di Padre Mauro De Angelis

La Pentecoste comincia la sera di Pasqua, Gesù soffiando sui discepoli  comunica lo Spirito Santo: Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,21-22). At 2 dice il compimento e l’atto di nascita della Chiesa. La Pentecoste è il battesimo della Chiesa, il racconto dell’infanzia della Chiesa. Luca narra l’uscita dal grembo della Chiesa, come narra il Vangelo dell’infanzia del Bambino Gesù. Il racconto pentecostale è un racconto drammatico, un discorso in azione. E’ una narrazione che non può rimanere cronaca di un evento passato e sepolto, ma un evento che si rinnova sempre nel cuore di chi accoglie la parola di Dio, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in chi crede, ci dice oggi Paolo. E’ simile allo zikkaron veterotestamentario, al memoriale, che non è il ricordo, ma la ripresentazione nel ricordo, il rivivere il mistero accaduto una volta per sempre. La discesa dello Spirito è sempre attuale senza il quale il mondo e la Chiesa non esisterebbero.

Noi siamo nati a Pentecoste e dobbiamo rinascere sempre dall’acqua dello Spirito, come dice Gesù a Nicodemo. Gesù disse a Nicodemo: “In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Gli disse Nicodèmo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”(Gv 3,3-8).  Il racconto della prima Pentecoste esige di essere riletto con fede, il carattere di At 2 somiglia al racconto dell’Eucaristia, dove c’è il racconto dell’Istituzione, e quel racconto attraverso l’ordine sacro si rinnova. Analogamente, non allo stesso modo perché non è un sacramento, avviene quando c’è un cuore pieno di fede in ascolto.

vv.2,1-4 Il racconto evoca dei segni esteriori, che nelle teofanie sottolineano l’importanza dell’evento, che risvegliano: si udì il rumore di un vento impetuoso (ruah), che indica il potere, la forza di Dio, e anche l’alito, come principio vitale (cf. giorno di Pasqua). Lo Spirito è onnipotenza intimità. Poi il fuoco segno del potere purificatore di infiammare ed infondere l’amore. Questi erano segni di Dio. il compimento della Pentecoste. Sono uniti in preghiera con Maria, umili dopo che negli eventi della Passione avevano scoperto di essere una nullità. Senza l’umiltà non scende lo Spirito. Il primo senso colpito è l’udito: il vento; dunque l’ascolto. Le lingue indicano una palingenesi, un rinnovamento. Sull’Oreb la gloria di Dio fece tremare tutto il monte rivelando l’Io sono Colui che è, così ora irrompe la potenza di Dio.  Ger: un cuore nuovo. Sono molti popoli, ma tutti di ceppo ebraico, ma di altre lingue: Tu parli tutte le lingue del mondo perché sei nella Chiesa che è cattolica e che è carità, ci dicono i Padri. La carità è la lingua dello Spirito, il carisma più alto e fondamento di ogni altro carisma. Quindi prima ancora che il dono delle lingue è il Dono di Dio, Gesù dice alla Samaritana: Se tu conoscessi il Dono di Dio (Gv 4,10).

Poi furono tutti pieni di Spirito Santo. Si realizza Ez 36, il cuore di pietra è sostituito dal cuore di carne. Lo Spirito è l’Amore, sono pieni dell’Amore di Dio. Furono trasfigurati, battezzati immersi nell’amore di Dio. La Pentecoste di Paolo Rm 5,5:La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. L’Amore di Dio (genitivo soggettivo) per noi, Dio effonde il suo Amore su ogni carne. Ricevono la buona notizia, che Dio ama, e questa non è una informazione, ma una esperienza, una realtà performativa, che opera e trasforma radicalmente. E’ questo che converte i cuori, è questa la vera conversione, che sposta il centro della nostra vita e ci innesta in Dio. Il Battesimo nello Spirito è l’esperienza dell’Amore di Dio, la realtà più certa e sicura, perché Dio è amore. E io senza lo Spirito non lo comprendo, perché è lo Spirito che scruta le profondità di Dio (1Cor 2,10) e mi comunica rivela il suo mistero. Questa esperienza la dobbiamo fare sempre, la Chiesa è la Pentecoste perenne (Paolo VI), l’esperienza dell’Amore di Dio. Non può mai diventare realtà statica scontata, è una sorgente che zampilla nel cuore del credente per la vita eterna (Gv). E’ quel battesimo nello Spirito di cui non ho bisogno solo nel giorno dell’effusione, ma ogni giorno, anzi ogni momento. E’ la scoperta che Dio mi ama, proprio a me, personalmente, sono suo figlio. E’ quel fuoco che arde in noi. Quando il giorno di Pentecoste stava per finire: già esisteva la Pentecoste. La Pentecoste ebraica era anticamente una festa agricola (offerta primizie). Come il sacerdote officiante offriva le primizie del raccolto, così lo Spirito offre le primizie dei popoli (S. Ireneo). Poi era la commemorazione del Sinai (dono della Legge sinaitica) Luca vi allude: Oggi noi celebriamo il dono della Torah (testo ebraico). Allora Agostino dice: la somiglianza e la differenza, dopo 50 giorni dall’immolazione dell’agnello dell’Egitto il Dito di Dio scrive sulle tavole la Legge, ora dopo 50 giorni dell’immolazione dell’Agnello di Dio viene scritta sulle tavole di carne del cuore la nuova Legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù. Allora la legge che mi comanda è il giogo soave dell’Amore, la Legge dello Spirito mette l’amore nei cuori, non è più la costrizione. Cristo ci ha dato la grazia e ci chiama a vivere nel potere dello Spirito e a diffonderla ed effonderla. I versi 32-33 dicono: Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne simo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire.

