La famosa frase di Chesterton ormai è consunta, erosa dal troppo uso che se ne fa in questi tempi inverosimili.

Chesterton diceva che quando non si crede in Dio, si crede a tutto. E quindi si può anche credere che due fiumi, il Gange in India ed il Whanganui in Nuova Zelanda, siano “essere umani”. Mi correggo subito, chè l’abitudine è dura a morire: si può credere che i signori Gange ed Whanganui siano esseri umani.

Sia i devoti Indù che quelli Maori ritengono i loro fiumi alla stregua di antenati quindi, diciamo, sono parenti. Quindi, diciamo, sono persone. Quindi, diciamo, sono soggetti aventi diritti come le persone (quelle che parlano, però).

Per attribuire diritti a chi o a cosa non ne abbia siamo altamente specializzati. Ormai, basta volere qualcosa che il nostro desiderio, non si sa quanto legittimo ma spesso affatto, si trasformi in un diritto. Fra poco avremo gli animali nello stato di famiglia e, nell’attesa, abbiamo due fiumi “persona”.

In questi tempi, dove il diritto di uccidere il proprio figlio è fra i più intoccabili e quello di ammazzare un ammalato è un atto pietoso di assistenza al medesimo, riconoscere i diritti umani ad un fiume sa di ulteriore spintone verso il precipizio.

E se i fiumi hanno diritti, per esempio il rifacimento degli argini… magari per contenerli un po’… sarà ritenuto violazione della libertà personale? O gli emissari considerati ladri? O gli immissari condannati per violazione di domicilio? E, a proposito, avranno un domicilio? Certo, devono averlo anche perchè oltre ai diritti, esistono anche i doveri. Per cui, per esempio se straripando uccidessero qualcuno, sarebbero condannati per omicidio plurimo e chissà se preterintenzionale o colposo? O con l’aggravante della premeditazione, magari dovuta alle abbondanti piogge accolte senza opporsi nel loro alveo?

Aspetto solo di sentire qualcuno che dica “ma che c’entra…sono fiumi…” …

Ormai la nostra mente è ottusa: siamo o non siamo il cittadino ideale? Direi di sì: completamente anestetizzati, incapaci di distinguere il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso e, peggiore disgrazia, se pure vedessimo le differenze non saremmo capaci o abbastanza coraggiosi per denunciare la menzogna. E questa è la condizione più grave che ci condanna inesorabilmente. Siamo in un tunnel dall’aria irrespirabile e velenosa, siamo immersi fino alle ginocchia nel liquame, ma in alto hanno messo tante luci colorate che ci accecano. E noi guardiamo solo quelle.

Carla Vanni

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