebbe a Erdogan di disfarsi di un patronage ormai inutile e imbarazzante e legittima l’esercito siriano ad intervenire manu militari nell’ultima provincia ancora sotto il controllo diretto dei terroristi senza troppo ferire la suscettibilità dei nazionalisti turchi.

 

Il ricognitore russo Ilyushin Il-20M abbattuto il 17/09/18 da un caccia di Israele

 

La guerra in Siria potrebbe concludersi nell’anno in corso. O, perlomeno, ne esistono ora le premesse. Si crede che la Siria abbia subito oltre 400.000 perdite umane e danni economici incalcolabili (420 milioni di dollari necessitano per la sola ricostruzione di Aleppo). Ciò nonostante il Paese è rimasto in piedi, manifestando una coesione nazionale che i suoi nemici avevano sottovalutato, persuasi della fragilità di una compagine statuale che teneva insieme (evidentemente con successo) un complesso mosaico di gruppi etnici e religiosi.

 

Anche la Russia ha pagato un prezzo pesante: la cacciata dai salotti buoni (il G-8), l’isolamento internazionale, le sanzioni economiche. La Russia fa fronte, dal Baltico al Mar Nero, a una pressione militare da parte della NATO che non trova eguali se non nell’epoca della Guerra Fredda. Ma Putin si è rivelato un leader che guarda oltre il vantaggio immediato e forse gli riuscirà di cogliere i frutti di una politica che ha suscitato attenzione tra quelli che auspicano un equilibrio multipolare, un ritorno alla diplomazia e apprezzano chi tiene fede alla parola data.

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