Il santo di oggi

12 ottobre

Serafino da Montegranaro

 

 

Frate Cappuccino

Montegranaro 1540 – Ascoli -1604

 

“Oh se tutti vedessero cosa è inferno, che cosa è Paradiso!

Come diversamente vivrebbero!”

Serafino da Montegranaro

 

Imbranato, impacciato, maldestro, inadeguato a tutti i lavori; ma nell’animo coltiverà stupende virtù che cercherà di nascondere, e che Dio rivelerà con la grazia dei miracoli.

 

 Questo è Felice Rapagnano

nato a Montegranaro, Marche, verso il 1540. Il lavoro del padre, muratore, con quattro figli non basta. Il fratello più grande lo affianca. Felice viene mandato da un contadino che gli affida il gregge. Dentro di sé desidera vivere come gli eremiti di cui ha letto molto. A diciotto anni entra in convento dai Cappuccini e gli viene dato il nome di Serafino. Vive con fede e obbedienza varie mansioni, cucina, orto, portinaio, questuante, ma non riesce ad accontentare i confratelli. Non gli mancano rimproveri, che sopporta con umiltà e carità. La modestia non gli impedisce però di scherzare e sa anche prendersi in giro da solo. Un giorno il padre guardiano gli dice: “Sei un ipocrita, gabbamondo e collo torto”. E lui:

“Se sono ipocrita, non sono però ozioso, perché vado gabbando or questo, or quello”.

 

 E intanto

sulla pochezza dell’uomo Qualcuno fa cose grandi. Fra Serafino per i suoi servizi si trova a contatto con i più svariati ceti e per tutti sa trovare parole opportune e squisita delicatezza di sentimenti per comporre situazioni allarmanti, estinguere odi inveterati e condurre le anime a Dio. Sa leggere un po’, ma ha una sapienza che non viene da lui. È consultato anche dai teologi. Lo stesso vescovo di Ascoli, Card. Bernerio, eminente teologo, va da lui  quando non sa come risolvere qualche difficoltà.

 

La sua santità è confermata da Dio con numerosi miracoli, talmente tanti che un suo padre guardiano arriva a comandargli di smetterla con tanti prodigi. Nei processi canonici per la beatificazione le testimonianze sui prodigi occupano oltre 2.000 pagine.

 

Ascoli Piceno. Arriva al convento una mamma con la bambina muta. “Oh! Santina”, dice fra Serafino, “portala in chiesa, al Sacramento”. Qui il frate mette in mano alla bambina tre rose, che sanno di incenso e di preghiere, e alla mamma: “Non è niente. Portala a casa e vedrai che parlerà più di quanto vorrete”. In casa a cena la piccola comincia a parlare speditamente. Il padre al processo testimonierà: “Diceva tanto che ci infastidiva”.

 

 

   L’orto per i poveri

Non si possono tacere alcuni episodi sulla sua generosità per i poveri. Serafino a tavola mette da parte alimenti suoi per loro. E dà tutto quello che trova in dispensa. Il suo guardiano (il superiore) a Corinaldo è preoccupato che le cose non bastino per la comunità e lo richiama, ma fra Serafino gli dice che la Provvidenza penserà ai frati. Il guardiano gli affida un pezzo d’orto del convento perché coltivi e distribuisca quello che serve per i poveri. Il frate taglia subito erbaggi e coglie frutta e in una giornata distribuisce tutto. La mattina dopo il guardiano si affaccia all’orto e lo trova “folto di erbe e carico di frutti belli e maturi, anzi del tutto avvantaggio di quello che era prima: onde confuso e accortosi che il buon portinaro aveva stipendiati alla sua carità i miracoli, gli die’ ampia licenza che facesse e desse ciò che gli piaceva in benefizio dei poveri”.

 

Anche ad Ascoli gli viene affidato un pezzo di orto. Ma lui non può lavorarlo perché l’impegno per la porta è molto fitto. “Supplì però il Signore con un evento che ha del miracoloso, poiché senza zappare, adacquare e fare loro le altre solite carezze, crescevano rigogliose le erbe e le piante del suo piccolo campo, mettendo invidia all’altre del medesimo orto, mentre queste non fruttavano tanto all’industrie dell’ortolano, peraltro attentissimo, in un mese, quanto quelle in un giorno”.

 

Oh pazzia dei peccatori

Fra Serafino non si occupa solo della povertà materiale. Soffre e prega per i peccatori. Vede il Paradiso e

“l’atrocissimo carcere dell’inferno”; “Oh pazzia dei peccatori, i quali per non soffrire un momento di penitenza, eleggono un male eterno!”.

