I rifugiati siriani fuori della Siria nel 2017 (in milioni)

 

Stefano Aviani Barbacci, 4 luglio 2018

Buona parte della Siria occidentale e centrale non è più direttamente minacciata dalla guerra e si apre ora la decisiva questione del ritorno a casa dei profughi.

Il governo siriano ha ridistribuito 6 milioni di sfollati interni garantendo protezione e sussidi grazie agli aiuti della Federazione Russa, ma ci sono altri 5 milioni di profughi che attendono fuori dalla Siria, per lo più bloccati in campi allestiti dalle Nazioni Unite in Libano, Giordania e Turchia, e gli organismi preposti, i Paesi occidentali e le grandi ONG non sembrano interessati al loro rientro.

Di profughi il Libano ne ha accolti più di 1 milione e il ministro degli esteri di questo Paese, Gebran Bassil, minaccia ora di “prendere misure” contro l’UNHCR perché (come lui sostiene) sarebbero proprio gli operatori dell’ONU ad intimidire e minacciare i rifugiati impedendo loro di tornare a casa.

L’Unione Europea, con la recente conferenza “Sostegno al futuro della Siria e della regione”, ha rilanciato le politiche di sostegno alle ONG, ai corridoi umanitari e ai campi profughi, negando nel contempo finanziamenti ai progetti di ricostruzione dei sistemi idrici, elettrici e stradali in Siria, perché (come è stato affermato) il ritorno dei profughi “rafforzerebbe il regime di Assad”.

Gruppo di bambini siriani in un campo libanese nel 2012

I Siriani godevano prima della guerra di un welfare tra i migliori del Medio Oriente: l’assistenza sanitaria era gratuita, le coppie di giovani sposi godevano di un mutuo sociale per l’acquisto della prima casa, la scuola era aperta a maschi e femmine, la Sharia inoltre non aveva valore civile e la costituzione garantiva eguali diritti alle minoranze etniche e religiose.

Una recente inchiesta ha aperto uno squarcio sulle condizioni di sofferenza e di umiliazione cui i Siriani sono ora costretti in Giordania, in Turchia e nei territori della Siria sottratti al controllo del governo: giovani “vergini” (anche bambine) sono vendute a danarosi committenti turchi o arabi; gli stessi operatori umanitari pretendono “sesso” dalle donne siriane in cambio della consegna di aiuti vitali per i loro figli e per le famiglie…

Anche per questo i profughi desiderano tornare e, dalla liberazione di Aleppo, almeno in 400.000 sono già tornati verso quella che era la più popolosa e ricca città della Siria. Se tuttavia in Libano si guarda ai Siriani con una certa simpatia, non così è altrove e lo scorso mese otto rifugiati (la metà bambini) sono stati uccisi presso il famigerato varco di Kherbet Eljoz (tra Siria e Turchia) dalle guardie di confine turche.

La UE copre, e paga Erdogan perché i Siriani restino sequestrati in Turchia. A sigillare il confine c’è un “muro” di 800 km (cemento, reti, filo spinato e mine) di cui poco si parla poiché realizzato con una parte del denaro che Bruxelles invia ad Ankara per trattenere i profughi. I militari turchi sono penetrati inoltre nel nord della Siria e, con i mercenari islamisti del FSA, spingono Siriani e Curdi ad abbandonare i propri villaggi.

Il “muro” tra Siria e Turchia costruito da Erdogan con i soldi erogati dalla UE

Di recente, l’analista militare libanese Amine Mohamed Htaite ha lamentato l’inconcludenza della politica occidentale che finge preoccupazione per le vittime della guerra senza far nulla per porre termine al conflitto e creare le migliori condizioni per il ritorno a casa dei profughi. Il paradosso è che le milizie jihadiste sono pressoché sconfitte, ma la guerra e l’occupazione straniera di alcuni territori proseguono con pretesti vari.

Clamoroso quando Htaite scrive: “lo spostamento forzato è stato fin dall’inizio parte di un piano di aggressione (…). L’Occidente considera i rifugiati come un’arma, usata contro la Siria in primo luogo e contro tutta la regione più in generale, per raggiungere obiettivi (politici ndr) sotto l’apparenza dell’aspetto umanitario”.

È quanto si coglie nelle recenti risoluzioni della UE e in dichiarazioni precedenti di funzionari dell’ONU, per i quali (come spiega Htaite) la maggior parte delle popolazioni sfollate sarebbe destinata a non tornare più in patria. Del resto, la fuga delle popolazioni è un’antica arma di guerra: serve ad indebolire la coesione di una nazione e privare il governo di una più ampia base di reclutamento…

Dunque, le autorità religiose siro-cattoliche e siro-ortodosse si oppongono ai corridoi umanitari e fanno appelli ai fedeli perché nessun altro abbandoni il Paese. La dispersione dei Siriani significherebbe la fine della Siria. E la dispersione la si ottiene tanto con il terrore suscitato dalle efferatezze dei miliziani islamisti quanto con le sanzioni che spingono milioni di persone, private del lavoro e dei beni essenziali, ad andarsene.

RIFEMENTI

  1. Sironi. Vergogna umanitaria: l’Europa dei diritti paga il muro in Turchia per fermare i profughi. L’Espresso, 23/03/18
  2. Giro. Sesso in cambio di aiuti umanitari: una sofferenza in più per le donne siriane. Uffington Post, 28/02/18.
  3. Adra. Turkish border guard shoot dead Syrian refugees including children. Al Masdar, 15/05/18.
  4. M. Htaite. In che modo l’Occidente usa i rifugiati come arma contro la Siria e la regione? Vietato Parlare, 07/06/18.
  5. Zannucchi. Tre Vescovi che non si arrendono. Città Nuova, 05/05/18.

 

 

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