Il santo di oggi

19 settembre

 

 

Francesco Maria da Camporosso

 

 

Frate Cappuccino

Camporosso 1804

– Genova 1866

 

“La volontà di Dio sempre giusta, sempre santa, sempre amorosa e paterna con noi”

Francesco Maria da Camporosso

 

 

   il Padre santo

Proprio dalla spontaneità e dal cuore del popolo sorge il grido di “padre santo” per designare frate Francesco ed esprimere l’ammirazione e la gratitudine di quanti sono da lui beneficati. Ma lui: “Ci vuol altro ad essere santi!”.

Giovanni è nato il 27 dicembre 1804 da Anselmo Croese e da Maria Antonia Garzo a Camporosso, un paesino sulla riviera ligure di Ponente, nell’attuale provincia di Imperia. Da sua madre, per la quale la fede è luce e forza di vita, il piccolo Giovanni riceve i primi insegnamenti di quella pietà semplice e profonda, che lo guideranno sulla via della santità. Ancora ragazzo, fa il pastore del piccolo gregge paterno, e fatto grandicello, aiuta il padre nel duro lavoro dei campi.

L’altra guancia

Giovanni fin da questa età cerca coerenza tra il Vangelo ascoltato e la sua vita. Il papà Anselmo per un viaggio gli ha preparato un bel vestitino nuovo e lui, incontrando un povero cencioso, se lo toglie e glielo regala. La reazione vivace del genitore si conclude con un sonoro schiaffone. Pronto, Giovanni offre l’altra guancia, smorzando l’ira del padre e riempiendolo di ammirazione.

 Frate cappuccino

Abbraccia la vita religiosa fra i Minori Cappuccini, nel 1825 col nuovo nome di Francesco Maria. Finito il noviziato, è destinato al convento della SS. Concezione di Genova, aiuto nella cucina, poi infermiere, infine questuante per circa 40 anni, cioè quasi tutta la sua vita di religioso. Una vita non ricca di avvenimenti grandiosi, ma piena di luce e di una bontà ingegnosamente operosa e inesauribile.

Santità in cammino

La questua, come esperienza di santità, non è nuova tra i cappuccini. Anche Francesco da Camporosso, come Ignazio da Làconi, Crispino da Viterbo, e diversi altri cappuccini, prende come protettore e amico Fra Felice da Cantalice, il questuante della Roma del Cinquecento, primo canonizzato di questa schiera di santi in cammino.

L’ascoltatore

Nel quartiere del porto e del deposito franco, ove in particolar modo si svolge l’attività di frate Francesco, la sua figura alta, simpatica, piena di modestia e di grazia, esercita un fascino straordinario su quanti l’avvicinano. Eppure il suo programma, confidato a un confratello, è “farsi santi senza che il mondo se ne accorga”. I confratelli che hanno vissuto con lui ricordano che, pur in mezzo alle sofferenze e alla stanchezza, egli si rivelava “sempre ilare e uguale”. Una fedelissima che lo frequentò per tutta la sua vita da frate, Maddalena Montobbio, dà della sua santità un’eloquente definizione: “aveva in tutto una santità veramente amabile”.

Ogni dolore umano trova in fra Francesco una dolce parola di conforto e una luce di cristiana speranza. Ascolta tutti: la piccola commessa triste perché ha perduto la medaglietta donatale dal frate, il mal di denti della ragazzina, la gente di mare che ricorre a lui con commovente fiducia, i facchini del porto, l’uomo intraprendente che chiede consigli nel progettare nuovi affari, le madri in pensiero per i figli alle armi, il sacerdote scrupoloso, i malati che con sacrificio va a visitare, i carcerati che cercano più giustizia, la gente preoccupata per le ricorrenti minacce di colera.

