di Carla Vanni

Il Consigliere Zelger

Il leghista Alberto Zelger, consigliere comunale di Verona, in occasione del 40° anniversario dell’entrata in vigore della pessima legge 194, qualche giorno fa è riuscito ad impegnare il sindaco e la Giunta a sostenere iniziative per la prevenzione dell’aborto: fondi appositamente dedicati, allargamento e varo di nuovi progetti, contributi ad associazioni Cattoliche provita. Verona è “città a favore della vita”.

La votazione ha provocato la solita risibile reazione delle femministe che, per l’occasione, si sono presentate nell’aula comunale indossando i panni delle note “ancelle” di Handmaid’s Tale: l’intento loro era evidente, ma a noi è piaciuto pensare che si vergognassero e quindi si rendessero irriconoscibili per quel motivo. Naturalmente hanno disturbato, schiamazzato e riproposto il ben noto gesto, di cui dovrebbero essere stanche da un pezzo.

Carla Padovani

L’aspetto “clamoroso” di questa vicenda, come sappiamo, è stata la firma a favore apposta dalla Signora Carla Padovani, capo gruppo del partito democratico, che si è fatta contare fra i ventuno consiglieri a favore, lasciando a sei il numero di quelli contro. Cosa abbia scatenato contro di lei l’esercizio della libertà di coscienza lo sappiamo bene: i suoi confratelli politici, paladini dei diritti più estemporanei, non avrebbero voluto permettere alla collega il diritto (questo sì..) di esprimere liberamente la propria opinione e l’hanno stigmatizzata pubblicamente. D’altronde, la capo gruppo qualche dispiacere l’aveva già dato: aveva abbandonato i dem in occasione dell’approvazione delle unioni civili ed anche in quella circostanza aveva dovuto resistere alla lapidazione conseguente. Il virus della verità l’ha contagiata da tempo.

Sembrerebbe quindi che si sia creato un pericoloso precedente per chi ammazza i bambini. La difesa della vita è trasversale e gli indifesi vanno tutelati da chiunque, a prescindere dal colore politico: affermazioni inaccettabili per chi ritiene che la salute di una donna passi anche per l’omicidio del proprio figlio.

Ma, in realtà, il caso non è il primo (e speriamo neppure l’ultimo): in Irlanda del Nord, qualche mese fa e nel silenzio assoluto dei media, è accaduto lo stesso fatto ma addirittura su scala nazionale.

Bisogna premettere che la legge sull’aborto vigente nel Regno Unito è molto diversa da quella in corso nell’Irlanda del Nord, dove l’aborto è consentito solo in caso di pericolo di vita della mamma e quando sia a rischio la sua salute fisica o mentale. E’ vietato, per esempio, per gravidanze conseguenti a stupri o per gravi malformazioni del feto. E’ pur vero che sempre di omicidio si tratta, ma almeno ridotto ai casi cosiddetti “estremi”. Ma al Regno Unito, invece, questo non piace: da loro si consente l’aborto “a piacere”, ossia il bambino si ammazza senza troppe condizioni. La richiesta del Parlamento del Regno Unito era appunto di allineare le due disposizioni legislative. Questa domanda arrivava all’Irlanda del Nord nonostante l’aborto sia una competenza decentralizzata alla sua Assemblea dal 2009.

E proprio contro questo allineamento le donne irlandesi hanno marciato sul parlamento britannico: unioniste, repubblicane e nazionaliste sono andate a Londra per chiedere di mantenere le restrizioni in vigore. La delegazione era formata dalle parlamentari irlandesi senza distinzione di ideologia: Sinn Fein, Partito democratico unionista (DUP), nonché consigliere socialdemocratiche e laburiste locali. Manifestando una coesione degna di plauso, la delegazione ha chiesto ai parlamentari britannici di ascoltare la voce delle donne irlandesi e di mantenere “restrittiva” e non “più liberale” la legge irlandese. Nel frattempo, la Corte Suprema del Regno Unito aveva già respinto il ricorso presentato dalla solita organizzazione “per i diritti umani”, che chiedeva l’abrogazione della legge irlandese “lesiva dei diritti delle donne”. Anche la Premier May non ci ha voluto mettere le mani e, interpellata, si è rifiutata di esprimersi su un tema così scivoloso per un politico di professione.

I due episodi sono molto significativi: si comincia ad intravedere una coesione sulle questioni fondamentali da parte di chi non potrebbe essere più lontano dall’altro in materia di procreazione e difesa della vita. Si potrebbe dire che chi decide delle nostre leggi si inizi a legare alla vita con un filo. Lo stesso che, anche se molto lentamente, poi raggiunge e congiunge tutti. E’ come se, finalmente, la lampada accesa sia stata tolta da sotto il moggio e messa sul candelabro, per illuminare chiunque nella stanza a prescindere dalle sue idee e convinzioni. Tutti per la vita e la vita per tutti.

I bambini, o meglio i figli (perché tali sono) vanno amati e difesi quale che sia la nostra condizione personale, anche la più drammatica, perché nulla sarà più luttuoso che ricordare per tutta la vita quel figlio del quale nulla sappiamo. Amarli e difenderli vuol dire anche lasciarli in una culla termica all’ingresso di un ospedale, dove saranno accuditi ed amati. Vuol dire anche partorirli in una struttura sanitaria e non riconoscerli. Vuol dire farli nascere e provvedere al loro futuro per quello che possiamo, anche solo per il tempo di consegnarli a coloro che potranno prendersene cura al posto nostro. NON abortire si può e si deve, perché i mezzi per sostenerci esistono e sta solo a noi scegliere se uccidere o far vivere. Verona questo lo ha sottoscritto pubblicamente e le “ancelle” se ne facciano una ragione.

 

“A questo cimitero …. si aggiunge ancora un altro grande cimitero: il cimitero dei non nati, cimitero degli indifesi, di cui perfino la propria madre non conobbe il volto, acconsentendo, oppure cedendo alla pressione, perché venisse loro tolta la vita ancora prima di nascere.”

San Giovanni Paolo II

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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