morte - non consensulae

I cultori della morte non si fanno scrupolo a raccontare come vengono attuate le leggi sul suicidio assistito. Per esempio in California la Life Legal Defense Foundation ha pubblicato un post abbastanza agghiacciante, basato sulle dichiarazioni di  chi si vanta di fare  “assistenza” ai “suicidi”.

Uno di questi “assistenti” è il dottor  Lonny Shavelson, che lavorava in pronto soccorso ed era in pensione, ma è ritornato in servizio non appena la California ha varato la legge sull’eutanasia, per dispensare prescrizioni letali. Shavelson non ha alcuna specializzazione, non è neanche psichiatra, quando invece sono spesso problemi psichiatrici e psicologici alla base di una richiesta di suicidio.

Shavelson ammette di aver “assistito al suicidio” di 89 persone.

Sottolinea che i farmaci letali devono essere assunti tutti uno dopo l’altro, entro 2 minuti, o possono “fallire”. “Fallire”, significa che le persone non muoiono e possono decidere che non vogliono uccidersi.

Nel suo libro “Chosen Death” (la morte per scelta) Shavelson racconta per esempio la storia di Gene, un vedovo solitario, che contattò la Hemlock Society, che da allora ha cambiato il suo nome in “Compassion and Choices“, finanziata da George Soros.

Sarah, il funzionario in carica dell’ufficio locale della Hemlock Society, si recò a casa di Gene per preparare e dispensare l’intruglio micidiale.  Sarah era abituata a questo tipo di assistenza. La definiva come  «l’esperienza più intima che si può condividere con una persona. . . . Più del sesso. Più della nascita. . . più di ogni altra cosa».

Shavelson racconta che Sarah teneva la testa di Gene sulle sue ginocchia mentre  gli somministrava  i farmaci per il “suicidio”. Quando l’uomo iniziò ad addormentarsi, Sarah gli mise un sacchetto di plastica sopra la testa e disse  «Vai verso la luce».

Ma le droghe fallirono. Gene si svegliò e iniziò a urlare.

Shavelson descrive cosa è successo dopo: «La mano destra di Gene cercò di strappare il sacchetto di plastica. Sarah gli bloccò  il polso. L’uomo cercò di alzarsi.  Lei fece pressione sulle sue spalle per impedirglielo. Sarah si dondolava avanti e indietro, bloccandogli i movimenti, e con le dita torceva la busta di plastica  per chiuderla saldamente intorno al  collo di Gene e  ripeteva: “La luce, Gene, va’ verso la luce”. Il corpo di Gene  spinse contro quello di Sarah. Poi smise di muoversi».

Questo è “suicidio” assistito?

Eppure i casi come questi sono perfettamente legali: una volta che la persona richiede il suicidio assistito, la legge californina (come tante altre leggi analoghe) presume che tutti – il medico, il “facilitatore del suicidio”, i familiari, i lavoratori ospedalieri – agiscano con le più pure intenzioni per assecondare la sua “libera volontà”. A differenza degli altri casi di suicidio (i suicidi veri, cioè quelli non assistiti), le forze dell’ordine non indagano per determinare la causa della morte o se la persona sia stata forzata o indotta.

Nel referto medico, la malattia di base – non il suicidio – è indicata  come causa della morte, il che significa che i medici e i coroner devono mentire sul certificato di morte.

La  legge californiana non consente proprio l’uso della parola “suicidio”. E se un medico fosse stato negligente nel fare la diagnosi iniziale o la prognosi, nessuno lo saprà mai, perché risulterà dagli atti che la persona è morta a causa di quella presunta malattia.

Il veleno può essere chiesto da “una persona interessata”, magari qualcuno che beneficia finanziariamente per la morte della persona: Shavelson afferma che la maggior parte delle chiamate alla sua clinica per il suicidio provengono da membri della famiglia, non dalla persona che cerca il suicidio.

Qualsiasi medico o osteopata può scrivere la prescrizione. Non è richiesta alcuna precedente relazione medico-paziente con la persona che “vuole” morire.

Non è richiesta alcuna valutazione della sua salute mentale, anche se la maggior parte delle persone interessate soffre di depressione.

In breve, le leggi sul suicidio assistito sembrano fatte appositamente per facilitare il crimine perfetto.

Ma l’obiezione tipica dei radicali  contesta: che importa a chi non vuole suicidarsi se gli altri si suicidano? 

Anche per il suicidio, come per il divorzio, l’aborto, la droga, la legalizzazione serve alla banalizzazione: il suicidio è un’opzione, una scelta banale (tè o caffé?).

Del resto sono gli stessi fautori della morte per tutti a dichiarare – come  Shavelson – che il suicidio assistito serve ad abolire gli ospizi e le case di riposo…

Sarà il caso di smettere di parlare di “suicidio assistito”: si chiami piuttosto “omicidio del consenziente” – ammesso che “consenta”.

Redazione

Fonte: Life Legal Defense Foundation

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