 La scienza di Dio

Francesco ha la sua istruzione di base, ma non è un dotto. Entrando in convento non ha voluto essere sacerdote. Però c’è la scienza di Dio nella sua catechesi spicciola e nei suoi richiami a fuggire il peccato e nutrirsi dell’Eucarestia per vivere con fortezza la vita cristiana. Dio in questa sua missione lo fornisce di particolari privilegi. Francesco risponde a domande non ancora formulate, legge i pensieri reconditi, dopo una breve pausa di interiore raccoglimento, parla di cose lontane e future. Non è potuto andare in missione come desiderava, ma la sua presenza va oltre le vie e i vicoli da lui frequentati. Ci si rivolge a lui anche da fuori città e da fuori regione. Lui, che tiene a fatica la penna in mano, intrattiene una fitta corrispondenza. Scrive personalmente o detta a un confratello. Così non ha confini e viaggia dovunque.

 La preghiera sull’albero

Arrivano al convento trafelati alcuni marinai, appena sbarcati dalla nave, a ringraziarlo. Lo hanno visto, proprio lui, in benigno gesto di protezione sull’albero maestro della nave che stava per naufragare nella Manica. “Ma, guardate che io a pregare vado in chiesa, non sugli alberi”.

 Buon Natale

Una volta a Natale, dopo aver distribuito il suo cibo ai poveri, chiede al frate della cucina un po’ d’acqua calda e vi inzuppa un po’ di pane avanzato. Questo è il suo pranzo di Natale. E non è un episodio isolato. Mangia poca roba una sola volta al giorno.

La sua energia

Spirituale e caritativa: preghiera davanti al Sacramento nel silenzio delle ore notturne, frequenti visite nella chiese della città, meditazione, aiutata da flagellazioni, sui dolori di Cristo, fedeltà alla preghiera liturgica della comunità.

Genova nella prova

Nell’estate del 1866 scoppia una furiosa epidemia in Genova. Fra Francesco Maria continua a percorre la sua città: restare lontano al sicuro sarebbe un tradimento. Quando, a un certo punto, anche lui è contagiato, il suo atteggiamento subisce qualche cambiamento. A tutti rivolge più insistenti parole di fede, di speranza, senza nascondere espliciti richiami ad una sua prossima partenza. Incoraggia i devoti, donando loro immagini con la benedizione di san Francesco. Offre a qualcuno più intimo una sua foto che, per obbedienza al superiore, si è lasciato fare per aiutare un fotografo che rischiava di fallire.

Il padre santo vive, nel suo corpo accasciato, la passione della sua città e più volte si deve fermare presso benefattori o amici per riprendersi. Una volta deve essere riaccompagnato in convento con una  carrozza. Un giorno lasciandosi cadere pesantemente su una panca si sfoga con se stesso: “questa carogna non ne può più”. Il 14 settembre 1866 dopo la Comunione dice al confratello Fra Luigi: “se qualcuno mi cerca alla porta, io non vengo più”. E allo sguardo interrogativo del fratello risponde: “so io il perché”.

L’ultimo dono per la sua città

Il 17 settembre, giorno dedicato alle Stimmate di San Francesco, conclude il suo cammino terreno. Il medico Luigi Garibaldi, presente al decesso,  dichiara: “colera fulminante”. Alla notizia della sua morte, non desta meraviglia, ma solo profonda commozione, il sapere che il “padre santo” ha offerto al Signore la sua vita in olocausto, chiedendo di far cessare il flagello che ha colpito la sua città diletta e per la conversione dei peccatori. Questo ha confessato, circa un mese prima di morire, a un confratello che lo ha sorpreso di notte “abbandonato su se stesso, assorto; sembrava che dormisse”.

Il colera fa registrare 10 morti il giorno dopo e solo 4 il 19. E sono gli ultimi. La commozione della città per la morte del “padre santo” è enorme. Non solo la comunità dei frati si sente privata di un suo fratello, ma è tutta la comunità cittadina a piangere il suo amico, il suo benefattore, il suo padre santo. Sintomatica la partecipazione della stampa, compresa quella più ostile ai religiosi nella particolare temperie del tempo. Diverso l’accento e il modulo espressivo della notizia, ma unico e sincero il rimpianto.

Beatificato da Pio XI nel 1929 e Canonizzato da Giovani XXIII nel 1962.

 

 

Notizie da San Francesco Maria da Camporosso o del donare questuando, di C. da Langasco Roma 1981.

A.,R.,settembre 2018

 

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