 

la preghiera

La costanza e la fortezza gli vengono dalla solita fonte: la preghiera. Lo confessa lui stesso ai superiori, che gli chiedono per obbedienza di dire il suo segreto:

“Quando venni in convento ero un povero manovale senza capacità e senza attitudini. Sono rimasto come allora: e questo fu causa di tante umiliazioni e di tanti rimproveri sui quali il demonio agì, facendomi entrare nel cuore la tentazione di lasciare il convento e ritirarmi in un deserto. Mi raccomandai al Signore, e una notte dal tabernacolo uscì una voce: <Per servire Dio bisogna morire a se stessi e accettare le avversità, di qualsiasi natura esse siano>. Io le accettai e proposi di recitare un rosario per chi me le avesse procurate. La solita voce dallo stesso tabernacolo mi rassicurò: <Le tue preghiere per coloro che ti mortificano mi sono graditissime. Io son pronto in cambio, ad accordarti tutte le grazie>”.

 

I sacerdoti  

Per devozione a Gesù nella passione e nel Sacramento, porta grande rispetto ai sacerdoti. Vedendoli corre a baciar loro le mani. “Abbattutosi una volta a baciare le mani a un sacerdote (Francesco Panicci canonico della cattedrale di Ascoli), trovolle piene di lebbra, come altresì era infetto tutto il corpo. Restò sorpreso al riflettere che quelle mani così immonde doveano ogni giorno maneggiare il Corpo immacolato del Re del Cielo, e si sentì a un tratto ispirato d’impegnarvi un miracolo per risanarlo, in modo però che non ne dovesse soffrire la sua umiltà. Disse pertanto al sacerdote che aveva un segreto per guarirlo”, ma doveva andare a prenderlo in convento. Al convento “colse nell’orto le prime erbe che gli vennero alle mani, come quelle che doveano operare per virtù superiore, e con esse, andato a casa del Sacerdote, gli stropicciò le mani e le braccia”. Il lebbroso guarì in pochi istanti.

 

La Madonna

Tenerissima la sua devozione alla Madonna: “Ora colloquiava con Maria, ora piangeva, ora s’infocava tutto per amore di lei”. “Se incontrava una sua immagine, non lasciava di salutarla, e spesso anche di fermarsi a vagheggiarla, e pareva che in tal congiuntura non fusse padrone di sé, come non lo sono gli amanti appassionati alla vista del caro oggetto”. Più di una volta per le strade polverose si ferma davanti a un quadro e lo spolvera e lo pulisce e poi si ferma in contemplazione. Ha la grazia di vederla anche, come ne fa accenno, per rafforzare e motivare l‘incoraggiamento ad una donna devota molto addolorata:

“Solamente col poterla vedere in paradiso sarà premiata la nostra tolleranza per ogni travaglio! Oh quant’è bella! Il Signore mi ha fatta grazia di farmela vedere. Oh questo cuore, questo cuore quanto gaudio, quant’allegrezza, quanta dolcezza ha sentito!”

 

 Il poeta

Fra Serafino ha scritto delle strofette e le fa cantare ai giovani modulandole con il canto:

A Gesù

Io sonmi innamorato di Gesù;

Gesù vado chiamando a tutte l’ore.

Gesù, star senza voi non posso più;

Gesù, vi porto scritto nel mio cuore;

datemi grazia ch’io non pecchi più,

col perdonarmi ogni passato errore.

Perché vi porto in petto per gioiello,

caro Gesù che siete tanto bello.

A Maria

O coronata in ciel beata e bella

sopra d’ogni altro nel beato regno,

o nostra in questo mar lucente stella

nostra guida fedel, nostro sostegno,

che fuor d’ogni terribile procella

salvo conduci in porto il nostro legno;

nostra aurora gentil, del cui bel viso

si allegra il mondo e gode i Paradiso.

 

 Tentativo di partenza

Si è ripreso da una grave malattia. Il vescovo se ne rallegra con lui e Serafino lo informa:

“ho fatto un gran viaggio e speravo di entrare in paradiso, ma mi hanno chiuso la porta in faccia e mi si spezzò la scala, ed eccomi ancora in questo mondo”.

 

 Il 12 ottobre 1604

parte davvero. “Li putti” (bambini) che “amava grandemente come i fiori”, sciamano per le strade: “è morto il santo, è morto il santo”.

A.,R.,ottobre 2018

 

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