di Franco Maestrelli

 

« La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno,  un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra. »  Mao Zedong, Libretto rosso

 

Siamo nel cinquantaduesimo anniversario dell’inizio della Rivoluzione Culturale promossa da Mao Zedong ma i grandi quotidiani, che per riempire le pagine sono sempre pronti a celebrare qualsiasi ricorrenza, confinano la notizia in laconici articoli di maniera sottolineando solo il ritardo con cui Il Quotidiano del Popolo, organo del Governo di Pechino, ricordò il maggio cinese del 1966. In effetti c’è ben poco da celebrare: i dieci anni, dal maggio 1966 al settembre 1976, anno della morte del “Grande Timoniere”, sono costati secondo stime attendibili ben tre milioni di vittime.

Eppure chi ha una certa età ricorda bene l’esaltazione parossistica che prese una larga fetta dell’opinione pubblica occidentale e italiana: molti giovani (e meno giovani) italiani scoprirono Mao Zedong (allora lo si chiamava Mao Tse Tung). Nelle nostre università cominciarono a circolare presto il cosiddetto “Libretto rosso  di Mao” o “Manuale delle Guardie rosse”,  i dazibao, ovvero i rudimentali enormi manifesti di denuncia e di lotta, la giacca abbottonata fino al collo abitualmente indossata dal leader cinese e dai suoi compagni divenne una moda e fu fondato persino un partito, l’Unione Comunista Italiana (marxista-leninista), che presto prese il nome di Servire il Popolo, di stretta osservanza maoista sia nell’abbigliamento che nella disciplina. Questo anniversario quindi potrebbe essere l’occasione di revisione per tutti i politici e intellettuali che in quegli anni celebravano Mao e la “rivoluzione permanente” vista come il paradiso realizzato ignorando le violenze, le torture, le stragi di massa. Ma oggi come ieri regna il silenzio complice: ieri per difendere l’ideologia comunista, oggi per i fondi di investimento cinesi.

Proviamo in brevi note a far memoria di quel decennio di terrore comunista ad uso di giovani e di smemorati. Per nascondere i fallimenti della campagna del Grande Balzo in avanti (negli anni dal 1958 al 1962 e che costò la morte per fame di almeno 30 milioni di persone) Mao Zedong lanciò con una circolare datata 16 maggio 1966 la cosiddetta Rivoluzione Culturale per epurare i suoi oppositori. Con il famoso “Libretto rosso” , ideato da Lin Biao nel 1963 raccogliendo le massime del Grande Timoniere e i grandi dazibao appesi dappertutto per accusare la cricca controrivoluzionaria, le giovanissime Guardie rosse cinesi dalle campagne investirono le città per colpire i rappresentanti della borghesia infiltrati nel partito, nell’esercito e nelle sfere della cultura, gli odiati nemici di classe da criticare, torturare e uccidere. In nome delle parole d’ordine lanciate da Mao, distruggere i “quattro vecchi”, i costumi, le tradizioni, la cultura, il pensiero, si scatenò una vera guerra civile armata che in dieci anni sacrificò 3 milioni di persone e distrusse il 90 per cento dei reperti storici artistici e culturali. Su 6.843 luoghi di interesse storico e artistico di Pechino ne andarono distruti 4.922. La scuola si fermò perché gli insegnanti rientravano nell’odiata categoria di controrivoluzionari da estirpare assieme a proprietari, ricchi agricoltori, cattivi elementi sociali. Inizialmente Mao aveva parlato di lotta verbale e non fisica ma presto la situazione gli sfuggì di mano e al popolo furono date armi in quantità enorme coinvolgendo così l’esercito e trasformando la Rivoluzione Culturale in una guerra civile generale in cui i figli hanno condannato a morte i genitori, gli studenti i loro insegnanti, le giovani Guardie rosse gli anziani del partito e dell’esercito. In ogni città e ogni villaggio si scatenarono delazioni, inasprimento della persecuzione religiosa, accuse e processi popolari dall’esito scontato. Se negli anni feroci della presa del potere del Partito Comunista Cinese e della riforma agraria(1951-1952) i milioni di vittime (stimati da 2 a 5 milioni) appartenevano a tutte le classi sociali ma principalmente alla classe dei contadini, la Rivoluzione Culturale colpì solo la classe dirigente politica, militare ed intellettuale. Mao aveva lanciato una feroce lotta di classe e diffuso l’odio tra le persone in un paese che nella sua storia aveva già conosciuto immani brutalità e massacri. Chi veniva definito nemico di classe poteva essere ucciso legalmente.

