di Guido Verna

La recisione prematura e volontaria del cordone ombelicale è emblematica­mente la recisione dell’ultimo legame con l’altro da sé, il termine del lungo itinerario della desolidarizzazione dell’uomo e della sua presunta definitiva affermazione individualistica.

L’uomo finalmente “solo” avverte “dentro”, però, ancora una dipendenza, quell’imprinting del Creatore che lo costringe a sopportare, in ogni sua azione, quella gerarchia interiore che l’antropologia classica sintetizzava così: un’azione prima si pensa, poi si ama, poi si fa. Patisce il software inscritto in sé, nella sua natura: la testa, il cuore, i sensi successivamente da muovere e coordinare. La droga è il virus contro questa sua residua armonia interiore, la stravolge e perciò lo destruttura, lo libera dalla dipendenza dell’intelletto e lo rende schiavo della libertà dei sensi.

Ma non è ancora il passaggio finale, perché, anche disarmonizzato, continua a patire qualcosa che avverte sempre — ma è l’ultimissima, finalmente! — come una dipendenza: la vita come un dono di qualcun’Altro. Deve allora lanciare l’urlo definitivo — che, ormai, somiglia tanto a quello di Munch — contro quest’ultimo legame subordinato: sono io che voglio decidere quando, come e dove morire. Anzi: voglio decidere anche “chi”. Ma l’urlo, come succede sempre in questi casi, è però solo metaforico, perché, se lanciato a gola spiegata, potrebbe far sussultare l’ascoltatore. Meglio il flauto, un’orchestra di flauti, suonati con dolcezza e con attribuita sapienza dagl’intellettuali e dai politici notoriamente più “sensibili”: Montanelli e Manconi, De Crescenzo e Pannella, tutti insieme nel grande concerto dell’Exit.

Lasciando ad altri tutte le considerazioni morali che l’argomento sollecita, vorrei invece proporre più modestamente un appello semantico, a difesa di quelli che, come me, hanno vissuto — e sofferto — per più di cinquant’anni “insieme” e “dentro” certi significati. Accade, infatti, che — strada facendo, sul lungo cammino intrapreso per portare l’uomo a essere padrone della vita e della morte — si modificano anche sentimenti “di natura”, che si ritenevano consolidati — ovviamente con tutte le differenze e le sfumature possibili – anche dalla storia. E allora anche le parole che traducono questi sentimenti acquistano un altro significato pur mantenendo lo stesso suono.

L’appello è infine questo: salviamo almeno il senso della parola “amore”. Un giovane fa qualche puntura per interrompere le sofferenze di un amico? Un padre vuole “togliere la spina” per far cessare il coma della figlia? Un figlio vuole aiutare il padre ad accorciare la fase terminale? Titolisti di giornale, tutto ciò non lo chiamate “amore”. Trovate un altro termine: chiamatelo intervento di solidarietà, chiamatelo interruzione “razionale” della vita, chiamatelo ausilio per la cessazione dolce del respiro, chiamatelo come volete, ma lasciate perdere la parola “amore”. Vi pare inopportuno difenderne il senso perché così correreste il rischio di passare per difensori dell’amore “naturale”, quello polveroso perché antico quanto l’uomo, quello verso Dio, verso la patria, verso il prossimo, verso la famiglia? Difendetene almeno la versione romantica, quella dei baci Perugina. O quella che incontrai in un libro, tantissimi anni fa, costruita su una lettura “ideale”  dell’etimologia della parola “amore”: a–mors, alfa privativo e morte, amore come contrario della morte, amore come vita. Per inciso: chi avrebbe mai detto che un’etimologia campata in aria, un giorno, poteva essere residualmente più solida e più aderente al reale di quella proposta dal linguaggio moderno?

Le mutazioni genetiche stanno debordando anche dentro i vocabolari; ma se un pomodoro che è pure zucchino fa paura, perché non fa paura — di più, molto di più — un amore “così”? Purtroppo, il modo di pensare dei “maestri” comincia a modificare con dolcezza flautata dapprima solo il modo di dire; ma poi questo, a sua volta — lentamente ma inesorabilmente e tragicamente — corrode e modifica di conseguenza il modo di pensare — e quindi di fare — di tutti gli “allievi”: che non mangeranno il pomodoro–zucchino ma troveranno praticabile l’amore–morte.

Salvare il senso antico dell’amore, non dico quello polveroso ma almeno quello romantico: chiedo troppo, alla mia età? Ci sarà ancora una Madre Teresa di Calcutta o una sua analoga, nel prossimo futuro, potrà ottenere solo il Nobel per la pace eterna? Fra le tante condizioni d’insopportabilità del mondo contemporaneo, ce n’era una che ritenevo massimamente crudele e che avvertivo come una diminutio intollerabile: non poter carezzare più un bimbo senza correre il rischio di essere scambiato per pedofilo. All’orizzonte della vita che declina se ne profila, però, un’altra, ancora peggiore, se possibile: quel brivido che potrà correrci lungo la schiena quando, fra qualche anno se Dio vorrà, i nostri figli ci diranno: papà, ti vogliamo tanto bene. Ah, l’amore dei figli…

 

27 Luglio 2000

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