  1. 5-13 Lo Spirito Santo spinge la Chiesa fuori del cenacolo, la apre fino alla fine del mondo. Lo Spirito fece andare oltre la restrizione della razza, poi in seguito la Chiesa fu spinta ad andare oltre alle altre religioni. Poi Luca ci dice che avviene il rovesciamento di Babele, Gen 11, 3-9: Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”.
    Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra
    .

Il nome di Dio viene nominato invano, Dio viene usato per il proprio orgoglio.  A Pentecoste viene costruito il nuovo tempio: “Li ascoltiamo proclamare le meraviglie di Dio”. Prima di Pentecoste gli Apostoli discutevano su chi fosse il più grande, ora cercano la gloria di Dio, si dimenticano di loro stessi, si sono innamorati di Dio. Chi ama loda l’amato, non se stesso. Qui siamo al cuore della Pentecoste, questa è la conversione radicale che consiste nel cristocentrismo. Al centro c’è Gesù Cristo che lo Spirito insegna a riconoscere come il Signore, l’unico Signore della mia vita, nessun’altro può pretendere la mia adorazione. Ogni altro è un falso dio, ogni volta che si adora uno diverso da Gesù cristo, in realtà si sta adorando il demonio. Vivere per se stessi o per Cristo. Babele è cercare la propria gloria, mentre è Pentecoste se lavoriamo per la gloria di Dio. Non può essere Dio che glorifica l’io, ma l’io deve glorificare Dio. Gesù diceva: Io non cerco la mia gloria (Gv 8,50).

  1. 14-21 San Pietro rilegge la profezia a quanti si scandalizzavano della Pentecoste attraverso Gioele. Tutti saranno profeti. La profezia è cambiata, non è più di là da venire, ma che è presente, anche se nascosta: Ecco l’Agnello di Dio, in mezzo a voi sta uno che non conoscete. Paolo VI: La Chiesa deve avere fuoco nel cuore, parole sulle labbra, profezia nello sguardo.

Evangelii gaudium

Evangelizzatori con Spirito vuol dire evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo. A Pentecoste, lo Spirito fa uscire gli Apostoli da se stessi e li trasforma in annunciatori delle grandezze di Dio, che ciascuno incomincia a comprendere nella propria lingua. Lo Spirito Santo, inoltre, infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente (259).

Come vorrei trovare le parole per incoraggiare una stagione evangelizzatrice più fervorosa, gioiosa, generosa, audace, piena d’amore fino in fondo e di vita contagiosa! Ma so che nessuna motivazione sarà sufficiente se non arde nei cuori il fuoco dello Spirito. In definitiva, un’evangelizzazione con spirito è un’evangelizzazione con Spirito Santo, dal momento che Egli è l’anima della Chiesa evangelizzatrice. Prima di proporre alcune motivazioni e suggerimenti spirituali, invoco ancora una volta lo Spirito Santo, lo prego che venga a rinnovare, a scuotere, a dare impulso alla Chiesa in un’audace uscita fuori da sé per evangelizzare tutti i popoli (261).

La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci. Abbiamo bisogno d’implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale. Posti dinanzi a Lui con il cuore aperto, lasciando che Lui ci contempli, riconosciamo questo sguardo d’amore che scoprì Natanaele il giorno in cui Gesù si fece presente e gli disse: «Io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi» (Gv 1,48). Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita! Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo» (1 Gv 1,3). La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci (264).

Tale convinzione, tuttavia, si sostiene con l’esperienza personale, costantemente rinnovata, di gustare la sua amicizia e il suo messaggio. Non si può perseverare in un’evangelizzazione piena di fervore se non si resta convinti, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola, non è la stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione. Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa. È per questo che evangelizziamo. Il vero missionario, che non smette mai di essere discepolo, sa che Gesù cammina con lui, parla con lui, respira con lui, lavora con lui. Sente Gesù vivo insieme con lui nel mezzo dell’impegno missionario. Se uno non lo scopre presente nel cuore stesso dell’impresa missionaria, presto perde l’entusiasmo e smette di essere sicuro di ciò che trasmette, gli manca la forza e la passione. E una persona che non è convinta, entusiasta, sicura, innamorata, non convince nessuno (266).

Uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama. In definitiva, quello che cerchiamo è la gloria del Padre, viviamo e agiamo «a lode dello splendore della sua grazia» (Ef 1,6). Se vogliamo donarci a fondo e con costanza, dobbiamo spingerci oltre ogni altra motivazione. Questo è il movente definitivo, il più profondo, il più grande, la ragione e il senso ultimo di tutto il resto. Si tratta della gloria del Padre, che Gesù ha cercato nel corso di tutta la sua esistenza. Egli è il Figlio eternamente felice con tutto il suo essere «nel seno del Padre» (Gv 1,18). Se siamo missionari è anzitutto perché Gesù ci ha detto: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto» (Gv 15,8). Al di là del fatto che ci convenga o meno, che ci interessi o no, che ci serva oppure no, al di là dei piccoli limiti dei nostri desideri, della nostra comprensione e delle nostre motivazioni, noi evangelizziamo per la maggior gloria del Padre che ci ama (267).

 

 

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