L’ex Guardia Rossa Song Yongyi rifugiato negli Usa dopo aver scoperto l’orrore e aver subito il duro carcere, in anni di ricerca ha messo insieme un enorme Database con migliaia di documenti e prove originali dell’epoca e racconta in una recentissima intervista al settimanale Tempi che “i nemici del popolo senza processo sono stati fucilati, decapitati, torturati, affogati, legati insieme e fatti saltare in aria, gettati in pozzi e lasciati morire di fame, seppelliti vivi, lapidati a morte, impiccati, strangolati e bruciati… nonchè talvolta mangiati.” A conforto dell’affermazione brutale Song Yongyi ricorda l’episodio di un ricco proprietario della contea di Pubei ucciso con i suoi due figli giovinetti e i cui organi sono poi stati cucinati e mangiati. Nella provincia di Guangxi sono stati divorati a centinaia perché il partito comunista cinese ha promosso esecuzioni di massa e cannibalismo di chi veniva definito un nemico del popolo: non c’erano più regole e la Rivoluzione ha autorizzato le persone a diventare animali. I capi lo facevano e il popolo li ha seguiti. E ancora c’è qualche benpensante che sorride con compatimento quando si dice che “i comunisti mangiavano i bambini”…

Da sottolineare anche la pretestuosità delle accuse: nella località di Wuhan Mao disse di sostenere  i rivoluzionari di sinistra contro quelli di destra ma non specificò chi era di sinistra e chi di destra: Così i soldati di Wuhan hanno sostenuto la fazione  a loro più vicina accusando gli altri di essere controrivoluzionari. In realtà tutti volevano sostenere Mao…

Il 9 settembre 1976 Mao Zedong muore e la Rivoluzione Culturale si esaurisce del tutto. Ma occorrerà aspettare il 1981 affinchè il Partito Comunista Cinese emetta il verdetto di condanna di quel decennio definito una catastrofe da attribuire però alla famigerata “banda dei quattro” ovvero la vedova di Mao e tre suoi associati. Il Partito per legittimarsi non poteva condannare il suo leader che pure aveva definito quei dieci anni di terrore rosso uno dei suoi migliori risultati.

A oggi il Governo cinese non osa alzare il velo sulle responsabilità del Grande Timoniere e dei quadri di partito e dopo mezzo secolo non ha dato giustizia alle vittime né scuse a chi ha sofferto.

Quel decennio di terrore comunista ha distrutto la civilizzazione della Cina e spingendola a vivere come animali ha distrutto gli standard morali del popolo e i danni si vedranno per un altro mezzo secolo.

Aggiungo in conclusione che secondo padre Bernardo Cervellera dell’agenzia Asianews, sempre ben informata, esiste ancora oggi una fazione che auspica il ritorno alla Rivoluzione Culturale e che questa fazione potrebbe essere l’organizzatrice dello spettacolo ufficiale tenutosi in piazza Tianamen in cui è stato reso omaggio a Mao con canti rivoluzionari esaltanti il sole eterno del pensiero di Mao Zedong. Questo gruppo a fronte di una corruzione diffusissima e all’enorme divario tra nuovi ricchi e poveri auspica il rafforzamento del Partito-Stato e un ritorno all’ideale maoista di uguaglianza. Da qui molti osservatori dentro e fuori la Cina sottolineando l’asfissiante controllo su internet, sulle religioni e il crescente culto della personalità di Xi Jinping affermano che il grande paese orientale si sta dirigendo verso una nuova Rivoluzione Culturale.

 

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