La bandiera siriana sventola su Al Hasakah nella Siria orientale controllata dai curdi

di Stefano Aviani Barbacci

L’Esercito Arabo Siriano (SAA) ha ripreso il controllo della gran parte del confine siro-giordano e dello strategico valico di Nasib, da oltre tre anni in mano ai cosiddetti “ribelli moderati”. La capitale provinciale Daraa è sul punto di cadere e gli jihadisti del Free Syrian Army (FSA) ne stanno trattando la resa. Qualcosa sta cambiando se gli Stati Uniti, diversamente che in precedenti casi, hanno ritenuto di non intervenire in modo sostanziale, e se Israele, che pure continua a colpire in Siria con missili e aerei, non ha effettuato interventi militari specificatamente rivolti a ostacolare l’avanzata delle truppe di Damasco verso il sud.

 

I jihadisti attivi nella provincia di Daraa sono per lo più US-backed militants, eppure questa volta il Pentagono li aveva avvertiti che non avrebbero potuto far conto sul sostegno americano in caso di offensiva siriana. La resa quasi senza combattere di alcune formazioni lascia credere che vi sia stato un qualche tipo di pressione o di accordo tra le parti. Si crede anche che Vladimir Putin abbia convinto Benjamin Netanyahu ad accettare la vittoria de facto di Bashar Al Assad in cambio di garanzie sul ritiro oltre una fascia di sicurezza di 80 km delle milizie sciite libanesi (filo-iraniane) penetrate in Siria dal 2015 per sostenere i governativi. Non è forse un caso se, il 10 Luglio, Avigdor Lieberman, ministro degli esteri di Gerusalemme, in visita lungo il confine del Golan, ha detto che il suo Paese intende ristabilire un qualche tipo di relazione con il “regime di Assad”.    

 

Ma la novità di maggior significato è la trattativa che sarebbe in corso tra Damasco e le Syrian Democratic Forces (SDF), le milizie curde sostenute dagli Stati Uniti che lo scorso anno avevano liberato dall’ISIS gran parte del territorio orientale della Siria, impossessandosi anche di Raqqah (per qualche tempo la “capitale” del Daesh) e dei campi petroliferi a est dell’Eufrate. L’avanzata delle SDF aveva tuttavia precluso ai governativi il passaggio dell’Eufrate (tutti i ponti furono distrutti dalla US Air Force) e il conseguente recupero della parte più remota della Siria. Questo recupero è adesso oggetto di trattativa, in cambio di una più ampia autonomia per i curdi e di una loro partecipazione agli utili delle locali attività estrattive, e non è forse un caso se ad Al Hasakah, isolata capitale della provincia più orientale del Paese, la popolazione araba abbia innalzato la bandiera nazionale siriana. Poiché gli USA controllano le SDF, questi avvenimenti implicano che l’amministrazione americana non intende più opporsi alla riunificazione della Siria. Il vecchio piano americano per la frammentazione del Medio Oriente sarebbe stato dunque abbandonato.  

Anche la posizione che identifica il presidente siriano come un tiranno sanguinario appare non sostenibile. Questa rappresentazione (tutt’ora rilanciata acriticamente dai media) è stata uno strumento di guerra: doveva offrire al conflitto una giustificazione “umanitaria”, legittimando i terroristi come “l’opposizione armata al regime siriano”. Non si diceva della provenienza non-siriana della gran parte dei miliziani e non si diceva (salvo il caso dell’ISIS) della sharia imposta in tutte le aree controllate dai “ribelli siriani”. Si sono dimostrate false anche le ricorrenti accuse che raffiguravano Bashar Al Assad come mandante dello sterminio, con armi chimiche, del suo stesso popolo: gli asseriti attacchi con il sarin si sono rivelati montature propagandistiche ed è di questi giorni il report dell’OPAC che ne esclude l’utilizzo da parte dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) nella recente battaglia per Douma. Nessuna indignazione, purtroppo, e nessun rilancio da parte dei media, al riguardo della produzione e dell’impiego di munizioni al cloro da parte dei nemici di Assad…

La fine del conflitto necessita di un ampio accordo politico. Il ruolo dei gruppi armati è ormai politicamente residuale e l’ostacolo alla riunificazione del Paese è piuttosto rappresentata dalla presenza dei Turchi nel nord del Paese, a supporto dei miliziani turcomanni del Free Syrian Army (FSA), e dalla presenza degli Americani (e dei Francesi) a est dell’Eufrate, a supporto delle Syrian Democratic Forces (SDF). Tuttavia, le notizie di una trattativa in corso tra siriani e curdi, il recente annuncio di un possibile e “graduale” ritiro turco da Afrin (nel nord della Siria), le ricorrenti voci di un disimpegno USA (i cui militari occupano Al Tanf sul confine giordano, e Raqqah oltre l’Eufrate) lasciano sperare in una soluzione concordata del conflitto. Gli esperti russi dicono che gli USA intendono lasciare la Siria “entro sei mesi” e per questo Washington ha fretta di arrivare ad un accordo con Mosca. Persino il superfalco Mike Pompeo sembra essersi trasformato in una timida colomba… Si attende ora l’annunciato incontro bilaterale tra Donald Trump e Vladimir Putin (i due si erano già incontrati, ma brevemente e solo a margine di altri appuntamenti internazionali): lo storico meeting sarà in Finlandia ed è lecito attendersi un qualche annuncio importante.

 

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